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mercoledì 22 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 41



SCOMPARSI!


Apro la porta e Erina mi abbraccia, in una nuvola di profumo!

- Cliiiiii, eccoci! Lo sapevi che c’è il mercatino? Dopo ci andiamo, vero?

Entra in casa, seguita da Davide, che mi lancia un’occhiata di saluto e un sorriso che uccide. Deglutisco a vuoto e faccio finta di niente, anche se sento il viso che va a fuoco. Davide si guarda intorno e sembra colpito.

- Però, mica te la passi male. Se queste sono le premesse, chissà quanto saranno fighi i tuoi amici: quanta gente hai invitato?

- In realtà per ora mi hanno risposto di sì solo in tre.

- Tutte ragazze?

- Solo una ragazza, gli altri sono maschi.

- Poteva andare meglio.

- O forse peggio – ironizza Erina.

- Almeno è carina? – s’informa Davide, riavviandosi il ciuffo.

Faccio spallucce.

- Si chiama Lucia ed è una coccinella.

- Pensavo fosse una ragazza…

- Non fare lo scemo! Intendo una scout: si chiamano coccinelle.

- Uhm, potrebbe essere un’esperienza.

- Non farti illusioni: è già innamorata di un tipo.

- Forse perché ancora non mi conosce!

- Davide, ti prego, risparmiaci! – gli dice Erina, assestandogli una gomitata – e gli altri chi sono?

- Il Bolla, Paolo e Fede – chissà perché l’ho detto per ultimo.

- Fede?

- Sì, il Vile…sperti.

- Oh, quindi il Vile si chiama Federico e tu non lo chiami più Vile, ma Fede… mi nascondi qualcosa? – mi chiede Erina, ridendo e guardandomi di sottecchi.

- Ma che dici?

- Sarà, Clizietta mia… bene, e come ci hai fissato?

- Ci vediamo in piazza alle nove.

- Ok. Che profumino che sento! – chioccia Erina, salutando la nonna. Poi si gira di nuovo verso me e mi bisbiglia - Dopo ci mettiamo un po’ a lustro, che ne dici? - e mi mostra un astuccino con i trucchi.



Finalmente siamo usciti e mi sento un po’ più rilassata. La cena è andata bene, la nonna aveva fatto degli antipastini e il suo cavallo di battaglia: un rotolo di carne farcito con lo speck e patate arrosto. Poi io ed Erina siamo sparite in bagno a truccarci un po’, lasciando Davide a chiacchierare con la nonna. Io ho preferito darmi solo un po’ di blush e il mascara marrone, Erina invece ha fatto le cose in grande, tanto che, quando l’ha vista, la nonna mi ha lanciato un’occhiata perplessa. Ho fatto finta di non capire e siamo usciti in tutta fretta.

Andando all’appuntamento ci fermiamo ogni due secondi a vedere le bancarelle del mercatino tradizionale della fiera, che si snoda fino a via Portigiani. Quando vedo gli altri in lontananza mi sento un po’ nervosa. In teoria dovrei essere quella spigliata che aggrega amici che non si conoscono, quando in realtà sono proprio io che ancora non conosco bene i miei compagni di classe. Il fatto è che quando sono nervosa mi impappino e faccio delle figure assurde. L’unica fortuna è che i compagni che mi hanno risposto sono quelli con cui ho più confidenza.

Un po’ impacciata faccio le presentazioni e Lucia praticamente mi si catapulta addosso, dando appena uno sguardo a Davide ed Erina. Uhm, questo mi fa piacere: come farà Davide a capacitarsi che Lucia non sia rimasta folgorata dalla sua bellezza? Lucia sembra eccitata e senza fiato, mi prende da parte e mi afferra per le spalle, bisbigliando.

- Clizia, non puoi capire che favore mi hai fatto a chiamarmi!

- Beh, sono contenta anche io di vederti, Lucia, almeno abbiamo la possibilità di chiacchierare un po’ e…

- No Clizia, guarda, scusa scusa scusa davvero, ma sono solo venuta ad avvertirti e poi scappo!

La guardo senza capire e lei diventa rossa.

- Stasera mi vedo con lui!

- Lui chi?... Oh, lui! Davvero?

- Sì! Ancora non ci credo! Ci siamo incontrati l’altro giorno, mentre tornavo da un’uscita con gli scout. Io ero in divisa, volevo sprofondare per la vergogna e camminavo pianissimo per non incontrarlo e invece lui rimaneva lì, impalato, fino a quando ho capito che aspettava me! Insomma, mi ha chiesto di uscire, ma non sapevo come fare per non dirlo ai miei e poi mi hai telefonato e così ho fissato con lui, ma ai miei ho detto che venivo qui con te a vedere i fuochi perché sei nuova, non conosci quasi nessuno e mi fai un po’ pena.

- Cooosa?

- Oddio, scusa, ma qualcosa dovevo dire, no? Però non mi fai pena davvero, tranquilla.

Sospiro e mi viene quasi da ridere a vedere la sua faccia così contenta ed emozionata.

- Dove vi incontrerete?

- Lui suona nella filarmonica. Adesso c’è il concerto nella piazzetta della Cattedrale e appena finisce di suonare mi aspetta lì, davanti alla chiesa.

- In abito da cerimonia? Promette bene!

- E dai! Sii seria! Allora? Mica ti scoccia?

- No, sono contenta per te, solo non fare cavolate!

- Ok, allora scappo, eh… mi raccomando: acqua in bocca! Ciao ragazzi, mi dispiace non poter rimanere con voi, sarà per la prossima volta!

In un attimo corre via, mentre Davide la guarda con gli occhi spalancati.

- Ma dove va?

- Ha fissato col tipo che le piace.

Davide sembra offeso: come ha potuto non cadere folgorata ai suoi piedi?

- Mi dispiace per te - gli sussurro, sperando che non si senta troppo la soddisfazione nella mia voce.

- Non importa, tanto non era un granché. Poi è una bambina.

- Certo, come no?

Erina intanto parla con gli altri tre e, chissà perché, mi scoccia terribilmente non sapere cosa si sono detti finora. Quando la piazza comincia a riempirsi, decidiamo di andare a sedere sul muretto del seminario e camminiamo stretti stretti per non perderci nella folla. Più che altro è Erina a parlare, per fortuna, perché a me non viene in mente nulla da dire e così gli altri cercano di parare la raffica delle sue domande come possono, mentre Davide, come un gatto che è rimasto senza il topolino, si guarda in giro a valutare ogni ragazza che ci passa vicino.

Erina è spumeggiante e carina, come al solito, e non fa che ridere ad ogni cosa che dicono il Bolla, Paolo e Federico.

- Ciao ragazzi – sentiamo a un tratto.

Mi giro: Isabella, Samantha, Simona, Athos e Brando. Insieme!

- Ciao – rispondiamo quasi in coro, e scattano le presentazioni.

Chiaro che ora l’attenzione è tutta sui nuovi arrivati e anche loro non sembrano dispiaciuti a vedere Erina e Davide. Mi chiedo se si sarebbero avvicinati se non ci fossero stati i miei amici di Firenze.

- Stavamo cercando un posto strategico per goderci lo spettacolo. Magari da qui i fuochi si vedono bene. Ci fate un po’ di posto? Volevamo andare a San Francesco, ma forse possiamo restare qui con voi.

Il Bolla, Paolo e Fede scompaiono istantaneamente dal campo visivo di Erina! Davvero, pare impossibile, ma ora Erina e Davide sono concentratissimi a fare buona impressione sui nuovi arrivati e dopo poco, come per magia, sono lì che chiacchierano con una tale armonia che sembro io quella che non conoscevano fino a dieci minuti prima! Il Bolla e Paolo, relegati a ruolo di secondo piano, cominciano a chiacchierare fra loro; Fede più che altro ascolta e osserva, mentre io me ne sto lì un po’ impacciata, perché tanta confidenza non l’ho mai vista dall’inizio dell’anno e rispondo come una beota ai sorrisetti che mi lancia Erina mentre scherza e ogni tanto mi chiama in causa con un “vero, Cli?”, “te lo ricordi, Cli”? o roba simile.

Dopo una mezzoretta il Bolla comincia a messaggiare con chissà chi e si allontana un attimo con Paolo a salutare delle loro amiche che hanno visto fra la folla e che io, manco a dirlo, non conosco.

Ad un tratto partono i primi fischi dei fuochi e lo spettacolo prende il via, con mille girandole multicolori che scoppiano in cielo. Anche il campanile della cattedrale si accende come se avesse preso fuoco e dopo poco una cascata di luce si riversa giù lungo i muri, mentre le campane suonano senza posa. Siamo tutti a naso in su e con la bocca aperta: è davvero uno spettacolo che lascia senza fiato!

- Se c’erano dei piccioni, lassù sul campanile, adesso possiamo mangiarli arrosto! – ride Davide.

Samantha si unisce alla risata e riserva a Davide uno sguardo misterioso, con quegli occhioni celesti che si ritrova. Mi chiedo se le viene naturale o se ogni tanto prova allo specchio quell’aria da diva.

- Guarda la piazza, Davide, verso il monumento! – strilla Samantha, avvicinandosi a lui - stanno iniziando i giochi di luce: sono meravigliosi! Ma ti devi spostare un po’ di qui, altrimenti non vedi lo sfondo della loggia del Palazzo Pretorio…

- Dove, dove? – fa Erina, che si è scoperta interessatissima a qualcosa che fino a questo pomeriggio le faceva arricciare un po’ il naso.

- Non potremmo salire in piedi sul muretto? – chiedo al gruppo, ma nessuno sembra sentirmi.

Magari la mia voce è coperta dagli scoppi e dagli urli di ammirazione dei presenti. Decido di provare. Mi pare si veda bene: la loggia si accende delle luci delle girandole e Garibaldi e Vittorio Emanuele II risaltano come due sagome nere su uno sfondo dorato. Appena mi riprendo dallo stupore guardo giù, fra la folla, a cercare Erina e gli altri, ma vedo solo una moltitudine di teste che non riconosco. Cerco, cerco, ma niente!

- Vanished! – mi fa Fede, con un gesto della mano, come fosse un prestigiatore.

- Macché, saranno qui intorno. È che c’è troppa gente!

- Ok. Il Bolla e Paolo sono dietro a due tipe, mi hanno mandato un messaggio… sono pure riuscito a leggerlo, con tutta calma!

- Oh, beh, mi dispiace: forse non li abbiamo considerati molto da quando sono arrivati i fantastici cinque.

- Mah, secondo me era troppo un’accozzaglia.

- Vabbè, ora non metterti a fare l’orso marsicano. Adesso chiamo Erina e li recuperiamo.

- Per me…

- Cosa vuoi dire?

- Boh, come pensi di recuperarli?

- Col cellulare. Chiamo Erina e… oh no! Ho lasciato il cellulare a casa in ricarica! Me ne sono dimenticata!

- Bene!

- No, non è bene! Prestami il tuo! Magari riesco a ricordarmi in qualche modo il numero di Erina! Oh cavolo, come ho fatto a dimenticare il cellulare?

- Perché non vai a casa a prenderlo?

- Non posso tornare a casa! Se la nonna vede che sono rimasta sola comincia a preoccuparsi e non la finisce più… il patto era che dovevamo rimanere insieme.

- Ma ci sono io con te!

- Ma io dovevo rimanere con loro! L’accordo con i miei era non separarsi per nessun motivo da Erina e Davide. Dai, prestami il tuo cellulare: provo a ricordarmi il numero.

Non sono sicura di stare facendo il numero giusto: accidenti ad aver perso l’abitudine di imparare i numeri a memoria! Vabbè, almeno squilla, quindi non è inesistente… squilla, squilla, squilla.

- E dai, rispondi!

- Allora?

- Macché, parte la segreteria e lei non la ascolta mai!

- Ma secondo te come fa a sentirti?

- Vabbè, ma se ha la vibrazione… comunque quando si accorgerà che non ci siamo tornerà indietro. Aspettiamoli qui.

- Ok

- Non dire sempre ok!

- Ok

Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Video di Marilena Pireddu


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 40:

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"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 40

 




UN MAGRO BOTTINO


Mentre tutti questi pensieri mi attraversano a raffica il cervello, scartabello il diario con i nomi dei miei compagni. Vediamo un po’ chi potrei chiamare:

ok, in testa c’è il Vile, ormai Fede per me. Lui di sicuro sì, penso, mentre scrivo il suo nome in testa a un foglio.

Camilla Teleschini, detta Pinza, per via del solito fermaglio che porta nei capelli: non è antipatica, ma non abbiamo legato granché… no, lei no. Non capisco mai di che umore sia!

Lapo Sedoli, l’intellettuale: Serena ogni tanto ci fa delle gran chiacchierate, o meglio, lei ascolta e lui parla, parla, parla atteggiandosi a filosofo. Non mi considera molto, forse non sono abbastanza intelligente per lui. Il bello è che non va molto bene a scuola, tranne che in italiano. Direi di scartarlo.

Paolo Umberto Corbocci: sarà di sicuro a suonare! È simpatico, suona la chitarra in un gruppo, ci si parla bene. Uhm… lui direi di sì. Povero, non fanno che ripetergli a pappagallo “Oh Corbocci, quest’anno tu bocci”. Lui si stressa parecchio per questa scemenza, dice che gli porterà male, specie perché quest’anno abbiamo gli esami!

Giovanni Brignani, detto Bolla: la prima volta che ho capito perché lo chiamavano così sono rimasta di sasso. Un giorno a scuola mi sono girata verso di lui e l’ho visto tutto intento a posizionare la lingua in un certo modo e poco dopo… puf… non so come, ha fatto partire dalla bocca una piccola e leggerissima bolla di saliva che si è librata in alto. È stato un momento surreale! Però che dire, sono sicura che ci voglia una certa bravura. Potrei chiamarlo: mettiamo un forse.

La Scout, ovvero Lucia Barberini: sarà in divisa in qualche bosco a scarpinare con le coccinelle. Da quando le piace un tipo che va alle superiori, ogni tanto si imbarazza un po’ a mostrarsi in divisa, ma è fedele alla sua pattuglia e sembra che si diverta un sacco durante le uscite. Direi che potrei provare a chiamarla. È simpatica!

Il Pastore (Simone): povero Simone, ogni volta che i professori lo chiamano, si deve sorbire un coro di “beeee” di qualche compagno burlone, praticamente una persecuzione! Ma non abbiamo legato granché. Non lo chiamo.

Il Rodolini (Rossano): il mio incubo, senza pensarci troppo scrivo NO! Ogni volta che entro in classe mi aspetta come un falco predatore con il suo immutato “L’hai fatta matematica?”. Io lo faccio copiare sempre, però comincia a darmi sui nervi! È riuscito a prendere un votaccio all’ultimo compito copiando una parte del compito da me e una parte dal Vile! Peccato che il compito fosse a file: ha fatto un mix disastroso!

Isabella e Samantha: le atlete, due anime in un nocciolo. Fanno atletica leggera insieme. Probabilmente si sono appena accorte che esisto. NO, non ho voglia di sentirmi rispondere “Clizia chi?”. Imbarazzante!

Serena: già vagliata, festa in corso: purtroppo no.

Francesca: essendo la migliore amica di Serena immagino sarà alla festa, quindi niente da fare.

Terenzi (Nicola), detto “testa a missile” per via del cranio oblungo: sta fuori Fiesole, in un posto sperduto. Si è autoeliminato abitando con gli gnomi.

Athos detto “che pathos” e Brando: i belloni (che sanno di esserlo). Scrivo no a tutti e due: ci sarebbe troppa autostima in circolazione!

Leonardo: sarà a giocare a calcio, non pensa ad altro. Ma simpatico, sì.

Simona: non mi sono ancora fatta un’idea. Andiamo a momenti alterni. Sembra che tutta la sua vita extra scolastica ruoti lontana da noi. A volte è accettata nel gotha delle atlete, ma non sempre: metto un punto interrogativo.

Alessio: quello che parla in vernacolo. Durante un compito di matematica mi ha bisbigliato “Oh Crizia, passami codesto foglio sotto la carcoratrice!”. Quando gli ho fatto notare che si trattava della brutta copia del compito che stavo ricopiando in bella ha risposto: “Sennò icché te lo chiedevo a fare?”. È buffo! La prof di geografia continua a chiedergli come abbia fatto la sua mamma, che è una signora tanto a modo, a fare un figliolaccio come lui: lei esce sempre dai colloqui in lacrime! Non so se chiamarlo.

Insomma, l’elenco è finito e ho tirato fuori un magro bottino. Non mi resta che mandare qualche messaggio e telefonare a Federico.

Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Unseen Studio su Unsplash


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 39:

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martedì 21 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 39

 



SERATA DI FUOCHI A FIESOLE

- Mamma, potrebbero venire a cena Erina e suo fratello? Stasera volevo portarli a vedere i fuochi.

- Oggi è giornataccia, Clizia. Io non ci sono stasera: a casa delle sorelle Felicità hanno invitato gente. Giusto una cosina informale, eh - fa la mamma nervosa, con tono ironico - solo la presentazione della nuova collezione di gioielli di Patrizia, il rilancio della sua attività: che vuoi che sia? Mi chiedo se quella Pachita non sia a curarsi i nervi in qualche clinica svizzera!

- Mamma, si chiama Conchita ed è in Spagna per capire se ha un fidanzato oppure no.

- Beata lei! Comunque guarda, ho i capelli ritti, mi è spuntato un herpes, sono già stata a fare la spesa, la nonna mi ha fatto delle torte salate e sto preparando il paté di fegato… a proposito, assaggialo, così mi dici cosa ne pensi. Quindi: Erina e Davide a cena qui? Che ti devo dire, parlane con la nonna. Oh, e a proposito della nonna, volevo parlarti di una idea che le è venuta.

- Tipo?

- Vuole regalarmi l’iscrizione ad un corso di cucina.

- Mi sembra fantastico!

- Sì, ma considera che non sarei mai a casa. O dalla famiglia Felicità o al corso: non mi vedreste praticamente più! E tu? E il babbo?

Rimugino un po’. In effetti, da quando la mamma ha iniziato questo lavoro, è molto presa e anche quando è a casa è sempre con qualche libro di cucina, intenta a studiare qualche ricetta. Ma da una parte è pure un vantaggio, perché il babbo a casa non è proprio di un umore idilliaco: a volte se ne farebbe volentieri a meno della sua presenza! Non per cattiveria, eh… ora che va al maneggio da Andy va un po’ meglio, ma non è che gli prenda tutte le giornate piene e così… del resto anche la mamma sembra essersi dimenticata che l’orologio fa tic tac: se Conchita deciderà di tornare, addio lavoro! È tutto abbastanza complicato.

- Vabbè, pensiamoci su – riprende lei, vedendomi pensierosa – e per quanto riguarda la cena, capisco che tu abbia voglia di vedere Erina… e Davide – conclude con un sorrisino.

Oddio, non è che mi vada tanto che si metta a parlare di Davide, ora. Credo che si noti dalla mia faccia, perché la mamma sembra un po’ delusa: magari aveva voglia di un momento madre-figlia. A me però non va di parlare di lui con lei, anche perché cosa vuoi che ci sia da dire?

- Ma, ora che ci penso, chi vi accompagna in piazza? Forse potresti chiedere allo zio…

- Andiamo, mamma! È dietro casa nostra! Devi proprio farmi fare la figura della neonata? Possiamo andare da soli. E poi Davide è più grande! Finiti i fuochi, promesso, rientriamo a casa. Che problema c’è? I genitori di Erina possono venire a prenderli a una certa ora, dai, ti prego!

- Va bene. Diciamo che va bene, Clizia: hai vinto solo perché mi prendi in un attimo di caos e non ho la forza, giuro, di combattere, ma appena sono finiti i fuochi torni diritta a casa, senza…

- Fermarmi a parlare con nessuno, senza accettare passaggi o caramelle dagli sconosciuti, senza…

- Non fare la simpatica. Non lo ascolti il telegiornale?

- Sì, mamma, lo so che esistono dei pericoli. Starò attenta, ok.

- Ok – ripete lei, con aria stanca - magari i genitori di Erina potrebbero riaccompagnarti a casa.

- Come no? Per girare l’angolo? Ci vuole di più a salire in macchina che a tornare a casa a piedi!

- Sì, è vero, hai ragione.

Volo a telefonare a Erina. Due squilli e mi risponde subito.

- Allora venite?

- Penso di sì.

- Come sarebbe a dire “penso di sì”? Ieri mi sembrava che ti andasse.

- Sì, lo so. Spero di poter venire con Davide, perché i miei stasera non possono accompagnarci: vanno a teatro.

- Vabbè, ma te lo dicono ora?

- Mica mi devono chiedere il permesso! Comunque, forse vengo con Davide, in scooter. Basta non dirlo ai miei.

- Non mi sembra una buona idea. E se la mia mamma telefona alla tua?

- E tu non farla telefonare, no?

- Non mi fare venire l’ansia, lo sai che con le bugie non me la cavo tanto bene. Ma potete andare in due? Davide non dovrebbe avere 18 anni?

- Ma chi sei? Un vigile? Sembri mia nonna! Insomma, dici sia divertente? Ci saranno i tuoi amici?

- Quali amici?

- Ma dai, quelli di classe tua, quel Vile lì…

- Non lo so. Perché?

- Boh, mi farebbe piacere conoscere qualcuno che frequenti adesso. Vabbè, ti faccio sapere. A proposito, non mandarmi messaggi perché non posso leggerli: mi si è rotto lo schermo del cellulare. Se mi devi dire qualcosa telefonami, ok?

- Ok.

Veramente ci avevo fatto la bocca. Sono un po’ delusa. Potrei sentire Federico e andare con lui a vedere i fuochi, se Erina e Davide non vengono. Non passano cinque minuti che risquilla il telefono.

- Sono io, scema! Veniamo.

- Tu e Davide?

- Sì. Veniamo in motorino.

- E cosa dirai ai tuoi?

- Meglio che non te lo dica, ok? Almeno non stai in pensiero, mammina. Siamo da te verso le sette. A dopo!

- L’hai detto anche a Massimo?

- No. Perché?

- Così, pensavo…

- No, sennò mi sta appiccicato. Invita qualcuno dei tuoi amici, dai!

- Ma veramente…

- Dai, non fare la noiosa, fammi trovare qualcuno di nuovo stasera. E quelle fighissime sorelle Felicità? Che fine hanno fatto? Mi sono annoiata delle solite facce, ho voglia di guardarmi un po’in giro. Ah, Clizia! Se per qualsiasi ragione dovessi sentire Vanessa, non dirle che ci vediamo.

- Perché no?

- Dai, ora non stare a farmi il terzo grado. Ciao!

Accidenti com’è schizzata! Vuole una serata in grande stile fiesolano? Beh, posso attrezzarmi. Serena è inutile che la chiami, stasera hanno gente e non può uscire. Loro i fuochi se li vedono da casa con i loro amici.

In realtà Serena mi aveva invitata a casa loro, ma le ho detto di no, mi faceva un po’ strano essere l’invitata mentre la mamma era lì a lavorare… e poi preferivo vedere Erina e Davide e, speravo, qualche altra delle solite facce che a Erina sono venute a noia. Cosa avranno detto a Massimo? Magari alla fine la figuraccia ce la faccio io! Potevo invitarlo, ma credevo che ci avrebbero pensato loro… beh, ormai è andata! E poi perché venire solo alle sette? Non potevamo passare il pomeriggio insieme? Forse Erina doveva studiare.

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Marilena Pireddu

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 38:

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lunedì 15 giugno 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 38

 


NERO



Sono qui che leggo da un’ora quando mi squilla il cellulare. È Erina.

- Allora? Vieni o no?

- Ehm, oggi non ce la faccio. Magari domani…

- Sei in fissa con la scuola?

- No, è che ci hanno dato da leggere un libro per il fine settimana e lunedì dobbiamo presentare una relazione. Insomma, roba un po’ lunga.

- Figurati! Tu i libri te li bevi!

- Sì, ma è un lavoro a coppie e sono a casa di un mio compagno di classe.

- Uh! E com’è? Carino?

- Ehm, Erina, non è che…

- Allora? È figo o no?

Mi gratto il collo, imbarazzata. Non è che lui può sentirla? In fondo è qui, a poca distanza da me… sto diventando rossa e cerco di cambiare discorso.

- Sai che sono in una casa sull’albero?

- Una casa sull’albero? Cosa intendi?

- Una vera casetta sull’albero: una stanza volante impigliata fra i rami. Una cosa così…

- Ma che figata! Ma chi è questo tipo? Quel Vile di cui mi dicevi?

- Sì, proprio lui, comunque ti chiamo dopo, eh? Così magari so dirti con certezza se domani posso venire o no.

- Magari potrei venire io da te, se mi presenti questo Vile. Cli, dimmi la verità: non è che mi nascondi qualcosa?

- Erina, ciao.

- Ma… ok, ciao.

Sembra delusa. Ma cosa pensa potrei nasconderle? Rimango un attimo perplessa. Uhm, venire lei da me? Sicuramente sarebbe comodo e sarebbe la prima volta!

- Era la tua migliore amica? Quella di Santa Croce?

- Già.

- Mi sa che ti ho incasinato il fine settimana.

- No, va bene così. Insomma, cerco di andare da lei tutti i fine settimana che posso.

- Magari un giorno posso portarti io in motorino.

- I miei mi mettono le budella al sole se lo vengono a sapere.

Spalanca gli occhi e scoppia a ridere.

- Però! Rende precisamente l’idea!

- Lo so.



Insomma, ce l’abbiamo fatta a finire il libro e a fare la relazione. L’abbiamo pure scritta al pc e stampata. Merito anche della mamma del Vile, Donatella, che mi ha invitata a rimanere a cena: mi ha proposto subito di chiamarla per nome e darle del tu. È simpatica e socievole e mi sono trovata bene con loro. Ha apparecchiato la tavola con tutti piatti e bicchieri scompagnati, canticchiando e facendomi un sacco di domande su di me e su come mi trovavo qui. Mi sembra un bel tipo, una senza tante formalità. Quando abbiamo finito di fare la relazione, Nero, che se ne era stato accucciato ai piedi di Donatella tutto il tempo, si è alzato e le ha portato il guinzaglio.

- Il piccolino vuole uscire per la sua passeggiata. Approfittiamone per riaccompagnare Clizia a casa.

Così siamo usciti tutti insieme. La sera era tiepida e Nero camminava accanto a ognuno di noi, a turno, come se ci scortasse e dovesse assicurarsi che stessimo tutti bene. Si era già abituato a me e averlo accanto mi dava una sensazione di dolcezza. Ogni tanto, mentre camminavamo, sentivo il suo muso che mi sfiorava le mani, come mi facesse le coccole. In salita io e Federico abbiamo distanziato un po’ Donatella.

- Quanti anni ha Nero?

- Quattro.

- Anche prima avevate un cane?

- No, lui è il primo. Non avevamo mai avuto animali. Quando il babbo è andato in Germania è stata dura, perché anche se stava poco a casa per via dei suoi orari di lavoro, il fine settimana era sempre con noi. Quando è partito, io e la mamma ci siamo sentiti molto soli: non sai le volte che l’ho sentita piangere quando pensava che dormissi già… e poi un giorno ci hanno regalato Nero: è stato un modo come un altro per riempire uno spazio e far finta di essere sempre in tre.

- Chi ve l’ha regalato?

- Un’amica della mamma che ha un allevamento nel senese. Che poi, se ci pensi, è buffo, perché il babbo è andato in Germania, e noi? Abbiamo preso un pastore tedesco! Sembra quasi una battuta!

- In effetti! – rispondo sorridendo – comunque è un ottimo cane da guardia: stamani mi aveva messo paura!

- Sì, incute timore, ma solo la prima volta, fino a che non scopri che è buonissimo! È un cane davvero intelligente: è come se riuscisse sempre a sapere esattamente come mi sento. Se sono nervoso o triste, lui viene da me, si accuccia ai miei piedi e se ne sta lì, come a confortarmi.

Mentre chiacchieriamo, ad un tratto mi rendo conto che siamo arrivati a casa e mi dispiace. Donatella ci raggiunge ansimando un po’ e Federico la prende in giro.

- Mamma! Sei fuori forma, eh? Sei partita bene, ma poi ti abbiamo dato almeno cinque minuti di stacco!

- Porta rispetto alla tua vecchia mamma, ragazzo - scherza lei – non andavo lenta, eravate voi ad andare troppo veloci. Io mi stavo solo gustando la meraviglia di questo posto, vero Nero?

Per tutta risposta lui le mostra la linguona a penzoloni.

- La mamma è orgogliosa di abitare a Fiesole – spiega Federico, sorridendo.

- Chi non lo sarebbe? Sono in buona compagnia: Boccaccio, Proust, Stein, Frank Lloyd Wright, l’architetto Michelucci, Berenson… devo continuare? Tutti nostri vicini di casa, per così dire! Su, si sta facendo tardi, suoniamo il campanello, prima che i genitori di Clizia si preoccupino.



Appena entro in casa saluto tutti e racconto della bella giornata trascorsa. Federico mi ha ricordato che domani ci saranno i fuochi d’artificio in piazza e io, se voglio iniziare a sentirmi un po’ fiesolana, non posso perdermeli.

Decido di mandare un messaggino a Erina prima di andare a letto per invitarla a venire a Fiesole domani. Ho interrotto la telefonata un po’ bruscamente oggi e spero non se la sia presa!


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Ollie Craig su Pexels

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 37:

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lunedì 25 maggio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 37

 



                                        “HAI FRETTA?”

In un batter d’occhio è volata via un’altra settimana e io a scuola sono sempre “quella nuova”. Forse sarà per il mio stupido difetto di aver sempre bisogno di un milione di anni per entrare in confidenza o forse sarà anche per il fatto che Federico ha la socievolezza di un orso marsicano e non è certo il compagno di banco ideale per inserirmi nel gruppo.

Comunque anche questo sabato è arrivato e l’idea era di andare da Erina, dato che avevo i soldi guadagnati dalla vendemmia e per una volta, qualsiasi cosa avremmo deciso di fare, non sarebbe stato un problema. Le avrei proposto volentieri di vederci per pranzo a mangiare un hamburger, in modo da poter stare insieme più a lungo, ma ho dovuto cambiare piani, perché la “Buona” ha pensato bene di assegnarci un compito a coppie per punirci dell’enorme caos che facevamo giovedì all’ultima ora. Non aveva tutti i torti, c’era un tale brusio in classe che era difficile riuscire a seguire la spiegazione. Peccato solo che la punizione ce la siamo beccati tutti, anche chi stava zitto. In questo fine settimana quindi dobbiamo leggere un libro e scrivere una relazione. Lì per lì mi è preso un colpo, perché pensavo fosse impazzita, poi ho realizzato che avrei potuto scegliere uno dei libriccini dello zio: ne ha alcuni magri magri che si leggono in un soffio.

Non amo i compiti a coppie: c’è sempre uno che sgobba (di solito io) e uno che va a rimorchio (di solito Erina, ai vecchi tempi, ma con lei non mi pesava granché). Spero che il Vile sarà collaborativo, penso, mentre mi incammino verso casa sua.

Mi trovo davanti una villetta indipendente e vecchiotta, circondata da un giardino incolto che mi ricorda i capelli del mio compagno di banco! Suono. Dling dlong, campanello vecchio stile. Immediatamente un abbaiare concitato mi fa trasalire e poco dopo spunta un testone di cane lupo fra le sbarre del cancello: questo cagnone non sembra contento di vedermi! Continua ad abbaiare, scrutandomi con sospetto e io spero che vengano a prendermi al cancello perché mi scoccerebbe essere sbranata di sabato: non ho assolutamente intenzione di entrare senza scorta! Poco dopo il Vile si incornicia sulla porta; se possibile, ha i capelli ancora più sconvolti del solito.

- Nero! Cuccia! È un’amica. Vieni, Nero, vieni.

Nero obbedisce e si avvicina al suo padrone. Il Vile gli fa qualche carezza sul testone e vengono ad aprire insieme il cancellino. Entro, circospetta e nervosa.

- Che fai? Dormivi? – domando, mentre il cane continua a gironzolarmi intorno, protendendo il suo muso verso di me.

- Ciao - mi fa, senza rispondere alla domanda – fatti annusare.

- Come, scusa?

- Fatti annusare dal cane, una volta che ti ha annusata ti lascia in pace. Ha bisogno di sentire il tuo odore.

- Ah, ok. Allora? Si comincia?

- Hai fretta?

- Un po’.

- Uhm…

Che colloquio stimolante! Mi sento un po’ in imbarazzo, anche se non so perché. Dalla casa proviene il suono di un pianoforte, che si interrompe di tanto in tanto, procede incerto, ricomincia.

- Beh, mi fai entrare in casa?

- Sì, certo… solo che, se hai fretta, non credo di essere il compagno giusto per te.

- Ascolta bello, non penserai di andare a rimorchio, vero? Perché di solito in queste cose sono sempre io che sgobbo e gli altri che si trovano la pappa scodellata!

Mi ascolta con la fronte aggrottata, una smorfia alla bocca e l’aria annoiata, mentre si gratta il collo. Perché ho l’impressione che ci vorrà un secolo?

- La mia mamma sta facendo lezione – mi dice, accennando col mento verso la villetta – meglio se andiamo nella mia tana. Che libro hai portato?

- “L’uomo che piantava gli alberi”: è breve e mio zio dice che merita, ma se hai altre idee…

- No, va benissimo. Vieni.

Costeggiamo la villetta fin sul retro, in cui domina un albero immenso. Ok, il giardino è la sua tana. Bene, leggere e studiare all’aperto mi piace: ci vivrei, fuori. Solo che mi guardo intorno e immagino che dovrei vedere, che ne so: un tavolino? Due sedie? Due sdraio? Almeno una coperta in terra? L’ombra di una penna magari, o un portatile? Lui mi guarda.

- Cerchi qualcosa?

- Già. Ci servirà almeno un blocco per appunti o qualcosa di simile … sai, per buttare giù delle idee per la relazione .

- Ok

- Non è che mi faccia problemi a sedermi per terra, ma credo che dovresti prendere almeno una penna: qui intorno è il deserto del Gobi.

- No, non mi sembra proprio.

Alzo gli occhi al cielo spazientita, perché la sensazione di farci notte qui è sempre più pressante e… oh, cavolini fritti! Rimango a bocca aperta, sgranando gli occhi!

- Una casa sull’albero? Oddio, non ci credo! UNA CASA SULL’ALBERO!

Finalmente si scioglie in un sorriso.

- Non gridare così! Dai, vieni, ero sicuro che ti sarebbe piaciuta!

Gli lancio un’occhiata. Lui sta già salendo sulla scaletta parallela al tronco, che non avevo visto, così occupata ad avere fretta.

- Stai attenta a dove metti i piedi. È alto quassù.

- Quanti metri sono? – chiedo, mentre comincio a salire.

- Circa tre, più o meno. Ci sei?

- Ci sono. Ma sei sicuro che regga?

Lui intanto è arrivato. Si gira e mi porge la mano per aiutarmi a fare il mio ingresso nella casetta più pazzesca che abbia mai visto: siamo immersi in un albero! Quassù è piccolo piccolo, una mini-stanza adagiata sui rami e non riesco a smettere di sorridere mentre mi guardo intorno. Federico ci ha messo delle stuoie, dei cuscini, un tavolinetto da pc da appoggiare sulle gambe. Appesa a un ramo, con dei ganci, penzola una chitarra.

- Allora?

- È incredibile! Mi sento ripiombata nella mia infanzia. Ma c’era già quando avete comprato la casa?

- Come no? Era giusto accanto al fagiolo magico…

Gli lancio un’occhiata storta.

- Scherzavo! L’ha fatta mio padre, prima di andarsene. Credo fosse una specie di regalo di addio.

- Oh, mi dispiace. Non sapevo che…

Spalanca gli occhi.

- No, no, frena: non è morto. È solo andato a lavorare in Germania. Cioè, questa è la notizia ufficiale: prestigioso studio di architettura gli offre un posto impossibile da rifiutare. La realtà sputata è che i miei non andavano d’accordo e hanno preferito trovare questa soluzione piuttosto che dirmi chiaro e tondo che si separavano. Di fatto sono ancora sposati. Andiamo a trovarlo a Monaco quattro volte l’anno. Probabilmente stanno aspettando che cresca un altro po’ prima di dirmi come stanno le cose. Fine della storia.

Non so che dire. Più che altro perché il tono leggero con cui mi sta dicendo queste cose contrasta con le ombre che gli passano negli occhi. Forse meglio sorvolare, almeno per ora.

- Che dici? Cominciamo?

- Ok – mi fa lui, accomodandosi su un cuscino, poggiando le spalle al tronco. – Sono pronto.

- Bene. Vuoi iniziare a leggere tu?

- Penso di no.

- No?

- No.

- Ok, comincio io. Spero però che non ti aspetti che ti legga tutto il libro, vero? Mi si seccherebbe la gola… tanto valeva sennò che lo facessi da sola.

- Uhm, forse.

- Come sarebbe a dire?

- Sono un alunno con DSA.

- Disperato Senza Appello? – gli chiedo, aggrottando la fronte con un sorrisetto. Lui non ride. Ok, non era uno scherzo e forse ho perso un’occasione per tacere.

- Scusami, cosa vuol dire DSA?

- Disturbi Specifici di Apprendimento. Sono dislessico. Dammi qua – mi fa cenno di passargli il libro e si fissa su una pagina. Poi la gira verso di me – tu ci leggi bene, vero? Ti basta gettarci un’occhiata e ti fai un’idea più o meno, no? Io ci getto un’occhiata e ci vedo solo un gran casino. Leggere questo libro da solo, in un giorno? Naaah, non si può fare. Quindi, vedi, non sono proprio il compagno giusto se hai fretta, a me di solito ci vuole il doppio del tempo. Per questo uso gli audiolibri.

- Ok, ma per i libri di scuola?

- Studio con mia madre. Comunque si trovano alcuni libri scolastici versione audio. È un po’ un casino, ma alla fine ti abitui. Solo che con questa storia ho perso un anno: quando ero alle elementari mi sembrava di essere stupido. Tutti riuscivano a fare i compiti che assegnavano le maestre e solo a me, per qualche strana ragione, sembravano impossibili. Poi finalmente mi hanno fatto i test per la dislessia e abbiamo capito il problema.

- Beh, quando sai qual è il problema puoi cercare di risolverlo.

- Mah, dipende come… mio padre, per dire, se ne è andato. Penso che non mi sopportasse più.

- Ma che c’entri tu? Hai detto prima che non stavano bene insieme.

- Prima di me stavano benissimo. Sono io che gli ho incasinato tutto con i miei problemi. Non è stata una diagnosi così immediata. Siamo stati da logopedisti, foniatri, vari specialisti. Non è stato proprio il massimo, a quel tempo. Mio padre era deluso. Credo che si sia sentito pure in colpa a provare certi sentimenti, però era così, non poteva farci niente. Lui è un tipo brillante e un figlio come me gli stava stretto.

- Questo è solo quello che ti immagini tu! E poi lo vedi ancora tuo padre, no? L’hai detto prima.

- Sì, certo, lo vedo nelle vacanze, quando la scuola è un pensiero poco ingombrante. Non ci vivo la quotidianità, non è qui a gestire i problemi di tutti i giorni. Andiamo in vacanza insieme, o sto da lui a Monaco e allora andiamo in bici, facciamo surf al parco inglese, andiamo a vedere il Bayern Monaco, facciamo un giro per la Baviera… qual è il problema? Gli suono pure i suoi pezzi preferiti con la chitarra. A lui e alla mamma piace la musica. La mamma insegna musica, infatti: il suono del pianoforte che viene da casa mia sono i virtuosismi di un alunno zuccone. Eppure ho imparato a suonare la chitarra per far piacere a mio padre. E non ci crederai, ma so leggere pure gli spartiti. Ci pensi? Quel casino di righetti e pallini… per tre anni non sono riuscito a leggere nulla, ma la mamma non mollava e alla fine, un giorno, ce l’ho fatta: si è spalancata una finestra nella testa. È scritto qui – e mi mostra una data incisa sulla corteccia di uno dei rami, ci fa passare sopra il polpastrello – questo è il giorno che ho letto la prima nota. Insomma, lasciamo stare dai, mica siamo a confessarci, ti pare? Allora, leggi o no? Se però hai fretta e vuoi leggerlo da sola, ti riaccompagno a casa in motorino. Decidi tu.

- No, ok, leggo io. Va bene.

- Ora va bene perché ti sentiresti uno schifo ad andare via?

- No.

- Perché guarda che non ho la lebbra. È solo un po’ più complicato, ma niente che non possa gestire… il peggio è per la mamma, che tutte le volte che cambio professori deve tornare lì a rispiegare da capo tutta la storia.

- Piantala, ok? Abbiamo tempo. Solo che devi chiudere quella boccaccia.

- Ok. Ti dispiace se, oltre alla boccaccia, chiudo anche gli occhi mentre leggi? Mi concentro di più.

- Basta che non ti addormenti!


Continua ...


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 36:

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Floris Bronkhorst su Unsplash

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giovedì 16 aprile 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 36

 



FRA I FILARI

Quando sabato è suonata la sveglia, pensavo di non riuscire ad alzarmi. Tempo due secondi, lo zio ha bussato alla porta ed è entrato. Ho aperto un occhio a sbirciarlo: era già pronto, fresco come una rosa e scalpitante.

- Andiamo giovincella, sei ancora in pigiama? Non senti il richiamo della vigna? Muoviti, ti ho già preparato la colazione!

Mi sono rotolata fuori dal letto e ho aperto l’armadio: a parte i soliti jeans, ho scelto una camicia a maniche lunghe un po’ vissuta, ma con un taglio sciancrato molto femminile, tanto per non sembrare un troll. Sopra, una felpa vecchiotta ancora carina. Tanto mica devo andare a una sfilata, no?
Yukiko ci aspettava in Piazza Mino, come stabilito: scarponcini, jeans, un giacchino multicolore patchwork, cappellino a tesa.
Nonostante Yukiko insistesse per stare dietro, mi è sembrato logico cederle il posto accanto allo zio. Il viaggio è stato piacevole, anche perché, data l’ora, non c’era quasi nessuno a giro. Dopo un iniziale silenzio, dovuto all’imbarazzo, lo zio ha preso spunto dal libro degli haiku regalatomi da Yukiko per avviare la conversazione. Da lì ci siamo sciolti e gli argomenti non sono mancati.
Yukiko ha anche raccontato un po’ di sé e della sua vita a Magome, un villaggio Samurai vicino a Nagoya, lungo l'antica via Nakasendō. Durante il periodo dello shogunato, questa via collegava Tokyo con Kyoto, ed essendo una delle strade di comunicazione più importanti di tutto il Giappone, lungo di essa erano sorte delle località di posta, che offrivano ai viandanti varie possibilità di ristoro e riposo. La sua famiglia abita lì. Gestisce un Ryokan, una pensione tipica giapponese, caratterizzata da Tatami, Futon, Shoji e cibo esclusivamente giapponese. Yukiko ha detto che Fiesole, in qualche modo, le ricorda il suo villaggio. Ci ha raccontato che per un po’ ha vissuto anche a Tokyo, ma poi ha deciso di prendere un volo per l’Italia. Su quest’ultimo punto ha fatto un accenno molto breve e così mi sono dovuta mordere la lingua, perché mi sarebbe piaciuto farle un milione di domande sulla sua vita in Giappone e sul perché abbia lasciato Tokyo per trasferirsi in Italia. Già mi sembrava un bel salto trasferirsi da un villaggio a Tokyo, figurarsi farsi poi un sacco di ore di volo per andare dall’altra parte del mondo! E perché, poi? Ma Yu mi sembra molto riservata e lo zio dice che a volte, per curiosità, corro il rischio di interrogare le persone, anziché chiacchierare.
Adoro le storie di vita vissuta! In fondo è solo ascoltando le persone che impari a conoscerle, no? Yukiko comunque sembrava voler cambiare argomento di conversazione e così lo zio le ha raccontato di quando abitava a Firenze e della nostra famiglia. Dopo un po’, però, via via che ci inoltravamo nella campagna, abbiamo cominciato di nuovo a essere abbastanza silenziosi. Ma era un silenzio diverso, rilassato: eravamo catturati dai colori del paesaggio. A volte mi piacerebbe essere una pittrice, per poter riprodurre quello che vedo e trasferire sulla tela le emozioni: il giallo dorato, l’arancione, il rosso, il terra bruciata, il verde declinato in ogni sfumatura.

- Ecco, siamo quasi arrivati – ha detto Yu a un tratto - al prossimo bivio devi girare a destra.

Ho sbirciato in quella direzione e ho visto poco distante una collina con una grande casa. Abbiamo imboccato una strada sterrata fiancheggiata da cipressi, dalla quale si vedevano le vigne che scivolavano per tutta la collina e, a far da contrappunto, due trattori rosso fuoco. Abbiamo parcheggiato dove ci indicava un signore che abbiamo incontrato lungo la strada, siamo scesi e ci siamo incamminati verso l’aia. I proprietari della tenuta hanno fatto un sacco di feste a Yukiko.

- Siete pronti per questa esperienza? – ci hanno chiesto – con questo sole, entro stasera avrete una bella faccia colorita! Avete portato dei cappelli?

- Sì, ci siamo preparati! – ha risposto lo zio sorridendo.

- Bene! Allora prendete dei guanti da quella cesta. Ce ne sono di varie misure. E lì accanto ci sono le cesoie e una bottiglietta d’acqua. Avete già vendemmiato altre volte?

- Io sì, mia nipote però è alla sua prima esperienza.

- Nessun problema. Clizia, prendi le cesoie e dai un taglio netto e preciso del grappolo. Tutto qui, non serve altro: solo buona volontà, ma non devi vendemmiare in modo affrettato perché l’uva deve rimanere integra e sana. E, dato che siamo qui anche per divertirci, lungo il filare lavoriamo in coppia. Ti metterò in squadra con uno dei miei nipoti. I grappoli d’uva che tagli vanno depositati nel cestino ai piedi della vite e se trovi dei chicchi ammuffiti li elimini, così pure le foglie secche. Quando i cestini sono colmi, li svuotiamo nei contenitori sui trattori e li portiamo nelle cantine per la pigiatura. Tutto chiaro?

- Chiaro!

Finito di dirmi questo, ha fatto un cenno a un ragazzo poco distante, che si è avvicinato sorridendo.

- Questo è mio nipote Lorenzo - ha detto, presentandoci - vendemmia da quando era alto come una noce. Se hai dubbi puoi chiedere a lui. Quanto a voi due – ha poi detto rivolgendosi allo zio e a Yu – venite con me. Farete una bella coppia.

Yukiko è arrossita e lui si è spanciato in una grande risata.

- Intendevo per la vendemmia! – ha tuonato col suo bel vocione, mentre lo zio rideva sotto i baffi.

Lorenzo mi ha aiutata a scegliere un paio di guanti che facessero al caso mio. Lì per lì confesso che avrei preferito restare con lo zio e Yukiko, però dopo un po’ mi sono trovata a mio agio con lui e sono stata contenta.

- Ora che hai il kit della vera vendemmiatrice, possiamo andare a sceglierci un filare. Vieni, cominciamo da qui. Mio nonno ti ha fatto vedere come si taglia il grappolo, no? E così dobbiamo fare, per filari e filari e filari… - ha concluso ridendo - Il segreto è concentrarsi solo su quello che stai facendo in quel momento e non guardare quanta vigna rimane ancora da vendemmiare!

All’inizio ho fatto proprio come aveva detto Lorenzo: mi sono concentrata solo su quello che facevo, volevo farlo bene e ci ho messo il massimo impegno. Ogni tanto sbirciavo fra il fogliame per controllare se Lorenzo mi stesse osservando, ma lo vedevo sempre intento nel suo lavoro. Non volevo sembrare scortese stando zitta, ma non volevo nemmeno chiacchierare, per non sembrare una perditempo. Insomma, era la prima volta che mi pagavano per fare qualcosa e non sapevo bene come avrei dovuto comportarmi.
Nei filari c’erano diverse altre persone e ogni tanto si sentivano scoppi di risa, battute e commenti sagaci. Dello zio e di Yukiko nessuna traccia. Mi sono immersa nel lavoro e intanto mi godevo tutto il resto: la brezza sul viso, il rumore dei trattori in lontananza, la consapevolezza di essere tutti affaccendaci, il cinguettio degli uccellini, i giochi di luce nella vigna e fra i pampini, le ombre, le facce intraviste fra i filari, i riflessi castani dei capelli di Lorenzo… bellissimi capelli, fra l’altro: ne’ lunghi ne’ corti, con un bel ciuffo, occhi marroni, direi. Quello che la nonna definirebbe “un gran bel ragazzo”. Atletico, belle spalle larghe; ci fosse Erina l’avrebbe già puntato … perché, io invece che sto facendo? Beh, gli occhi ce l’ho, lo vedo che è carino, e con lui non provo la sensazione di sentirmi inadeguata come mi succede con Davide… forse perché Davide mi piace e Lorenzo invece non lo conosco. No, forse perché Lorenzo è diverso: è simpatico e rilassato e non sa di essere bello. O forse lo sa, ma non ci dà peso. Chissà quanti anni ha?

- Quanti anni hai?

Sobbalzo! Oddio! Mi ha chiesto quanti anni ho! Proprio mentre mi domandavo quanto anni avesse lui: non è che, come mi succede ogni tanto, parlavo sottovoce?

- Io? 14, a maggio.

- Siamo a ottobre. Per cui direi che ne hai 13. Sei brava a vendemmiare, hai un bel ritmo.

- Grazie. E tu quanti anni hai?

- 18 a dicembre.

- Siamo a ottobre. Per cui direi che ne hai 17.

Siamo scoppiati a ridere tutti e due.

- Come mai la vendemmia? Sei venuta con la tua amica giapponese? Tipo una specie di esperienza turistica?

- No, il tuo nonno è un cliente del vivaio dove lavora Yukiko: lei vive a Fiesole, non è in vacanza. Io invece sono qui per guadagnare qualcosa e provare un’esperienza nuova. E tu?

- Io, essendo il nipote del vignaiolo, sono precettato ogni anno. Hai sentito cosa ha detto il nonno? Vendemmio fin da quando ero alto come una noce! Il nonno ha il gusto dell’esagerazione! Ma, dato che faccio l’istituto agrario, mi trovo a mio agio in queste situazioni. Mi piace la vendemmia: la natura, i filari, la compagnia, tutto ciò che ruota intorno all’evento. Mi piacerebbe diventare un enologo.

- Ma voi vendemmiate sempre a mano? Non ci sono macchine apposta per questi lavori?

- Certo, esistono anche le macchine per vendemmiare, ma i nonni preferiscono la raccolta manuale. Le macchine tolgono la poesia.

- Quindi sono legati al rito della vendemmia?

Lorenzo ride, scoprendo una bella fila di denti perfetti.

- Beh, forse anche per mantenere la tradizione, ma più che altro perché, se lo facciamo a mano, possiamo scegliere i grappoli, scartando le parti che non vanno bene, e quindi otteniamo un vino di qualità migliore.

- E ti piace anche alzarti all’alba?

- Non mi pesa. Non possiamo vendemmiare nelle ore più calde, perché il caldo accelera la fermentazione. Per ottenere un buon vino ci vuole passione e dedizione. Forse non te lo immagini, ma oltre alla vendemmia c’è un gran lavoro a monte: tenere d’occhio il meteo, testare le curve di maturazione, preparare la vigna. Tutte le fasi sono importanti. Quando la nonna era una bambina, qui c’erano solo trecento viti: producevano vino solo per la famiglia. Poi la nonna, quando era giovane, si è appassionata alla viticoltura, ha acquistato altro terreno e ha esteso il vigneto. Invece le anatre, quelle che hai visto aggirarsi alla fattoria e fra i filari, sono una mia idea.

- Ah, quelle buffe anatre! Davvero, mi sembrava di essere in un libro di Beatrix Potter! In che senso, sono una tua idea?

- Usiamo le anatre per evitare i pesticidi: le facciamo girare tra le viti, libere, come se fossero delle mucche al pascolo, e loro si mangiano gli insetti e le lumache che infestano il vigneto. Si chiamano Runner Ducks e sono agilissime nel muoversi tra i filari. Così produciamo un vino bio.

In un baleno è arrivata l’ora del pranzo. Siamo andati a rinfrescarci e ho incrociato di nuovo lo zio e Yukiko, che chiacchieravano sorridenti. L’idea era di pranzare con loro, ma Lorenzo mi ha invitata a unirmi al gruppo dei suoi cugini e amici, così ho fatto giusto un cenno allo zio e a Yu e sono stata con il gruppo dei giovani. Gli adulti erano radunati al grande tavolo sotto il pergolato, mentre noi ragazzi avevamo un tavolo più piccolo su un lato della casa padronale. Il pranzo che avevano preparato era una festa per gli occhi: frutta, parmigiano, ricotta, un pane fragrante e profumatissimo, marmellate, bocconcini di carne di coniglio, uova sode, insalata di farro. Mentre mangiavamo, un buffo vecchietto ha preso una fisarmonica e si è messo a suonare. È finita che ci siamo messi a cantare insieme, mentre alcune persone grigliavano carne e verdure alla brace, che poi abbiamo gustato con l’olio del podere, e gli adulti hanno brindato con il vino dell’anno prima.
Dopo il pranzo e un po’ di riposo siamo tornati nella vigna, e a pomeriggio inoltrato mi sono trovata vicino anche lo zio e Yukiko.

- Clizia, adesso riposati – mi ha detto Yukiko dopo un po’ – il nonno ha detto che hai già lavorato tanto.

- Ma mi diverto, non preoccuparti Yukiko!

- Sì, sei una brava vendemmiatrice e ti ingaggeremo anche il prossimo anno! Però ora è meglio se ti riposi - mi ha detto Lorenzo, sbirciandomi da dietro il filare – aspettaci nell’aia, forse la nonna ha bisogno di un po’ di compagnia. Ha lavorato tanto pure lei per preparare il pranzo!

Così mi sono avviata verso la grande casa. Due bambine giocavano con uno dei cagnolini, mentre l’altro sonnecchiava sotto un albero. Mi sono seduta sulla panca appoggiandomi al muro della casa. Improvvisamente mi sono sentita stanchissima.

- Sei stanca mimma, eh? – mi ha chiesto la nonnina.

- Un po’ – ho ammesso.

- È l’aria aperta – ha detto allora lei – ma si guadagnano delle belle gote colorite.

Dopo un po’ sono arrivati anche lo zio e Yukiko e via via gli altri vendemmiatori. Stavamo per venir via e mi dispiaceva. Abbiamo salutato tutti e ci siamo avviati col nonno verso la nostra macchina. Il nonno ha pagato me e Yukiko. Io mi sentivo imbarazzata, perché non sapevo come comportarmi, né cosa dire, ma lui mi ha levata dall’impaccio.

- Lorenzo mi ha detto che hai lavorato bene. Brava. Questi te li sei guadagnati. Spero tu sia stata bene con noi e se vorrai tornare anche il prossimo anno sarai la benvenuta! - ha esclamato, consegnandomi dei soldi e stringendomi la mano, come a un’adulta.

- Grazie. Sono stata benissimo – ho mormorato, diventando di tutti i colori. 

Quando siamo saliti in macchina, ho sentito uno sguardo puntato sulla mia nuca e mi sono girata. Accanto al nonno c’era Lorenzo. Ci guardava andare via e, quando ha visto che mi sono girata, mi ha fatto un grande sorriso e ha agitato la mano per salutarmi. Ho fatto un sorriso grande anch’io e sventolato la mano. Lorenzo mi è piaciuto un sacco, ma in un modo strano e diverso da come in genere ti possono piacere i ragazzi. Forse sono state la sua intelligenza e la sua simpatia a colpirmi. Mi è sembrato di essere riuscita a conoscerlo in poche ore: è strano quanto riusciamo a vedere chiaramente negli altri e così poco in noi stessi. Sarebbe stato bello scambiarci i numeri del cellulare, penso, mentre stringo fra le mani i soldi. Non ho ancora guardato quanto mi hanno dato, ma non importa. Sono i primi soldi che guadagno nella mia vita e sono fiera di me. Mi danno una soddisfazione che non avevo mai provato prima d’ora.

Continua ...


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 35:

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Andrea Cairone su Unsplash

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