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domenica 7 febbraio 2016

"Antonio. Punto e a capo!" - diciannovesimo capitolo

PEDICU…CHE?


Mentre torno a casa da scuola, continuano a venirmi in mente la giornata di ieri e Gennaro, come se ci fosse un collegamento che devo capire, ma non c’è verso. L’unica cosa che so è che penso a lui tutti i giorni e mi mancano i nostri pomeriggi insieme. Poi, quando ripenso a quello che è successo, non sono più arrabbiato come prima. Chissà, forse è stata un po’ anche colpa mia. Che bisogno c’era di non volergli più parlare? Che comportamento stupido!

- Antonio! – qualcuno mi chiama e interrompe il flusso dei miei pensieri. Mi volto e vedo Valentina che corre verso di me.

- Ciao Vale.

- Ciao Antonio - mi risponde senza guardarmi in faccia e tenendo gli occhi bassi -possiamo fare un pezzo di strada insieme, se ti va …-

- Uhm, perché no? – le rispondo senza rancore. In fondo mi accorgo che non sono più arrabbiato nemmeno con lei, anche se di punto in bianco mi ha cancellato per stare solo con Linda.

- Ti sei tagliata i capelli …

- Ah, ecco … sì … te ne sei accorto, eh?

- Beh, è abbastanza evidente Vale. Li avevi lunghissimi e ora li hai cortissimi … non ti piacciono le mezze misure, eh?

- Oh io … beh, ho dovuto, ecco … non lo sai?

- Di che?

- Beh, della pediculosi.

- Pedicu … che?

- Della pediculosi …

- Sarebbe? –faccio, arricciando il naso.

- Pidocchi Antonio! Mamma mia! In classe c’è stata una vera invasione! – risponde sbottando e diventando ancora più rossa.

- E che ne sapevo? E ti hanno tagliato i capelli per questo?

- Mamma si era stufata di farmi il trattamento tutte le sere … diceva che ero piena e che non aveva tempo di mettermi quella robaccia chimica in testa. E poi pensava potesse farmi male … così ha preferito portarmi dalla parrucchiera. Beh, pensavo sarebbe stata più misericordiosa, ma sai come sono quando cominciano a tagliare ... Ora mi vergogno da morire! Se penso a com’erano belli i miei capelli mi viene una rabbia! – conclude, con gli occhi lucidi.

- E le tue amiche capellone che ti hanno detto?

- Andate. Dicono che conciata così, farò scappare tutti i ragazzi che ci giravano intorno …lo so che sono brutta … anzi, orrenda!

- Oh, proprio delle vere amiche, eh? – rispondo sarcastico.

Valentina fa spallucce e tira su col naso. Mi fermo a guardarla. Effettivamente la parrucchiera non si è risparmiata, si vede che si voleva guadagnare alla grande il prezzo del taglio, però … adesso gli occhi di Vale sembrano ancora più grandi e se la smettesse di avere quell’espressione imbronciata … e poi … beh, ma come cavolo si veste da quando frequenta quelle lì? Ha delle scarpe troppo a grande per la sua età, una gonna assurda e una maglietta con dei fiocchetti leziosi … puah, mi viene da vomitare ...

- Beh, ma che hai da fissarmi così? Mica sono un baco al microscopio, sai!

- Uh, come sei diventata permalosa! Ti stavo solo guardando. Proviamo a sdrammatizzare un po’, ti va? Secondo me questi capelli ti stanno bene: ti si vede meglio il viso e con la faccetta che hai, non potrai mai essere brutta, forse solo scema … - le dico prendendola in giro – Hai solo un problema: devi cambiare modo di vestire. L’altro giorno alla tele ho visto un programma, dove c’erano delle ballerine di hip hop e una aveva i capelli come te, all’incirca … solo che erano tutti sparati in su, col gel, e poi aveva un modo di vestire sportivo, tranquillo. Mica con questi vestiti assurdi che ti metti da un po’ di tempo in qua! Sembra che tu abbia una gran fretta di crescere …

- Oh Antonio, mi vergogno da morire!

- E dai! Allora non mi ascolti!

- No, non per i capelli! - e finalmente alza gli occhi e sembra che quell’ombra d’incertezza le sia un po’ scivolata via – mi sono comportata molto male con te. Mi dispiace così tanto! Ora non mi vorrai più bene 103, mi vorrai bene zero!

Rido, ricordando quel modo di dire che usavamo qualche anno fa. Poi le scompiglio i capelli e cerco di tenerglieli dritti sulla testa.

- Ma cosa dici? Sei stata la mia prima amica! Ti voglio ancora bene 103. E’ solo che voi ragazze diventate un po’ strane a questa età e vi credete già grandi quando siete ancora delle bambine: siete buffe, ecco! Da domani mi farai vedere la nuova Vale hip hop?

- Ci posso provare …beh, sicuramente la mamma sarà contenta …era tutto un discutere a causa dei vestiti!

- Ah, e poi telefonami e vediamoci ai giardini qualche volta. E possiamo fare la strada insieme tutti i giorni per tornare a casa, se ti va.

- Va bene.

- Mi sa che le tue amiche non ti vogliono intorno perché così sei davvero troppo bella e sono gelose marce …

Vale mi fa un sorrisone mentre suona il campanello di casa e io riprendo la mia strada. Mi sento proprio leggero adesso. Ma faccio appena a tempo a voltare l’angolo che mi blocco di colpo: una nuova doccia gelata mi aspetta appoggiata alla cancellata del mio palazzo.

giovedì 21 gennaio 2016

"Antonio. Punto e a capo!" - diciottesimo capitolo


MADBALL!

 
- Antonio! Ti vogliono al telefono!
Mi alzo incuriosito dal divano per sentire chi c’è. E’ una giornata a dir poco super ultra barbosa.
- Ehi, cacchetta, che facevi?
Alzo gli occhi al cielo, riconoscendo la solita educazione di Lana, ma al contempo sono contento di sentirla. E’ l’unica con un po’ di brio fra quelli che frequento ora. Beh, in realtà la cerchia di amici si è un po’ assottigliata al momento, ma non stiamo tanto a sottilizzare.
- Guardavo la tv, ma niente in particolare. Facevo quello che manda la mamma fuori di testa: zapping furioso.
- Oddio, sei irrecuperabile!Tipico preadolescente annoiato e debosciato.
- Ma come parli?
- Non so, ho letto qualcosa in qualche giornalino di mamma … senti, vengo al dunque: mi servi per una partita di madball. Ci manca un giocatore.
- Madball? -
- Oddio, ma perché continuo a parlare con te? Madball? - ripete facendomi il verso - cosa essere? Io troglodita non sapere. Sei un poppante, d’altronde vai ancora alle elementari … Poche storie: scarpe da ginnastica, scendi al portone, passo a prenderti io.
- In macchina?
- Quale macchina? Mica ho la patente! In bici, no? Tanto è vicino, dobbiamo solo arrivare alla palestra della mia scuola. Hai dieci minuti per prepararti, a partire da cinque minuti fa!
Clic. Malgrado mi tratti in questo modo, Lana mi piace un sacco. M’infilo le scarpe all’istante.
- Mamma, vado a giocare a madball o qualcosa del genere – le dico affacciandomi alla porta di cucina. Lei è lì che lavora la pasta per il pane: è nel suo periodo “naturalista, biologico, torniamo ai vecchi tempi se vogliamo vedere i nuovi” ...
- Grazie al cielo! –fa, senza smettere di impastare – almeno ti schiodi da quella poltrona: ci hai fatto la forma! E dov’è che andresti?
- Solo qui alle scuole medie. Passa a prendermi Lana.
- Che nome strano … ma carino, no?
Alzo le spalle con noncuranza.
– Veramente non ci ho mai pensato … beh, lei di sicuro è strana e i genitori lo sono in genere, per definizione! - le rispondo, sgranando gli occhi.
- Molto spiritoso. Beh, perché non la inviti a fare merenda da noi un giorno? Potrei farvi la schiacciata o delle pizzette. Mi piacerebbe conoscerla: al telefono sembra così simpatica.
- Uhm … prima esercitati a fare la fornaia, poi vediamo … Ops! Suonano alla porta! Vado!
- Non fare tardi!
 
Non appena scendo nel cortiletto, Lana mi fa subito segno battendo il dito sull’orologio, come se fossimo in ritardo. Decido di ignorare la provocazione, per una volta.
-Senti, ma non è che ci sono i tuoi amici teppisti, lì fuori nel cortile? Mica avrei tanta voglia di litigare …- le dico, saltando il classico ciao.
- Ex amici, please … comunque tranquillo, nessuno ti darà più fastidio. Ho detto a tutti che sei il mio ragazzo.
- Coosa? Mi spaccheranno la faccia! Ma sei impazzita?
- No, non lo faranno. Perché sanno che sei figlio di un magistrato, che tua madre è nei servizi segreti e che ti fanno pedinare da alcune guardie del corpo da quando è successo il fattaccio …
- Ma non è vero!
- Certo … ma loro non lo sanno!
- Sei incredibile, io …
- Sì grazie, lo prendo come un complimento. Forza, sali pivello!
- Però quella faccenda dell’essere il tuo ragazzo … - le dico, mentre lei comincia a pedalare, traballando un po’.
- Beh? Che c’è? Mica ti dispiace, no? L’ho fatto per levarmi di torno uno della III C!
A questo punto fa una brusca frenata e si gira a guardarmi.
–Perché, ci sono problemi?
La sua faccetta mi scruta, impertinente, con la bocca serrata e gli occhi luccicanti pronti alla battaglia. E’ buffa, grintosa e … beh, anche molto carina, in effetti. Mica ci avevo mai pensato. Così salto giù dal portapacchi della bici e le vado vicino.
- Nessun problema. Solo ci sono due condizioni.
- Ah sì? Sarebbero? – chiede, guardandomi con condiscendenza.
- Primo: se sei la mia ragazza, preferisco essere io a portare te – le dico, mentre la faccio scendere gentilmente dalla bici – e secondo: non potrai più chiamarmi cacchetta, come fai di solito.
- Primo: un po’ vecchio stile, ma può andare. In effetti, è meglio se pedali tu. Secondo: mi sembra ragionevole.
- Ah, e poi devi farmi sapere se posso dire ai tuoi amici che vado ancora alle elementari.
- Beh, non credo che te lo chiederanno, dopotutto sembri più grande. Però puoi dirlo senza problemi. Sono un’anticonformista, io. Adesso poi va di moda il fidanzato più giovane …
- Allora è andata. Sei la mia ragazza.
- Beh, solo per finta, che credi! – fa lei, salendo in piedi sul portapacchi.
 
Quando arriviamo, non c’è ombra di nessun teppista, e passando per il giardino della scuola arriviamo alla palestra.
 
- Ragazzi, ho portato un novellino. Si chiama Antonio.
- Ehi, ma non è il suo ragazzo? – bisbiglia una.
- Già. E sembra pure carino, eh?
- Come ti butta, bello?- mi fa un tipo con un’enorme tuta da ginnastica, dandomi il cinque e stringendomi il braccio.
- Sì, beh, iniziamo le presentazioni – comincia Lana, vedendo che sono un po’ frastornato dall’accoglienza - Allora, questo qui è Rap. Il motivo del soprannome te lo lascio immaginare …
Per tutta risposta il tipo si mette a rappare un pezzo inventato da lui.
- Benvenuto fratello, questa scuola è un fardello, se non sai rappare, prova almeno a giocare, ah ah, mh mh -
- Sì, grazie Rap. Non so se hai indovinato, ma non è il primo della classe, anche se va benissimo a musica. Il Prof. adora il genere, dice che è una forma di poesia metropolitana e bla bla bla…
Gli sorrido per fargli capire che ho apprezzato e mi volto verso la ragazza vicino a lui.
- Questa è Lucinda, nemmeno lei un fulmine di guerra a scuola, ma mitica nello sport e nel fare i capelli.
- Tanto che m’importa? – risponde scuotendo la testa e facendo spallucce – quando finirò la scuola, andrò a fare la parrucchiera nel salone di mia cugina. L’ho detto anche ai prof., almeno mi passano senza fare tante storie …
- Lui invece è Einstein: genio in tutto, perfino nello sport – continua Lana, indicando un tipo che porta gli occhiali legati con l’elastico.
- Che ci devo fare? Mi viene naturale – ammette soddisfatto.
- E per finire lei è Tristana, contraddizione in termini. Per vendicarsi dei suoi genitori che le hanno dato un nome così assurdo, è quella più allegra di tutti! Infatti, si fa chiamare Gaia. Attento al fischio quando ride: potresti diventare sordo, quindi rispetta la distanza di sicurezza. Bene, ci siamo tutti. Sai di cosa si parla tesoruccio?
Con un gesto della mano mi mostra il campo.
- Come vedi è un campo da basket, con una rete da pallavolo. Ogni squadra deve cercare di fare canestro, che nel madball si chiama mango, e impedire che ce lo facciano gli altri fregandoci la palla. Rap? Qualcosa da dire?
- Sì fratello. Le cose migliori sono le mischie. Purtroppo però durano massimo otto secondi!
-Ma come si fa a oltrepassare la metà campo? – chiedo a Rap, per chiarirmi le idee.
- Semplice!  Basta lanciare la palla sopra la rete. Occhio anche ai falli. Dopo tre sei fuori, out, finito, kaputt. Ok?
- Appunto, vedi di non farti mandar fuori anche stavolta, eh Rap? Si gioca al meglio dei tre set. Dai, facciamogli vedere il bloccaggio.
- Ok fratello. Guarda me e impara. Se ti bloccano, occhio che non ti sollevino da terra: è PROIBITO, OK? E se ti buttano in terra, che è comunque irregolare, puoi sempre tirargli …
- Sì va bene, penso abbia capito – taglia corto Lana -se ti bloccano, o difendi la palla o la passi a un compagno. Niente sgomitate, strattonate, calci, eccetera. E la palla è questa, dolcezza.
- Ehi Lana, ma dov’è che l’hai trovato un tipetto così carino? – le chiede Lucinda, ridacchiando e passandomi ai raggi X.
- Nelle patatine … andiamo, non perdiamo tempo ragazzi – risponde Lana, asciutta.
- Fai la sbruffona ma si capisce che sei cotta come un fegatino. Non è vero, ragazzi? Voi che dite?
Lana le assesta una manata, ma diventa tutta rossa.
– Piantala di dire scemenze o ti rapo i capelli a zero, parrucchiera dei miei stivali!
- Certo che sei sempre aggressiva, eh? Soprattutto quando ho ragione – sghignazza Lucinda - Va bene, meglio giocare. Rap, facciamo squadra insieme a Gaia? Lasciamo Einstein al novellino e a Lana.
A parte le battutine, che m’imbarazzano, ma che mi divertono comunque, questi ragazzi sono davvero simpatici! E poi Lana è così sciolta che anch’io, che di solito sono timido, non ho nessuna paura di fare la figura dell’imbranato e mi butto nella mischia del gioco. Semplicemente ci provo. Ogni tanto Rap mi richiama all’ordine, perché faccio qualche errore, ma non m’importa. Siamo qui solo per divertirci e fare una bella sudata. E la cosa migliore è che posso finalmente scaricare l’enorme energia che sento dentro e che spesso non so come buttar fuori. Fra un set e l’altro scherziamo sui difetti degli altri e sul punteggio, ma tutto è fatto senza quella competizione esagerata che ti leva il gusto dello sport. Quando Einstein fischia la fine del terzo set vorrei solo ricominciare. Incredibile, ma questo pomeriggio il cervello non mi ha frullato nemmeno un po’ ed è la prima volta dopo tanto tempo.
- E allora testolina? Ti sei divertito, eh? –mi fa Lana, con gli occhi scintillanti – sei sudato come un cinghialotto.
- Lo so. Sembro una fontana, vero?
- Bleah, sei disgustoso – Lana strabuzza gli occhi e fa una boccaccia, ma mi passa lo stesso la mano nei capelli.
- Allora che te ne sembra? –mi fa Gaia, facendo un sorriso e scoprendo degli enormi dentoni.
- E’ la cosa più divertente che abbia fatto da un pezzo!
Si guardano l’un l’altro per un attimo e sembra che si parlino senza aprire bocca.
–Se è così sei in squadra, novellino – mi dice Lucinda, a nome di tutti.
- Cioè?
- Dobbiamo sostituire un ringambone, che all’improvviso ci ha dato buca. Ci manca un ragazzo in squadra, altrimenti niente campionati a giugno.
- Beh, veramente ho appena cominciato – rispondo, sentendo dentro una felicità e un entusiasmo sconosciuti da tempo - fino a stamani non sapevo nemmeno cos’era il madball …
- Sei tu quello giusto, fratello! Sei in gamba. Veloce, scattante, sveglio – continua Rap.
- Ma sono solo …
- Solo? – mi fanno in coro.
- Beh, sono solo alle elementari – rispondo, cercando di non sprofondare.
- Beh, ma non ci sono regole così ferree- spiega Einstein - e poi a settembre andresti comunque alle medie, no? Che vuoi che sia: mese più, mese meno …
- Allora ok. Insomma … mi piace un sacco … se per voi va bene …
Poi mi prende un dubbio e non riesco a fare a meno di chiedere.
- Ma chi era il ringambone?
- Oh, solo il “guerriero” - mi fa Gaia, con noncuranza.
- Chi? – rispondo sgranando gli occhi - Ma non si chiamava così quel bulletto che ….
La risata di Gaia mi stende, mentre tenta di controllarsi. Dopo una partenza con un fischio assordante tipo sirena, continua a essere scossa dai singhiozzi fino alle lacrime, mentre cerca di continuare a parlare.
- Scusa novellino, è solo che hai fatto una faccia così buffa! Prima sembravi un semaforo da quanto eri rosso … poi sei sbiancato di colpo! Comunque tranquillo, stavo solo scherzando. Non era il “guerriero”! Era un mio compagno di classe, che non potrà più giocare finché non avrà voti più decenti. E’ una lotta dura fra lui e i suoi genitori!
- Ah, mi sento meglio! 
 
Mentre io e Lana torniamo a casa in bici, penso che oggi il mio quaderno con le api custodirà finalmente le confidenze di una giornata speciale. Spero sia solo l’inizio di tante pagine piene di sorrisi … ah, e la prossima volta magari mi faccio insegnare da Rap qualche altro bloccaggio efficace … non si sa mai!
 
 

venerdì 11 dicembre 2015

"Antonio. Punto e a capo!" - diciassettesimo capitolo


TEMPO DI CAMBIARE

 

I miei, quando ho fatto il grande annuncio, si sono guardati sbigottiti e increduli, ma non hanno cercato di farmi cambiare idea.

- Sei sicuro? – mi ha chiesto il babbo aggrottando la fronte.

- Certo.

- E la gara di sabato? – è intervenuta la mamma.

- Pace – ho risposto allargando le braccia – io non ci vado.

Devo essere sembrato parecchio convinto, perché allora la mamma si è stretta nelle spalle ed ha aggiunto soltanto

- Beh, a noi va bene, però due parole al mister gliele vai a dire.

- Per fare che? A cosa serve scusa? – ho risposto, sulla difensiva.

- Finora ti eri preso un impegno, no? Se molli glielo dovrai pur dire. Mica vorrai sparire senza spiegazioni! – è intervenuto il babbo.

- Ma mi scoccia … tanto ci saranno tremila ragazzi che vogliono correre, mica stanno ad aspettare me …

-Non ha importanza Antonio – ha concluso la mamma - Fai quello che devi e basta. Mica ti mangia il mister!

- Però …

- Nessun però. Argomento chiuso. Se vuoi ti accompagno – mi ha detto il babbo.

- Perché non portate anche Clotilde? – ha detto allora la mamma – magari è la volta buona che mi faccio una manicure. Le mie unghie implorano pietà! - ha concluso ridendo e stendendo la mano di fronte a se’ per valutare la situazione con occhio critico.

 

Così siamo usciti di casa lasciando la mamma alla sua ora d’aria. Ho cominciato a sentire le rane nella pancia. Mica mi andava di parlare col mister. Lottavo fra la voglia di correre per arrivare prima e liberarmi di quel peso e la voglia di non arrivare mai per non dover affrontare i suoi occhi penetranti e il suo giudizio severo. Sapevo già che non sarebbe stato contento. Quando l’ho visto, col solito cronometro in mano e il cappellino a tesa lunga, mi sono avvicinato piano piano, mentre il babbo e Clo mi aspettavano poco distante.

Lui era impegnato a sbraitare dietro alcuni ragazzi che, secondo lui, non s’impegnavano abbastanza. Però si è accorto subito di me.

- Antonio! – ha esclamato, con un guizzo di contentezza negli occhi – ma che ci fai qui oggi? Mica è giorno di allenamento per te! Non puoi stare lontano dalla pista, eh?

Avrei voluto sorridere, ma mi è venuta fuori una smorfia penosa … perché a volte la vita è così difficile? Il mister evidentemente non aveva la dote della chiaroveggenza!

- Che c’è? Ti senti male? – mi ha allora chiesto lui, dato che non mi decidevo a parlare.

- No, no.

- E allora?

Ho strizzato forte gli occhi un momento e mentre il cuore mi balzava in gola, ho detto in un fiato

- Mister, io non corro sabato …

- Eh? Ma che, ti fa male il polpaccio come l’altra volta? Mica ti sarai fatto uno strappo …- ha riposto lui, corrugando la fronte, preoccupato.

- No mister. Io non vengo più a fare atletica.

- Ma che stai dicendo …

- Che non ci vengo più perché … beh, non mi va più. Io … - ho cercato di trovare le parole, sperando mi uscissero da sole, per spiegargli, fargli capire … ma non mi è venuto niente in mente da dire - mi dispiace – ho concluso, scrollando le spalle.

- Beh ragazzo, ti dico solo una cosa: stai facendo un colossale errore … CO-LOS-SA-LE! Avevi stoffa per arrivare, andavi forte, eri in netto miglioramento sui tuoi tempi – e mentre mi diceva questo, enumerava il tutto usando le dita come se contasse. Mi dici perché diavolo molli?

- Antonio è un po’ stanco in questo periodo – sento la voce del babbo che si è avvicinato a noi e mi salva da quella situazione penosa – in fondo si tratta delle ultime gare. Lasciamogli il tempo di sbollire un po’. Magari a settembre avrà cambiato idea e ricomincerà con grinta maggiore.

Vedo il mister che scuote la testa – No, no, è un errore! – risponde con foga - buttiamo via mesi di allenamenti per niente, per un capriccio o che so io …E’ un peccato … lei dovrebbe …

- A volte i tempi non tornano – si limita a dire il babbo gentilmente ma con fermezza, poggiando una mano sul braccio del mister. 

- Vengo io a correre se vuoi … eh, se vuoi … – interviene Clo, guardando il mister con gli occhioni spalancati.

A quel punto ci sciogliamo un po’ tutti dalla tensione, con quella buffona di Clotilde. E sorridiamo mentre il mister si mette a scherzare con lei, invitandola a fargli vedere cosa sa fare. Lei ride con quella sua risata piena e gorgheggiante, mentre fa una corsetta e torna da noi.

Quando ce ne andiamo, il mister mi mette una mano sulla spalla e mi mormora:

- Guarda che ti aspetto a settembre.

Sento il suo affetto che mi ricopre come una pioggia. Non mi ero mai reso conto che ci tenesse così tanto a me. Sembrava sempre così burbero e mai soddisfatto.

- Mi prometti che ci pensi? Per davvero?

Faccio di sì con la testa, mentre lo guardo negli occhi come lo vedessi per la prima volta. Poi lui si volta di scatto verso la pista. I ragazzi che si allenano stanno battendo un po’ la fiacca, approfittando della nostra chiacchierata.

- Beh? Che fate allo stato brado? – li apostrofa lui - Correre, correre, COR-RE-RE!

Il babbo mi guarda e fa finta di fare una faccia terrorizzata.

- Ehi, un vero mastino il tuo mister! Come hai fatto per tutto questo tempo … con uno che ti vuole così bene! – finisce, strizzandomi un occhio.

Mentre ci allontaniamo, sento una grande tranquillità che mi scende dentro, ma non riesco a evitare di voltarmi più volte verso di lui. E’ sempre lì a incitarli, con quel cappellino che lo protegge dal sole, quella pelle sempre abbronzata e la maglia dell’“ATLETICA CAMPO MARTE” che mi sono messo centinaia di volte anch’io, fino alla scorsa settimana.

 

Oggi ho imparato che le persone che conosciamo di più sono quelle che osserviamo meno … ma così forse alla fine finiamo per non vederle davvero e per non accorgerci di cose importanti. Oggi mi sono reso conto che il mister mi vuole bene e tiene a me, anche se ho smesso di correre.

P.S. E quella verruca sul gomito che non avevo mai notato? Deve fargli parecchio male, mi sa.

 

martedì 24 novembre 2015

"Antonio. Punto e a capo!" - sedicesimo capitolo


UN REGALO A SORPRESA
  

Quando sono tornato a casa, ho trovato sulla mia scrivania un quadernone con la copertina celeste e con delle api gialle: avevano gli occhietti vispi e simpatici.

Sopra c’era un bigliettino di babbo e mamma:

Dato che è da un po’ di tempo che è difficile parlare con te, abbiamo pensato di regalarti questo quadernone: potresti scriverci i tuoi pensieri, cosa c’è che non va e tutto quello che invece ti rende felice. Come fosse un tuo personale totem della felicità … Crescere vuol dire anche imparare a confrontarsi con problemi diversi. L’importante è fare sempre le cose con amore. Forse alla fine di ogni giornata potresti trovare il senso di tutto quello che ti è successo scrivendo: “Oggi ho imparato che …” e aggiungendo una tua personale riflessione, acuta e pungente come le api raffigurate sul quadernone! Speriamo che questa idea ti piaccia!

Ti vogliamo bene, Babbo e Mamma.

Ho pensato che il biglietto mi aveva:

a)  fatto piacere

b) imbarazzato

c)  complicato per un momento la vita, perché non sapevo se dovevo dire qualcosa o fare finta di niente a cena.

Ho aperto il quaderno e ho scritto:

OGGI HO IMPARATO CHE A VOLTE LE SORPRESE TI FANNO PIACERE, MA TI CREANO ULTERIORI PROBLEMI CHE PRIMA NON AVEVI …

Beh, non era molto acuta come riflessione, ma per iniziare andava bene ... Rimanendo a fissare il foglio, mi sono venuti alla mente mille altri pensieri confusi, che mi hanno riempito il cervello … come quando guardi le onde del mare e provi a contarle, ma alla fine non ne puoi più, perché sono interminabili … e nonostante tutto, sentivo che qualcosa d’importante continuava a sfuggirmi, non voleva farsi acchiappare … fissando i quadretti del quadernone, mi è venuta alla mente un’immagine: quella di me e Gennaro in riva al mare, l’estate scorsa. Una domenica ero andato al mare con la mia famiglia e Gennaro era venuto con noi. Ricordo com’eravamo felici di poter passare un intero giorno insieme, e durante tutto il viaggio avevamo cantato ininterrottamente e raccontato un sacco di barzellette. Le risate riempivano l’abitacolo della macchina … Appena arrivati sulla spiaggia, eravamo andati a riva, a caccia di conchiglie. Cercavamo di prenderne una che avevamo intravisto e che ci sembrava bellissima, ma tutte le volte l’onda era più veloce di noi, e non riuscivamo ad afferrarla: la sabbia la nascondeva, poi quando l’onda si ritirava, la scorgevamo di nuovo che si rotolava sospinta nell’acqua. La seguivamo affannosamente con gli occhi per non perderla, ma quando tuffavamo la mano, l’onda era di nuovo tornata a rimescolare tutto … affondavamo le mani nella sabbia, alla cieca, ma nelle nostre mani restavano solo piccoli sassolini e conchigliette … Alla fine io e Gennaro l’avevamo presa, tuffando le mani nello stesso punto. Avevamo diviso la conchiglia ambita, spezzandola, e ognuno di noi la custodiva appesa a un filo attaccato al letto. Eccola lì, infatti, adagiata come sempre alla spalliera ...


Finalmente la confusione nel mio cervello svanisce. Come se qualcuno avesse soffiato via una polvere, adesso vedo chiaramente cosa c’è che non va. Riprendo la penna in mano e senza pensare scrivo:

OGGI HO IMPARATO CHE GENNARO MI MANCA, ANCHE SE FACCIO FINTA DI NIENTE CON TUTTI, PERFINO CON ME STESSO. E CHE L’ATLETICA NON MI PIACE PIÙ E NON CI VOGLIO PIÙ ANDARE, ANCHE SE SONO BRAVO. MA CHI SE NE IMPORTA SE SONO BRAVO SE NON MI DIVERTO PIÙ? E POI, HO PAURA DI RESTARE SOLO. E PAURA CHE NON AVRÒ MAI PIÙ UN AMICO COME GENNARO. E VORREI AVERE PASSIONE PER UN ALTRO SPORT ED ESSERE BRAVO, MA NON SO QUALE SPORT POTREI FARE E POI VORREI ANCHE CHE IO E GENNARO FOSSIMO DI NUOVO AMICI, MA ORMAI SONO PASSATI COSÌ TANTI GIORNI CHE HO PAURA CHE LUI A QUESTO PUNTO NON VOGLIA PIÙ E

- Antonio! Vieni a tavola: si mangia!

Vedo la testa della mamma che fa capolino dalla porta. Il suo sguardo si posa sulla scrivania e sul quadernone aperto, ma fa finta di niente e distoglie subito lo sguardo.

- Arrivo! - le rispondo, affrettandomi a chiudere il quaderno. Poi mi alzo e le appioppo un abbraccione, che spero le faccia capire che sono contento del regalo. Lei mi risponde con una strizzatona da “attacco spaziale”, come la chiamiamo noi.

- Andiamo, che si fredda tutto sennò.

 

martedì 17 novembre 2015

"Antonio. Punto e a capo!" - quindicesimo capitolo


IL SEGRETO DI STEFANO

 
- Antonio! Hai visto che ore sono? Farai tardi ad atletica se non ti sbrighi … lo sai quanto è severo il mister sulla puntualità!

- Uhm … oggi non ci vado, mamma.

- Stai male? –mi chiede aggrottando la fronte preoccupata.

- No.

- E allora? Come mai non vai?

- Non mi va.

- Come non ti va? Ma se prima ci andavi anche con il raffreddore!

- Uffa quante storie! Non mi va e basta! Mica è obbligatorio! – ho risposto quasi urlando.

- Calmo eh? - interviene il babbo severamente, che per l’appunto è a casa con l’influenza – ti sembra il modo di rispondere alla mamma? Fra una storia e un'altra è più di un mese che ci vai una volta sì e tre no …. Credevamo ti piacesse fare atletica. Hai vinto sempre nelle ultime gare!

- Appunto … magari è proprio per quello – rispondo svogliato.

- Che vuoi dire?

- Non lo so.

- Certe volte, Antonio, non è facile parlare con te – risponde il babbo scuotendo la testa in segno di sconforto - bisogna tirarti fuori le parole di bocca con il cavatappi. Nessun problema se non ci vuoi andare, solo sembri un po’ demotivato e strano.

- Sono stanco

- Problemi?

- Sì, troppi: di matematica – rispondo eludendo la domanda, e il babbo alza gli occhi al cielo spazientito.

- Però sono migliorato con l’aiuto di Stefano, vero? Quasi quasi faccio un salto da lui per controllare i compiti per domani.

- Chiamalo prima, potrebbe essere uscito – interviene la mamma, deponendo per il momento le armi.

- Sì, figuriamoci! Per andare dove? Lui non ha amici. Studia sempre. E’ per questo che è il migliore della classe.

- Dove vai con il giubbotto Antonio? Vengo anch’io con te? Oggi il cappello, però, non me lo metto – mi fa Clotilde raggiungendomi alla porta di casa e porgendomi il suo giubbottino.

- No Clo. Vado solo io fuori. Tu stai in casa. Sei malata.

- Non ce l’ho più la febbre. Voglio venire con te.

- Ma io vado da un mio amico, a studiare.

Lei allora fa la faccetta triste e così la prendo in braccio, dondolando pericolosamente: in fin dei conti sono più di quindici chili di bambina!

- Ti prometto che torno presto … e dopo giochiamo! E mentre sono fuori non fare più a pezzi i miei giornalini, va bene? - le sussurro.

- Va bene - mi fa sgranando gli occhioni con un guizzo impertinente – uno sì, però … ritaglio quello vecchio!

 

Volo giù per le scale a rotta di collo, come dice la nonna Dibra. In un attimo sono in strada e, non so perché, mi viene spontaneo respirare a pieni polmoni. Aria di libertà. Non per niente, ma a volte non hai voglia di star lì a scandagliare tutto quello che senti. Però i miei hanno ragione. Ultimamente ad atletica vado davvero forte, eppure sembra che non me ne importi più niente. Anche mentre gareggio, non sento più l’adrenalina di un tempo. E pensare che il mister l’altro giorno mi ha pure fatto i complimenti. “Bravo Antonio. Sei finalmente riuscito a lasciar fuori quell’ansia che t’impediva di dare il meglio. Adesso, quando gareggi, sembri un professionista: lucido, concentrato. Sei cresciuto, ragazzo” – ha concluso con aria soddisfatta. Sì, concentrato sì, ma distaccato. La testa è lì, ma il cuore è da un’altra parte. Solo non so dove. Non è vero che ho lasciato fuori la parte emotiva di me, è solo che lo spazio per la parte emotiva … non c’è più. E non so perché. Eppure un tempo mi piaceva. Magari è tutta colpa di quello che è successo con Gennaro, penso mentre continuo a prendere a calci il solito sasso che mi sto portando dietro da un po’.

Eccoci qui. Casa di Stefano. Passare da questa strada rende il tragitto più lungo, ma più sicuro: mica ho voglia di fare di nuovo brutti incontri davanti alle scuole medie. Quei tipi potrebbero essere lì anche stasera e di riprenderle non ne ho punta voglia.

- Chi è? – mi fa una voce da dietro la siepe.

- Buonasera. Sono Antonio, un amico di Stefano.

- Stefano non c’è.

- Ah … - rispondo un po’ deluso.

- Vuoi entrare comunque? – mi fa la voce. E intanto fa capolino dall’inferriata anche il viso di un uomo con un gran cappello in testa, che tiene in mano una sega circolare

– Sono il giardiniere, Narciso …

- Basso e indeciso – penso, senza osare pronunciare quella che mi pare la spiritosaggine del secolo – beh, il suo nome calza a pennello col suo lavoro …

- Direi di sì – fa lui, con la faccia di chi è abituato a sentirsi dire certe cose - Allora che fai? Entri o no?

- No, grazie. Volevo solo riguardare il problema di matematica per domani.

- Beh, allora puoi raggiungerlo in biblioteca. Va sempre lì a studiare dopo che ha fatto la sua ora di lettura. Fra una mezz’ora dovresti trovarlo.

- Che ora di lettura?

Per tutta risposta si è limitato ad alzare le spalle arrovesciando in giù la bocca, come a dire che non sapeva altro. Veramente avevo il permesso di andare solo a casa di Stefano e non di andarmene a girellare da solo allegramente. Ma dato che la biblioteca non era molto lontana da lì, ho deciso che un salto avrei anche potuto farcelo. La strada la conosco bene, perché è vicina alla mia scuola e poi perché ci sono stato tante volte con la mamma e Clotilde.

 

La biblioteca è in un bel palazzo, dove ci sono anche un sacco di uffici, la succursale del liceo linguistico e un istituto per non vedenti. Mentre camminavo nei corridoi che portano alla biblioteca, sono passato davanti ad una porta, dove ho sentito la voce di un ragazzino che leggeva ad alta voce. Mi sono soffermato un attimo, perché leggeva davvero bene, caratterizzando le voci dei personaggi. Mi sono domandato cosa mai potesse esserci dietro quella porta, così ho tirato su la testa e ho letto la targhetta in ottone:


IL LIBRO RECITATO
 
 

 

 


Dato che non passava nessuno, sono rimasto lì dietro ancora un po’, ad ascoltare, e via via che la voce leggeva, mi pareva sempre più di riconoscerla come quella di Stefano. Così non ho saputo resistere: ho abbassato la maniglia piano piano, con circospezione, e sono entrato. Stefano era in piedi nella stanza, ma non poteva vedermi, perché era di schiena. Un uomo che sedeva dietro un banco mi ha fatto segno di rimanere in silenzio. Io mi sono seduto per terra, con la schiena contro il muro, abbracciandomi le gambe. Stefano era senza maglione, con la camicia con le maniche arrotolate e, mentre leggeva, non poteva fare a meno di gesticolare, come stesse recitando in teatro. Nella stanza, sul lato opposto, c’erano tre ragazzi e una ragazza, che ascoltavano come me, seduti su delle sedie, a occhi chiusi e in vari punti si sganasciavano talmente tanto dalle risate da coprire quasi la voce di Stefano.

Quando ha finito di leggere il capitolo, ha fatto un cenno all’uomo dietro il banco, così quello si è affrettato a dire:

– Ok ragazzi, tempo scaduto … torniamo in classe e ringraziamo come sempre il nostro amico.

A quel punto si è alzato un coro di proteste.

“No, ma come?” “ E’ già passata un’ora? Non si può fare un altro pochino?” “Dai, magari solo qualche altra pagina …”

- Niente da fare ragazzi. Purtroppo dobbiamo andare ed anche Stefano ha i suoi compiti per domani, no?

- Beh, sì, però se volete …

- Ci piacerebbe, ma non possiamo. Alla prossima settimana, Stefano.

Così si sono alzati e ognuno di loro ha preso un bastone bianco e solo allora ho capito che quei ragazzi non vedevano. Guidati dalla voce di Stefano, che stava ancora scambiando qualche battuta con quel signore, gli si sono fatti tutti intorno per dargli chi una pacca sulla schiena, una stretta al braccio, una carezza sul viso. Ognuno di loro l’ha toccato salutandolo.

- Credo ci sia un amico per te – gli ha fatto uno mentre usciva e mi passava accanto – è entrato prima, mentre leggevi ….

Così Stefano si è finalmente voltato ed è rimasto a guardarmi fra il sorpreso e l’infastidito. Ha afferrato il suo golf e il suo zaino e mi ha strattonato fuori.

- Che vuoi? – mi ha apostrofato non appena siamo usciti – mi stai spiando?

- Ma che spiando! Ero solo venuto a cercarti e sono passato da qui … ho sentito la tua voce e sono entrato a vedere. Sei forte a leggere! Sembri un attore! Ma perché non mi avevi detto niente? Per quei ragazzi sei un mito! – gli ho detto con entusiasmo.

- Appunto – ha risposto lui, asciutto.

- Che vuoi dire?

Per tutta risposta ha fatto spallucce e dopo, mentre si risistemava un po’, ha proseguito - Dai, non importa … è solo che mi scoccia. Questa è una cosa mia, capisci? Questo sarebbe proprio come dovrebbe essere se solo …

Ho fatto un movimento con la testa per invitarlo a continuare.

- … se solo non fossi così brutto e … unto!

Questo è il classico caso in cui in teoria dovresti dire qualcosa d’incoraggiante, ma sai già che le tue parole non uscirebbero convincenti. In fondo Stefano è davvero unto e insomma, non proprio bello, ecco. Così sono rimasto zitto.

- Che incoraggiamento! Grazie davvero! Il tuo mutismo dimostra solo che ho ragione - ha fatto lui sarcastico.

- Beh, che ti devo dire … mamma dice che il tuo non è unto: è sebo … prima o poi se ne andrà, basta crescere.

- Non mi preoccupa il prima o poi, mi preoccupa il “frattempo”.

- Nel frattempo sei intelligente … e simpatico … anche se non molti se ne accorgono in classe, perché stai sempre sulle tue – mentre parlo, gli rivolgo una sbirciatina di sottecchi per vedere come la sta prendendo, ma le parole ormai mi escono da sole, senza che possa fermarle - e poi sei così bravo che gli altri si sentono un po’ inferiori, e se la prendono con te …

- Fantastico!

- Invece questi ragazzi qui sono diversi: loro ti vogliono bene. Si capisce, perché tu sei completamente aperto verso di loro, sei solo quello che sei.

- Il punto è che loro non mi vedono… e quindi non mi giudicano per i miei capelli unti, ma solo per quello che sentono, per quello che credono che io sia. Sai che direbbe il mio babbo? Il loro giudizio non è viziato dal mio aspetto.

All’improvviso, senza rendermene conto, solo parlando, ho capito che quei ragazzi del libro parlato avrebbero amato in modo uguale Stefano, anche se avessero potuto vederlo, e che era il giudizio di Stefano a essere viziato, per dirla come l’avrebbe detta il principe rospo … beh, senza offesa, s’intende. Il problema non erano solo i suoi capelli unti, ma anche il suo atteggiamento in classe. Era vero che suggeriva, che faceva copiare i compiti, e che nonostante tutto continuavano a chiamarlo “untore”, ma era vero anche che lui non era mai spontaneo in classe come l’avevo visto poco prima con quei ragazzi, che per paura di essere rifiutato non si mischiava mai a noi nell’intervallo. Certo, era colpa anche nostra, e avrebbe dovuto avere un gran fegato per riderci su con noi quando qualcuno faceva battute su di lui. Però averlo visto prima mi aveva fatto fare un bang nella testa: prima sembrava un altro. Il suo atteggiamento, la sua voce, anche il modo di stare in piedi e di gesticolare faceva capire che era davvero un tipo tosto e che se si fosse mostrato così anche a scuola, avrebbero smesso di dargli noia.

- Oh! Ti sei addormentato?

- No … sai, pensavo che magari è colpa tua se a scuola non sei popolare. E’ la tua testa per prima che devi cambiare … devi solo farti conoscere, ecco. Così come ora ti conosco io.  

- Ora alla fine stai a vedere che è colpa mia! Certo che sei proprio forte! Come se non sapessi che Tommaso fa circolare in classe i suoi fumetti: “le mirabolanti avventure dell’Untore e Scordinello” ... li hai letti pure tu, credi non lo sappia?

- Già. E ti dico pure una cosa: sono divertenti. Perché Tommaso disegna benissimo e ti ha fatto un costume da eroe niente male … perché in quei fumetti, sarai pure l’untore, ma sei un personaggio positivo. E se li avessi letti anche tu, come li ha letti Scordinello, ops ... Marco intendo, ti saresti divertito! Qui sta la differenza: Marco ci ha riso su e anche se lo chiamano con quel soprannome, tutti lo ammirano comunque, perché quando gioca a basket sembra che voli quando va a canestro … solo che mentre cammina normalmente sembra scoordinato. E’ un difetto, ma solo perché è molto alto e magro e credo ancora non abbia trovato dove mettere quel chilometro di gambe che si ritrova. Scusa se non te l’ho detto prima, ma ci ho pensato solo ora. E’ stato un flash. Ciao.

E’ solo quando sto per uscire dall’edificio, nell’atrio grande del portiere, che sento che Stefano mi richiama.

- Antonio! Ma dove vai? E poi, perché sei venuto a cercarmi?

- Lascia perdere Stefano, bisogna che scappi: è tardi. – rispondo senza voltarmi - E quel ”bisogna che” mi segue fino a casa, martellandomi nella testa e ricordandomi la tipica espressione che usa Gennaro. Ma perché mi sarà venuto in mente?