DEI VERI LUPI
- Ma non hai chiuso il cancello? – mi chiede Federico.
- Cosa? Boh, non lo so, non mi pare.
- Zitta un attimo.
- Oddio, ma che c’è?
- Abbiamo ospiti. Resta zitta e ferma – mi bisbiglia. Ma non c’è bisogno che me lo dica. Ho le gambe molli e la gola chiusa. In questo momento non riuscirei a fare un passo o ad emettere un suono. Tendo le orecchie, furiosamente, e sento voci strascicate. Oddio, come ho fatto a essere così idiota?
- Sono tre – mi bisbiglia Fede – stai tranquilla, è troppo buio qui. Avranno visto il cancello aperto e sono entrati a curiosare, ma ora se ne andranno, di sicuro, perché non c’è luce e non vedrebbero nulla. Dobbiamo solo starcene qui buoni, zitti e fermi. Capito?
Annuisco ripetutamente. Comincia a fare freddo, strano non averlo notato prima. Una morsa allo stomaco mi fa notare che si sta facendo tardi. I fuochi sono già finiti e io dovrei rientrare a casa. Cerco di pensare che probabilmente passeranno delle macchine da qui, gente che è venuta a Fiesole per la festa e che adesso se ne torna a casa, ma invece non passa nessuno: evitano questa stradina perché troppo buia e stretta.
- Andiamo via, ragazzi! C’è troppo buio, non c’è corrente.
- Stai muto bello, siamo troppo in botta per guidare. Fermiamoci qui a farci passare la sbronza, o vuoi morire stanotte? E poi la porta è aperta, entriamo a dare un’occhiata…
- Andiamo via, imbecilli, sono pure in libertà vigilata… non ci torno in quello schifo di casa lavoro… questa è violazione di domicilio, idioti!
- È arrivato l’avvocato! Tanto prima o poi ti sbattono di nuovo in carcere: sei marcio, bello. Smettila di piagnucolare, dannazione, e vai a vedere in macchina se c’è una pila!
Dei passi si allontanano e vediamo un’ombra uscire dal cancello. Poco dopo sentiamo il rumore secco di una portiera che sbatte.
- Da quando l’hanno beccato con la roba non si regge più, giuro che mi fa andare fuori di testa!
- Dai, lascialo perdere, andiamo dentro. Fammi luce con l’accendino.
- Sono entrati – mi fa Fede, con il viso vicinissimo al mio. Alla luce della luna, fra quei capelli arruffati, cerco i suoi occhi e li trovo. Sono due fessure dense, tese, che fanno pensare a una tigre. Il suo sguardo è rivolto da un lato, come se ascoltasse con gli occhi. Poi li punta su di me. Mi guarda un secondo e poi mi fa cenno di alzarmi. Mentre li sentiamo salire le scale mi faccio guidare da Federico verso un punto più alto del tetto e più lontano dall’abbaino. Mentre cammino mi accorgo che tremo, ma non riesco a smettere.
- Sdraiati – mi bisbiglia.
Obbedisco senza fare domande. Se dovrà prendermi un infarto, credo che succederà adesso e non quando sarò una nonnetta centenaria… beh, sempre che ci arrivi, a quell’età! Fede si sdraia accanto a me, vicinissimo, e mi prende la mano, intreccia le sue dita fra le mie e mi stringe forte.
- Dobbiamo farci piccini piccini – mi bisbiglia dentro l’orecchio, mentre li sentiamo aggirarsi sulle assi del pavimento della stanza con l’abbaino. Il suo fiato caldo mi scatena un brivido più forte lungo tutta la schiena.
- Non saliranno sul tetto, hanno detto che sono ubriachi, e se anche lo facessero, non si metteranno a camminare quassù… daranno un’occhiata e se ne andranno, perché da lì non possono vederci. Ok?
Annuisco e cerco di diventare tutt’uno con le tegole del tetto.
Un fischio sibila nell’aria e mi fa fare uno scossone. Fortuna che c’è Fede che non mi molla la mano, si solleva un po’ e si gira verso di me. Mi appoggia l’altra mano sulla guancia e mi asciuga una lacrima ostinata che mi rotola giù dagli occhi.
- Se si affacciano troppo scendo io, così non ti vedono. Ma tu devi restare quassù, in silenzio, qualunque…
- Non dire nulla, ti prego! - la voce di Fede è dolce come una carezza, ma mi fa star male.
Penso a casa mia, alla mia stanza, alla mamma che sarà ancora a lavorare, al babbo che si starà chiedendo dove sono finita e che probabilmente sarà fuori di sé e vorrà farmi a pezzettini, sempre che non ci pensino già questi qui, perché le cavolate si pagano, a volte, e salatissime.
Fare un colpo di testa può sembrarti fico, finché non ti ritrovi nella cacca e ti chiedi chi cavolo te l’abbia fatto fare. Mi sembra che il cuore mi sia balzato fuori dal petto e mi sia finito nelle orecchie, perché me lo sento martellare nella testa. Mi torna in mente Cappuccetto Rosso e quel lupo così tonto da non aver nemmeno masticato un po’ quelle due, prima di ingoiarle. Chissà se allora se ne sarebbero saltate fuori tranquillamente dalla pancia del lupo, dopo che il cacciatore l’aveva fatto fuori? Caro vecchio lupo tontolone, tu magari te le eri mangiate per fame, quelle sceme di Cappuccetto Rosso e della nonna, che non chiude nemmeno a chiave la porta di casa… questi qui sono lupi veri, invece: hanno denti aguzzi, risate sguaiate, occhi rossi e mani pronte a ghermirti, ci scommetto, e malgrado instabili, sufficiente forza per stringerti e tenerti ferma.
Di nuovo il fischio risuona nel buio.
- Imbecilli! – urla una voce rabbiosa.
- Oh, è il Boccia che fischia.
- Non torna mica, se la fa addosso, quel bastardo! Senti cos’ha che gli brucia…
Un rumore di vetri rotti squarcia la notte e dentro di me è come se esplodesse una bomba. Qualcosa vola fuori dalla finestra e si schianta al suolo.
- Che vuoi?
- Andiamo via, ho visto un motorino parcheggiato più avanti… non è chiuso, dev’esserci qualcuno da qualche parte… forza! – urla quello da giù.
- La pila, maledetto! L’hai trovata la pila? Se c’è qualcuno lo staniamo, quel cane. Vieni su! O hai paura?
Un riso sguaiato mi perfora le orecchie.
- Fate come volete, io monto in macchina e vi lascio qui, non mi faccio fregare per due imbecilli come voi…
- Non t’azzardare a toccare quelle chiavi o t’ammazzo!
- E dai, Spina, è solo una villa vuota, non c’è niente qui dentro. Dai, bello, che dobbiamo ancora fare un sacco di strada. Boccia, monta in macchina che lo porto giù io… guida tu perché lui è andato. Oh, ma il motorino? Com’è?
- Mi pare mezzo scassato…
- Sennò lo caricavo in macchina.
- Ma lascia perdere! Porta giù quel cane rognoso.
- Ma è aperto? Niente bloster?
- Aperto.
- Allora è qui intorno?
- Si sarà fermato a pisciare, o magari è rubato. Guarda che me ne sto andando…
- E datti una calmata … scendiamo. Forza Spina, andiamo.
- Che fretta c’era, potevamo restare qui a dormire. Dannazione, dovrei strozzarlo quel bastardo…
Le scale scricchiolano di nuovo sotto il peso dei due. Prego. Prego che non tornino indietro, che non cambino idea e decidano di restare. Dopo un’eternità, finalmente le tre voci si allontanano. Sbam. Sbam. Sbam. Tre portiere sbattono. Un motore si accende. Partono. Non passano due secondi che il cellulare di Fede comincia a squillare. Non riesco a trattenere un urlo. Fede mi mette la mano sulla bocca.
- Stai calma, è solo il cellulare!
- Pronto, mamma – gli esce fuori una voce normale, ma è accanto a me e sento che sta tremando. Non sembra allegro, ma nemmeno spaventato o preoccupato.
- Lo so, mamma, scusa. Siamo solo rimasti qui a chiacchierare un po’ con gli amici di Clizia. Venivano a prenderli i genitori ed erano in ritardo per via del traffico, hanno trovato coda… Sto rientrando, stai tranquilla. Accompagno a casa Clizia e torno. Ciao, scusa.
Attacca. Per un attimo rimaniamo lì, immobili.
- E se squillava cinque minuti fa?
- Ma non è squillato – risponde Fede, arricciando le labbra.
- Ma se squillava? Magari domani eravamo sui giornali! - sento la voce che mi trema e sale di tono. Fede si solleva di nuovo su un fianco e mi guarda.
- Scusa – mormora - è colpa mia. Non dovevo portarti qui. Non di notte, almeno.
Non riesco quasi più a vederlo, perché una nuvola dispettosa ha coperto la luna. Una carezza mi scende sulla guancia, una mano mi scosta i capelli, mi sfiora un occhio… un attimo sospeso e poi l’imbarazzo.
- Andiamo via – mi dice Fede. Mi prende per mano, riaccende la pila, e muovendoci pian piano recuperiamo terreno. Dopo un salto siamo di nuovo nella stanza. Quei balordi hanno spaccato il vetro di una finestra, ci sono schegge tutto intorno. Un brivido mi scuote di nuovo. Scendiamo le scale senza lasciarci la mano. So che sono andati via, ma non è andata via la paura. Vorrei schioccare le dita ed essere nel mio letto, svegliarmi e capire che è stato solo un incubo. Il cancello è ancora aperto e Federico lo richiude con forza appena usciamo. Raggiungiamo il motorino. Lì per lì non parte, ma forse è solo Fede che è agitato e sbaglia a fare qualcosa. Dopo tre tentativi falliti, inspira a fondo, poi butta fuori tutta l’aria con forza dai polmoni. Ci riprova. Il motore parte. Saliamo. Non è un granché come motorino, ma sento che Fede lo spinge a manetta, per quanto può. Dopo poco siamo al curvone, prima della piazza. Fede ferma il motorino, scendiamo e ci mettiamo a correre verso casa mia.
In piazza ci sono ancora tante persone, chissà se Erina e Davide sono ancora qui, ma il pensiero dura solo un attimo. Sono davanti alla porta di casa. Sono salva. Improvvisamente un’ombra alle nostre spalle ci fa trasalire e non posso fare a meno di urlare.
- Ruhe, bitte! Don’t panic! Verdammt! Sono solo io: Cipolla.
- Oh cavolo, Cipolla, mi hai fatto morire di paura! – è la prima volta che gli parlo così, come fosse un amico e senza nessun imbarazzo.
- Scusate, a volte non mi vengono le parole quando sono stanco; è molto tardi…
Improvvisamente mi ricordo che si è esibito durante la festa. Potevamo andare a vederlo, acci! In tutto quel macello mi è passato di mente.
- Com’è andata stasera?
- Bene, bene. Ho fatto il numero che ti piace tanto, quello che provavo ieri, si?
- Oh sì, bellissimo!
- Meglio entrare, credo. Buonanotte.
- Scappo anche io, spero solo che la mamma non sia troppo arrabbiata – mi dice Federico, prima di mettersi a correre.
Io e Cipolla entriamo. La nonna dorme beatamente sul divano. Del babbo nessuna traccia, per fortuna.
- Allora non mi hai visto?
- No, mi dispiace, con i mei amici siamo stati in piazza, non siamo venuti su al circolo: era troppo lontano a piedi.
- Ma io mi sono esibito anche in piazza.
- Oh…
- Scusa, non sono fatti miei, ma sei pallida e forse non è… ach, come dire… oh, prudente, essere in giro a quest’ora. Devi stare attenta, Clizia. Non ti offendere, io dico così per amicizia, capisci?
- Sì.
- Non metterti in situazioni pericolose, puoi trovare qualcuno che si approfitta di te, che sei giovane, sì?
- Già.
- È successo qualcosa?
- No.
Continua a guardarmi, con gli occhi buoni, annuendo e con un mezzo sorriso, come mi invitasse a confidarmi. Meno male che è buio, perché sento che sono avvampata come un tizzone del camino.
- No, davvero. Tutto bene. Ho solo perso i miei amici nella folla. E siamo andati a fare un giro con Federico. Niente di che.
Oh cavolo, ma perché sto qui a giustificarmi con l’inquilino della nonna?
- Lui è stato gentile con te?
- Fede? Certo! È il mio migliore amico.
Ecco, l’ho detto. Cioè, la bocca l’ha detto, prima che il cervello avesse il tempo di formulare il pensiero. Ma non è il contrario? Sembra quasi che a parlare sia stato il cuore.
- Ok, allora. Ti consiglio di stare sempre in gruppo quando esci, perché se state in gruppo vi aiutate… se giri da sola puoi trovare qualcuno che vuole approfittare di te, capisci? Non ci sono solo brave persone, purtroppo.
Annuisco.
- Vuoi una tisana? Una camomilla?
- No, grazie. Vado a letto. Buonanotte, Albert.
Non puoi chiamare Cipolla un adulto che ti ha appena messo a posto gentilmente.
Entro in camera, mi spoglio in fretta e scivolo nel letto, tenendomi ben stretta quella paura. Avvolta nella coperta, mi sembra di dover intrappolare quei brividi per imprimermeli bene addosso. Non so bene perché, ma è una cosa che fa bene e male nello stesso istante. Spero solo che Federico sia già arrivato a casa. Dopo un secolo che mi rigiro, sento la porta di casa che si apre e dei bisbigli. Tendo l’orecchio. La mamma è rientrata e parla con il babbo. Ecco perché non era a casa: probabilmente l’ha raggiunta dalle sorelle Felicità, forse è stato invitato da Andy. Mi alzo in punta di piedi e sbircio dalla porta socchiusa. Dallo spiraglio vedo il babbo e la mamma che si danno un bacio. Erano mesi che non li vedevo così uniti. La serata deve essere andata bene, sono contenta. Schizzo di nuovo sotto le coperte, perché è sicuro che si affacceranno a controllare che sia a letto e che dorma. Spero solo di riuscire a fingermi addormentata profondamente.