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giovedì 30 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 44

 



BEL RINGRAZIAMENTO!

Ieri ero così spaventata che non ho nemmeno controllato il cellulare per vedere se Erina aveva cercato di contattarmi. Ci saranno decine di chiamate perse e dovrò prepararmi a una sfuriata epica! Invece rimango sbalordita: lo schermo è vuoto. Erina ieri non ha chiamato.
Ok, i motivi potrebbero essere mille. Se aveva il display rotto non poteva cercare il mio numero e magari, proprio come me, non lo ricordava a memoria. Però Davide? Possibile che non avesse il mio numero? Mi sembra strano, visto che ogni tanto Erina mi ha telefonato con il cellulare di suo fratello… Forse non aveva credito? Vabbè, se resto qui a rimuginare, finirò per arrivare tardi a scuola!

Appena metto piede in classe, lancio un’occhiata a Lucia, per capire come è andata ieri, ma lei ha la testa infilata nello zaino. Probabilmente ha dimenticato qualcosa anche oggi: è sempre così distratta! Mentre vado al mio banco, miracolo, vedo Athos, Isabella e Samantha che vengono verso di me.

- Dov’è che tenevi nascosta la tua amica? – mi chiede Athos.

Vorrei fargli notare che è la prima volta che mi parla dall’inizio dell’anno, ma decido di passargliela.

- Beh, non è mai stata nascosta veramente, a quanto sappia… è solo che abita a Firenze.

- Sì, lo sappiamo, ce l’ha detto.

- Mi sa che Athos e Brando hanno fatto colpo! – li prende in giro Isabella – la tua amica non sapeva decidersi su chi posare gli occhi!

- Anche tu e Samantha, però, un’occhiatina a Davide gliel’avete data, o no? A proposito, ma voi dove eravate finiti? Paolo e il Bolla hanno rimediato un rimbalzone da due tipe, e tu e il Vile?

Comincia a darmi fastidio quest’abbreviazione che sembra un’offesa!

- Veramente noi eravamo dove sempre. Pensavamo che sareste tornati indietro.

- E noi pensavamo che ci avreste seguiti! E comunque alla fine siamo pure tornati indietro, ma voi non c’eravate più.

- Già, proprio così – rincara Samantha, scoccandomi un’occhiatina.

Non raccolgo, dato che siamo stati un sacco ad aspettarli, ma poi vengo fulminata da un’idea. Non è che questi sono venuti a parlarmi perché mi vogliono chiedere il numero di cellulare di Erina?

- Beh, quindi volete il cellulare di Erina? O di Davide? – sfodero all’improvviso, per cambiare discorso, e sicura che mi diranno di sì.

- Non abbiamo bisogno del tuo aiuto: abbiamo già fatto da soli – risponde Brando con sufficienza, e ridacchiano tutti e quattro soddisfatti.

La mattinata per fortuna scorre tranquilla e dopo poco che sono tornata a casa mi squilla il cellulare. È Erina. Eccola, mi sembrava impossibile che non telefonasse per scusarsi. Anch’io avrei voluto chiamarla prima, ma stamani ero in super ritardo e non ho fatto in tempo.

- Erina! Ciao!

- Volevo vedere quanto ci mettevi a chiamarmi! E, visto che non ti sei degnata, ho dovuto chiamarti io!

Il suo tono arrabbiato mi coglie di sorpresa. Cosa le prende?

- Allora? Ti sei divertita ieri? E dire che io e Davide eravamo venuti per stare con te!

- Ma scusa, sei tu che ti sei allontanata senza dire niente!

- Oh, certo, ora è colpa mia! Io stavo solo facendo amicizia, per vedere se riuscivo a introdurre anche te, visto che ancora non sei entrata un po’ in confidenza con i tuoi compagni di classe! E dire che sono davvero simpatici e carini e non capisco come mai non riesci ad ambientarti… e tu? Come mi ringrazi? Sparisci!

- Ma Erina, sei stata tu a sparire! Vi siete allontanati e via. Io pensavo che sareste tornati indietro, e invece niente!

- Siamo tornati indietro!

- Certo! Dopo un’ora, forse? Cosa pensavi? Di aver legato il tuo cagnolino a un palo? Probabilmente eri troppo occupata a fare colpo sui ragazzi!

- Lascia perdere, Clizia! Non sono stata io a sparire dal muretto. Quando siamo tornati non c’era nessuno! Potevi almeno chiamarmi sul cellulare!

- L’avevo lasciato a casa in carica, ricordi?

- Ma guarda…

- È vero! E comunque ti ho chiamata con il cellulare di Federico, a quello che pensavo di ricordare che fosse il tuo numero, ma tu non rispondevi!

- Il mio cellulare non ha squillato!

- Sicura di non averlo sentito?

- Avrei visto le chiamate perse!

- E come, se avevi lo schermo fuori uso?

Improvvisamente si fa silenzio dall’altra parte. Sento che si sta calmando.

- Ok, senti, diciamo solo che ci siamo perse. Non volevamo farlo apposta, vero?

- Certo! Secondo te?

- Lo sai che ti voglio bene.

- Anch’io.

- Allora cosa è successo ieri? Hai fatto un giro con Federico e gli altri due?

- Uhm, sì – improvvisamente avverto qualcosa di strano, una vocina dentro di me, una sensazione fastidiosa - Ma dimmi di te. Che ne pensi di Athos e gli altri?

- Sono carini! Anche le ragazze mi sono sembrate simpatiche, anche se loro hanno parlato soprattutto con Davide… non ti ingelosire, eh…

- Tranquilla, ci sono abituata.

- Comunque un po’ hai ragione: fanno gli splendidi e magari non sono proprio i tuoi tipi, però potresti sforzarti di conoscerli meglio, no?

- Sai, è difficile se non mi parlano!

- Parlaci tu, allora!

- È che io sono una, e loro sono tanti! Ho fatto del mio meglio, ma mi sono concentrata di più su quelli che sentivo un po’ più simili a me.

- Tipo quello che fa le bolle di saliva, Clizia?

- Ok, magari non è la cosa più bella da vedere, però è simpatico!

- Ok, Cli, hai bisogno di aiuto e io te lo darò. Potresti portare quei tipi a Firenze con te, la prossima volta che verrai a trovarmi.

- Erina, non credo proprio che…

- O posso venire io da te e ci fissiamo. Usciamo tutti insieme.

- Sì, ma il gruppo non funziona, lo hai visto anche tu.

- Su questo hai ragione, era troppo un’accozzaglia. Molla gli altri e tieni il gruppetto che ho scelto io ieri.

Un’altra nota stonata. Non voglio innervosirmi, perché Erina se ne accorgerebbe. Meglio chiudere per oggi.

- Vabbè, dai, vediamo. Ora ti lascio perché ho un sacco di compiti da fare. Ti richiamo presto.


Mi affaccio alla finestra. Albert è in giardino a lavorare ai suoi numeri. Mi indirizza un sorriso e mi mostra il pollice su. Come no, Albert: tutto a gonfie vele! Beato te che sei sempre ottimista! Gli indirizzo un sorriso stiracchiato. Io mi sento un groppo che mi va su e giù fra lo stomaco e la gola. Sembrano tutti così sicuri e con le idee chiare e invece io ho solo una grande confusione in testa. Anche questa storia dei gruppi di amici giusti… giusti per chi? Chi lo decide se uno è giusto o no? E poi mica mi va di fare il cagnolino che aspetta che gli lancino un osso! Gli altri magari saranno più normali e meno popolari, ma con loro mi sento libera di essere me stessa, senza sforzarmi. Anche con Erina ultimamente faccio fatica e mi sa che non sia solo la lontananza. La sto perdendo. Tutta questa gran fretta di crescere che ha mi toglie il fiato. Io mica lo so se mi va di lasciare tutte le grandi comodità dell’infanzia… sì, a volte mi sento in ebollizione e scalpito, ma poi arriva sempre il momento che viene fuori anche la paura e la tristezza di perdere il mio lato infantile. Vabbè, arrovellarmi su questo non mi salverà dall’interrogazione di storia di domani.


Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Cottonbro studio da pexels

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 43:

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mercoledì 29 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 43

 




DEI VERI LUPI

- Ma non hai chiuso il cancello? – mi chiede Federico.

- Cosa? Boh, non lo so, non mi pare.

- Zitta un attimo.

- Oddio, ma che c’è?

- Abbiamo ospiti. Resta zitta e ferma – mi bisbiglia. Ma non c’è bisogno che me lo dica. Ho le gambe molli e la gola chiusa. In questo momento non riuscirei a fare un passo o ad emettere un suono. Tendo le orecchie, furiosamente, e sento voci strascicate. Oddio, come ho fatto a essere così idiota?

- Sono tre – mi bisbiglia Fede – stai tranquilla, è troppo buio qui. Avranno visto il cancello aperto e sono entrati a curiosare, ma ora se ne andranno, di sicuro, perché non c’è luce e non vedrebbero nulla. Dobbiamo solo starcene qui buoni, zitti e fermi. Capito?

Annuisco ripetutamente. Comincia a fare freddo, strano non averlo notato prima. Una morsa allo stomaco mi fa notare che si sta facendo tardi. I fuochi sono già finiti e io dovrei rientrare a casa. Cerco di pensare che probabilmente passeranno delle macchine da qui, gente che è venuta a Fiesole per la festa e che adesso se ne torna a casa, ma invece non passa nessuno: evitano questa stradina perché troppo buia e stretta.

- Andiamo via, ragazzi! C’è troppo buio, non c’è corrente.

- Stai muto bello, siamo troppo in botta per guidare. Fermiamoci qui a farci passare la sbronza, o vuoi morire stanotte? E poi la porta è aperta, entriamo a dare un’occhiata…

- Andiamo via, imbecilli, sono pure in libertà vigilata… non ci torno in quello schifo di casa lavoro… questa è violazione di domicilio, idioti!

- È arrivato l’avvocato! Tanto prima o poi ti sbattono di nuovo in carcere: sei marcio, bello. Smettila di piagnucolare, dannazione, e vai a vedere in macchina se c’è una pila!

Dei passi si allontanano e vediamo un’ombra uscire dal cancello. Poco dopo sentiamo il rumore secco di una portiera che sbatte.

- Da quando l’hanno beccato con la roba non si regge più, giuro che mi fa andare fuori di testa!

- Dai, lascialo perdere, andiamo dentro. Fammi luce con l’accendino.

- Sono entrati – mi fa Fede, con il viso vicinissimo al mio. Alla luce della luna, fra quei capelli arruffati, cerco i suoi occhi e li trovo. Sono due fessure dense, tese, che fanno pensare a una tigre. Il suo sguardo è rivolto da un lato, come se ascoltasse con gli occhi. Poi li punta su di me. Mi guarda un secondo e poi mi fa cenno di alzarmi. Mentre li sentiamo salire le scale mi faccio guidare da Federico verso un punto più alto del tetto e più lontano dall’abbaino. Mentre cammino mi accorgo che tremo, ma non riesco a smettere.

- Sdraiati – mi bisbiglia.

Obbedisco senza fare domande. Se dovrà prendermi un infarto, credo che succederà adesso e non quando sarò una nonnetta centenaria… beh, sempre che ci arrivi, a quell’età! Fede si sdraia accanto a me, vicinissimo, e mi prende la mano, intreccia le sue dita fra le mie e mi stringe forte.

- Dobbiamo farci piccini piccini – mi bisbiglia dentro l’orecchio, mentre li sentiamo aggirarsi sulle assi del pavimento della stanza con l’abbaino. Il suo fiato caldo mi scatena un brivido più forte lungo tutta la schiena.

- Non saliranno sul tetto, hanno detto che sono ubriachi, e se anche lo facessero, non si metteranno a camminare quassù… daranno un’occhiata e se ne andranno, perché da lì non possono vederci. Ok?

Annuisco e cerco di diventare tutt’uno con le tegole del tetto.

Un fischio sibila nell’aria e mi fa fare uno scossone. Fortuna che c’è Fede che non mi molla la mano, si solleva un po’ e si gira verso di me. Mi appoggia l’altra mano sulla guancia e mi asciuga una lacrima ostinata che mi rotola giù dagli occhi.

- Se si affacciano troppo scendo io, così non ti vedono. Ma tu devi restare quassù, in silenzio, qualunque…

- Non dire nulla, ti prego! - la voce di Fede è dolce come una carezza, ma mi fa star male.

Penso a casa mia, alla mia stanza, alla mamma che sarà ancora a lavorare, al babbo che si starà chiedendo dove sono finita e che probabilmente sarà fuori di sé e vorrà farmi a pezzettini, sempre che non ci pensino già questi qui, perché le cavolate si pagano, a volte, e salatissime.

Fare un colpo di testa può sembrarti fico, finché non ti ritrovi nella cacca e ti chiedi chi cavolo te l’abbia fatto fare. Mi sembra che il cuore mi sia balzato fuori dal petto e mi sia finito nelle orecchie, perché me lo sento martellare nella testa. Mi torna in mente Cappuccetto Rosso e quel lupo così tonto da non aver nemmeno masticato un po’ quelle due, prima di ingoiarle. Chissà se allora se ne sarebbero saltate fuori tranquillamente dalla pancia del lupo, dopo che il cacciatore l’aveva fatto fuori? Caro vecchio lupo tontolone, tu magari te le eri mangiate per fame, quelle sceme di Cappuccetto Rosso e della nonna, che non chiude nemmeno a chiave la porta di casa… questi qui sono lupi veri, invece: hanno denti aguzzi, risate sguaiate, occhi rossi e mani pronte a ghermirti, ci scommetto, e malgrado instabili, sufficiente forza per stringerti e tenerti ferma.

Di nuovo il fischio risuona nel buio.

- Imbecilli! – urla una voce rabbiosa.

- Oh, è il Boccia che fischia.

- Non torna mica, se la fa addosso, quel bastardo! Senti cos’ha che gli brucia…

Un rumore di vetri rotti squarcia la notte e dentro di me è come se esplodesse una bomba. Qualcosa vola fuori dalla finestra e si schianta al suolo.

- Che vuoi?

- Andiamo via, ho visto un motorino parcheggiato più avanti… non è chiuso, dev’esserci qualcuno da qualche parte… forza! – urla quello da giù.

- La pila, maledetto! L’hai trovata la pila? Se c’è qualcuno lo staniamo, quel cane. Vieni su! O hai paura?

Un riso sguaiato mi perfora le orecchie.

- Fate come volete, io monto in macchina e vi lascio qui, non mi faccio fregare per due imbecilli come voi…

- Non t’azzardare a toccare quelle chiavi o t’ammazzo!

- E dai, Spina, è solo una villa vuota, non c’è niente qui dentro. Dai, bello, che dobbiamo ancora fare un sacco di strada. Boccia, monta in macchina che lo porto giù io… guida tu perché lui è andato. Oh, ma il motorino? Com’è?

- Mi pare mezzo scassato…

- Sennò lo caricavo in macchina.

- Ma lascia perdere! Porta giù quel cane rognoso.

- Ma è aperto? Niente bloster?

- Aperto.

- Allora è qui intorno?

- Si sarà fermato a pisciare, o magari è rubato. Guarda che me ne sto andando…

- E datti una calmata … scendiamo. Forza Spina, andiamo.

- Che fretta c’era, potevamo restare qui a dormire. Dannazione, dovrei strozzarlo quel bastardo…

Le scale scricchiolano di nuovo sotto il peso dei due. Prego. Prego che non tornino indietro, che non cambino idea e decidano di restare. Dopo un’eternità, finalmente le tre voci si allontanano. Sbam. Sbam. Sbam. Tre portiere sbattono. Un motore si accende. Partono. Non passano due secondi che il cellulare di Fede comincia a squillare. Non riesco a trattenere un urlo. Fede mi mette la mano sulla bocca.

- Stai calma, è solo il cellulare!

- Pronto, mamma – gli esce fuori una voce normale, ma è accanto a me e sento che sta tremando. Non sembra allegro, ma nemmeno spaventato o preoccupato.

- Lo so, mamma, scusa. Siamo solo rimasti qui a chiacchierare un po’ con gli amici di Clizia. Venivano a prenderli i genitori ed erano in ritardo per via del traffico, hanno trovato coda… Sto rientrando, stai tranquilla. Accompagno a casa Clizia e torno. Ciao, scusa.

Attacca. Per un attimo rimaniamo lì, immobili.

- E se squillava cinque minuti fa?

- Ma non è squillato – risponde Fede, arricciando le labbra.

- Ma se squillava? Magari domani eravamo sui giornali! - sento la voce che mi trema e sale di tono. Fede si solleva di nuovo su un fianco e mi guarda.

- Scusa – mormora - è colpa mia. Non dovevo portarti qui. Non di notte, almeno.

Non riesco quasi più a vederlo, perché una nuvola dispettosa ha coperto la luna. Una carezza mi scende sulla guancia, una mano mi scosta i capelli, mi sfiora un occhio… un attimo sospeso e poi l’imbarazzo.

- Andiamo via – mi dice Fede. Mi prende per mano, riaccende la pila, e muovendoci pian piano recuperiamo terreno. Dopo un salto siamo di nuovo nella stanza. Quei balordi hanno spaccato il vetro di una finestra, ci sono schegge tutto intorno. Un brivido mi scuote di nuovo. Scendiamo le scale senza lasciarci la mano. So che sono andati via, ma non è andata via la paura. Vorrei schioccare le dita ed essere nel mio letto, svegliarmi e capire che è stato solo un incubo. Il cancello è ancora aperto e Federico lo richiude con forza appena usciamo. Raggiungiamo il motorino. Lì per lì non parte, ma forse è solo Fede che è agitato e sbaglia a fare qualcosa. Dopo tre tentativi falliti, inspira a fondo, poi butta fuori tutta l’aria con forza dai polmoni. Ci riprova. Il motore parte. Saliamo. Non è un granché come motorino, ma sento che Fede lo spinge a manetta, per quanto può. Dopo poco siamo al curvone, prima della piazza. Fede ferma il motorino, scendiamo e ci mettiamo a correre verso casa mia.

In piazza ci sono ancora tante persone, chissà se Erina e Davide sono ancora qui, ma il pensiero dura solo un attimo. Sono davanti alla porta di casa. Sono salva. Improvvisamente un’ombra alle nostre spalle ci fa trasalire e non posso fare a meno di urlare.

- Ruhe, bitte! Don’t panic! Verdammt! Sono solo io: Cipolla.

- Oh cavolo, Cipolla, mi hai fatto morire di paura! – è la prima volta che gli parlo così, come fosse un amico e senza nessun imbarazzo.

- Scusate, a volte non mi vengono le parole quando sono stanco; è molto tardi…

Improvvisamente mi ricordo che si è esibito durante la festa. Potevamo andare a vederlo, acci! In tutto quel macello mi è passato di mente.

- Com’è andata stasera?

- Bene, bene. Ho fatto il numero che ti piace tanto, quello che provavo ieri, si?

- Oh sì, bellissimo!

- Meglio entrare, credo. Buonanotte.

- Scappo anche io, spero solo che la mamma non sia troppo arrabbiata – mi dice Federico, prima di mettersi a correre.

Io e Cipolla entriamo. La nonna dorme beatamente sul divano. Del babbo nessuna traccia, per fortuna.

- Allora non mi hai visto?

- No, mi dispiace, con i mei amici siamo stati in piazza, non siamo venuti su al circolo: era troppo lontano a piedi.

- Ma io mi sono esibito anche in piazza.

- Oh…

- Scusa, non sono fatti miei, ma sei pallida e forse non è… ach, come dire… oh, prudente, essere in giro a quest’ora. Devi stare attenta, Clizia. Non ti offendere, io dico così per amicizia, capisci?

- Sì.

- Non metterti in situazioni pericolose, puoi trovare qualcuno che si approfitta di te, che sei giovane, sì?

- Già.

- È successo qualcosa?

- No.

Continua a guardarmi, con gli occhi buoni, annuendo e con un mezzo sorriso, come mi invitasse a confidarmi. Meno male che è buio, perché sento che sono avvampata come un tizzone del camino.

- No, davvero. Tutto bene. Ho solo perso i miei amici nella folla. E siamo andati a fare un giro con Federico. Niente di che.

Oh cavolo, ma perché sto qui a giustificarmi con l’inquilino della nonna?

- Lui è stato gentile con te?

- Fede? Certo! È il mio migliore amico.

Ecco, l’ho detto. Cioè, la bocca l’ha detto, prima che il cervello avesse il tempo di formulare il pensiero. Ma non è il contrario? Sembra quasi che a parlare sia stato il cuore.

- Ok, allora. Ti consiglio di stare sempre in gruppo quando esci, perché se state in gruppo vi aiutate… se giri da sola puoi trovare qualcuno che vuole approfittare di te, capisci? Non ci sono solo brave persone, purtroppo.

Annuisco.

- Vuoi una tisana? Una camomilla?

- No, grazie. Vado a letto. Buonanotte, Albert.

Non puoi chiamare Cipolla un adulto che ti ha appena messo a posto gentilmente.

Entro in camera, mi spoglio in fretta e scivolo nel letto, tenendomi ben stretta quella paura. Avvolta nella coperta, mi sembra di dover intrappolare quei brividi per imprimermeli bene addosso. Non so bene perché, ma è una cosa che fa bene e male nello stesso istante. Spero solo che Federico sia già arrivato a casa. Dopo un secolo che mi rigiro, sento la porta di casa che si apre e dei bisbigli. Tendo l’orecchio. La mamma è rientrata e parla con il babbo. Ecco perché non era a casa: probabilmente l’ha raggiunta dalle sorelle Felicità, forse è stato invitato da Andy. Mi alzo in punta di piedi e sbircio dalla porta socchiusa. Dallo spiraglio vedo il babbo e la mamma che si danno un bacio. Erano mesi che non li vedevo così uniti. La serata deve essere andata bene, sono contenta. Schizzo di nuovo sotto le coperte, perché è sicuro che si affacceranno a controllare che sia a letto e che dorma. Spero solo di riuscire a fingermi addormentata profondamente.

Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Maximilien T'Scharner da Unsplash.com

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 42:

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martedì 28 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 42

 




COSE PROIBITE

Dopo una mezz’ora, un etto di pellicine che mi sono strappata dalle unghie e ottomila chiamate a quello che penso sia il numero di Erina, Federico a un tratto mi fa:

- La vuoi vedere una cosa?

- Cosa?

- È una sorpresa. Ma dobbiamo andare via di qui.

- Ma loro …

- Non torneranno, tranquilla. Però, se preferisci restare qui ad aspettare il tuo fidanzato…

Mi va a fuoco il viso e ringrazio il buio della notte e i lampioni sfocati.

- Non fare lo stupido! Che fidanzato?

- Ti piace il fratello di Erina?

- No! Che dici?

- Mah, è che sembri un po’ scema quando c’è lui. Sembri nervosa e schizzata: diversa dalla Clizia che conosco io.

- Ma senti…

- Sì, è vero.

- Smetti! Allora? Che sorpresa sarebbe?

- Per scoprirlo dobbiamo fare delle cose proibite e pericolose: cosa ne dici? Ti prometto che ne vale la pena.

- Penso di no, che non mi va – che strano, eppure mi sembrava un bravo ragazzo. Lo scruto in fondo agli occhi: sono misteriosi, ma sempre gli occhi puliti del solito Fede che conosco. - È che se mi dici così mi innervosisci…

- Allora non importa, stiamo qui e aspettiamo gli altri, anche se sarà una lunga attesa, mi sa…

Non verranno. Lo so che ha ragione. Si sono spostati per seguire gli altri, per vedere meglio. Dovevamo accodarci anche noi, ma pensavo che sarebbero rimasti lì nei paraggi e poi sarebbero tornati indietro, invece sono spariti. E comunque si vedeva bene anche da dove eravamo noi. Certo che anche Erina poteva pure guardare il cellulare, almeno si sarebbe accorta delle chiamate! Oddio, penso ad un tratto, magari mi ha chiamata lei e la nonna ha risposto! E ora sa che ci siamo perse e sarà entrata in paranoia! Ma no, mi tranquillizzo poi, la nonna sa appena come si usa il suo di cellulare, il mio di sicuro non lo tocca, anche se lo sente squillare.

- Insomma, dov’è che volevi andare? – chiedo a Federico, anche per interrompere il frullio dei miei pensieri.

Federico mi tende la mano e io lo seguo. Ci avviamo in mezzo alla folla, continuando a tenerci per mano per non perderci. Provo una sensazione strana: sento la sua stretta salda e sicura, ma gentile. Usciti dalla piazza già si respira un po’ e possiamo camminare fianco a fianco. Ci lasciamo la mano, dato che non c’è più folla, e un po’ mi dispiace.

Essere soli, io e lui nella notte, mi fa sentire un po’ in ansia; sono abituata a girare da sola di giorno, ma dopo cena fa tutto un altro effetto. Improvvisamente mi viene in mente Lucia: chissà come è andato il suo appuntamento!

- Adesso dobbiamo fare piano piano - mi dice Federico a un tratto, e così mi accorgo che siamo arrivati davanti a casa sua. Tira fuori delle chiavi dai jeans e lo vedo avvicinarsi al suo motorino.

- Che fai?

- Voglio portarti a vedere una cosa, ma dobbiamo prendere il motorino.

- In due in motorino, lo sai che…

- … i tuoi ti mettono le budella al sole!

- Già.

- Staremo attenti, non ci vedrà nessuno. E poi non dobbiamo andare lontano: arriviamo solo qui sotto, vicino alle cave di Maiano. Mettiti il casco.

- E tu?

- Ne ho solo uno adesso, dovrei entrare in casa a prendere l’altro e Nero sicuramente abbaierebbe.

- Perché non mi sembra una buona idea?

- Perché sei piena di buonsenso – mi dice lui, allacciandomi il casco e assicurandosi che sia stretto bene. Il cuore comincia a scalpitare.

Mentre scendiamo verso Maiano prego che non mi riconosca nessuno. Sento la coccinella della catenina che sembra voglia volarmi fuori dalla maglietta e mi chiedo se sono in pericol … beh, sì, lo sono, almeno un po’.

- Ma dove andiamo? Me lo dici o no? – urlo, mentre il vento porta via la voce.

- Andiamo nel mio rifugio segreto. Dal tetto vedrai lo spettacolo più bello che tu abbia mai ammirato.

- Come dal tetto? Da quale tetto?

- È una villa abbandonata. L’ho trovata un giorno che sono andato a camminare con la mamma e Nero. Poi ci sono tornato da solo, di nascosto - le parole di Federico scivolano nell’aria e si perdono.

Dopo poco ferma il motorino in una stradina. I lampioni emettono una luce fioca, mentre costeggiamo a piedi i muri della villa. Arriviamo davanti a un cancello di ferro.

- Aspetta qui.

- Dove vai? – chiedo rabbrividendo – non mi lascerai mica sola!

- Devo solo aprire il cancello – risponde, mentre comincia ad arrampicarsi sul muro. Dopo poco, con un salto, è già al di là del cancello e sento uno scatto: si apre.

- Vieni.

Entro, mentre mi sento il cuore che martella furiosamente. Questa non è violazione di domicilio o roba simile? Improvvisamente mi sembra che i miei sensi siano allertati al massimo. So che è assurdo, ma ho come l’impressione che le mie orecchie siano diventate enormi per percepire tutti i suoni, avvertire in tempo il pericolo e essere pronta a scappare. Federico sembra indovinare la mia paura.

- Non ti preoccupare, non c’è nessuno qui. Ci sono stato un sacco di volte: è tranquillo e la casa non crollerà, non è in condizioni così pietose!

Fede accende una pila, spinge con forza la porta e mi guida all’interno, su per le scale.

- Scricchiolano un po’, come nei migliori film del terrore… - ridacchia.

- Guarda che se continui così, fra cinque minuti sono a mangiare un gelato a Montecatini.

- Accidenti! Hai paura?

- Sono solo, tipo… terrorizzata, ecco!

Entriamo in una stanza vuota. Ci sono solo due o tre sedie rotte lasciate in un angolo. Un abbaino lascia entrare la luce della luna. Fede me lo indica.

- Andiamo sul tetto da lì.

Ci arrampichiamo e usciamo nell’aria della notte. Il tetto è ampio e le tegole sono tutte al loro posto, almeno in quel punto.

- Siediti qui e non andartene a giro per il tetto: a meno che tu non sia una gatta, non è molto prudente. Ma se rimaniamo fermi qui, non c’è verso di cadere – mi dice, sedendosi accanto a me – allora, che ne dici?

Solo in quel momento mi ricordo di respirare e mi guardo finalmente intorno, lasciando andare la tensione. Seguo l’indice di Federico che traccia un mezzo cerchio in aria.

- Vedi? In questo momento sei una regina e io un re. È tutto ai nostri piedi: il parco di Monte Ceceri, Vincigliata, Settignano, Firenze. Abbiamo un regno con un soffitto affrescato con milioni di stelle - conclude bisbigliando e guardando in su.

Viste da qua, nel buio della notte, le stelle sembrano sfolgorare, bucano questo silenzio perfetto rotto solo dal verso di qualche uccello notturno. Forse se allungassimo la mano potremmo perfino prenderne qualcuna.

- Non immaginavo niente del genere! Non avevo nemmeno mai notato questa villa.

- È un po’ fuorimano - si porta l’indice al naso – shhh, è un segreto, non devi dirlo a nessuno. Prometti!

- Prometto – rispondo sospirando – ma perché vieni qui?

- Così, per starmene un po’ in pace da solo, per essere vicino al cielo. Allora, tu cosa farai il prossimo anno?

- Uhm, non lo so in realtà. Lo zio mi vedrebbe bene al liceo, ma io non ho idea di cosa voglio fare da grande, se capisci cosa intendo, e tu?

Lui rimane un attiamo in silenzio, come considerando la cosa fra sé e sé, così resto in silenzio anch’io, in attesa; ormai mi sono sintonizzata sui tempi di Fede e questo vuol dire che non bisogna mai mettergli fretta, perché lui è un tipo che ha bisogno di prendersi i suoi momenti di vuoto. Poi se ne viene fuori con una risposta che mi lascia a bocca aperta.

- Piloterò dirigibili.

Lo dice con il naso in su, a fissare il cielo e con la stessa naturalezza come se avesse affermato di voler fare il muratore o l’ingegnere.

- Dirigibili dici? Beh, credo di averli visti in vita mia solo una o due volte… uh, non un gran traffico, per così dire …

- Ho visto un documentario alla tv un giorno. Dicevano che il futuro del trasporto merci sarà affidato ai dirigibili. Ma per ora è ancora tutto in aria… - ride – beh, nel vero senso della parola! Ma ci stanno studiando; i primi test di volo del nuovo Aeroscraft sono ottimi. È un gigante lungo 169 metri e può trasportare un carico di 66 tonnellate. Serve per trasportare merci, persone, rifornimenti di soccorso in zone disperse, perché può decollare e atterrare in verticale e questo è essenziale per farlo arrivare ovunque.

- Uhm, mi sembra bello!

- Probabilmente fra qualche anno ci sarà una flotta di almeno una ventina di aeronavi e non è finita! Sembra che stiano già lavorando ad un dirigibile ancora più grande!

- Romantico…

- Dici? Uhm, sì, forse… ma mi piace anche perché consuma pochissimo rispetto a un aereo cargo. Le cose che funzionano sprecando molto mi danno fastidio, a volte penso di essere nato nell’epoca sbagliata: odio questa velocità, questo spreco…

- Beh, ma anche il dirigibile andrà veloce, no? Voglio dire, meno veloce di un aereo, ma comunque…

- Viaggia a circa 200 km orari, molto meno di un aereo. Mi piace immaginarmi lassù: quando ci penso sento un senso di libertà enorme.

Improvvisamente smette di parlare e mi mette una mano sul braccio. Si solleva un po’ per dare un’occhiata sotto. Qualcosa ha attirato la sua attenzione.

Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Johannes Blenke da Unsplash.com

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 41:

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mercoledì 22 luglio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 41



SCOMPARSI!


Apro la porta e Erina mi abbraccia, in una nuvola di profumo!

- Cliiiiii, eccoci! Lo sapevi che c’è il mercatino? Dopo ci andiamo, vero?

Entra in casa, seguita da Davide, che mi lancia un’occhiata di saluto e un sorriso che uccide. Deglutisco a vuoto e faccio finta di niente, anche se sento il viso che va a fuoco. Davide si guarda intorno e sembra colpito.

- Però, mica te la passi male. Se queste sono le premesse, chissà quanto saranno fighi i tuoi amici: quanta gente hai invitato?

- In realtà per ora mi hanno risposto di sì solo in tre.

- Tutte ragazze?

- Solo una ragazza, gli altri sono maschi.

- Poteva andare meglio.

- O forse peggio – ironizza Erina.

- Almeno è carina? – s’informa Davide, riavviandosi il ciuffo.

Faccio spallucce.

- Si chiama Lucia ed è una coccinella.

- Pensavo fosse una ragazza…

- Non fare lo scemo! Intendo una scout: si chiamano coccinelle.

- Uhm, potrebbe essere un’esperienza.

- Non farti illusioni: è già innamorata di un tipo.

- Forse perché ancora non mi conosce!

- Davide, ti prego, risparmiaci! – gli dice Erina, assestandogli una gomitata – e gli altri chi sono?

- Il Bolla, Paolo e Fede – chissà perché l’ho detto per ultimo.

- Fede?

- Sì, il Vile…sperti.

- Oh, quindi il Vile si chiama Federico e tu non lo chiami più Vile, ma Fede… mi nascondi qualcosa? – mi chiede Erina, ridendo e guardandomi di sottecchi.

- Ma che dici?

- Sarà, Clizietta mia… bene, e come ci hai fissato?

- Ci vediamo in piazza alle nove.

- Ok. Che profumino che sento! – chioccia Erina, salutando la nonna. Poi si gira di nuovo verso me e mi bisbiglia - Dopo ci mettiamo un po’ a lustro, che ne dici? - e mi mostra un astuccino con i trucchi.



Finalmente siamo usciti e mi sento un po’ più rilassata. La cena è andata bene, la nonna aveva fatto degli antipastini e il suo cavallo di battaglia: un rotolo di carne farcito con lo speck e patate arrosto. Poi io ed Erina siamo sparite in bagno a truccarci un po’, lasciando Davide a chiacchierare con la nonna. Io ho preferito darmi solo un po’ di blush e il mascara marrone, Erina invece ha fatto le cose in grande, tanto che, quando l’ha vista, la nonna mi ha lanciato un’occhiata perplessa. Ho fatto finta di non capire e siamo usciti in tutta fretta.

Andando all’appuntamento ci fermiamo ogni due secondi a vedere le bancarelle del mercatino tradizionale della fiera, che si snoda fino a via Portigiani. Quando vedo gli altri in lontananza mi sento un po’ nervosa. In teoria dovrei essere quella spigliata che aggrega amici che non si conoscono, quando in realtà sono proprio io che ancora non conosco bene i miei compagni di classe. Il fatto è che quando sono nervosa mi impappino e faccio delle figure assurde. L’unica fortuna è che i compagni che mi hanno risposto sono quelli con cui ho più confidenza.

Un po’ impacciata faccio le presentazioni e Lucia praticamente mi si catapulta addosso, dando appena uno sguardo a Davide ed Erina. Uhm, questo mi fa piacere: come farà Davide a capacitarsi che Lucia non sia rimasta folgorata dalla sua bellezza? Lucia sembra eccitata e senza fiato, mi prende da parte e mi afferra per le spalle, bisbigliando.

- Clizia, non puoi capire che favore mi hai fatto a chiamarmi!

- Beh, sono contenta anche io di vederti, Lucia, almeno abbiamo la possibilità di chiacchierare un po’ e…

- No Clizia, guarda, scusa scusa scusa davvero, ma sono solo venuta ad avvertirti e poi scappo!

La guardo senza capire e lei diventa rossa.

- Stasera mi vedo con lui!

- Lui chi?... Oh, lui! Davvero?

- Sì! Ancora non ci credo! Ci siamo incontrati l’altro giorno, mentre tornavo da un’uscita con gli scout. Io ero in divisa, volevo sprofondare per la vergogna e camminavo pianissimo per non incontrarlo e invece lui rimaneva lì, impalato, fino a quando ho capito che aspettava me! Insomma, mi ha chiesto di uscire, ma non sapevo come fare per non dirlo ai miei e poi mi hai telefonato e così ho fissato con lui, ma ai miei ho detto che venivo qui con te a vedere i fuochi perché sei nuova, non conosci quasi nessuno e mi fai un po’ pena.

- Cooosa?

- Oddio, scusa, ma qualcosa dovevo dire, no? Però non mi fai pena davvero, tranquilla.

Sospiro e mi viene quasi da ridere a vedere la sua faccia così contenta ed emozionata.

- Dove vi incontrerete?

- Lui suona nella filarmonica. Adesso c’è il concerto nella piazzetta della Cattedrale e appena finisce di suonare mi aspetta lì, davanti alla chiesa.

- In abito da cerimonia? Promette bene!

- E dai! Sii seria! Allora? Mica ti scoccia?

- No, sono contenta per te, solo non fare cavolate!

- Ok, allora scappo, eh… mi raccomando: acqua in bocca! Ciao ragazzi, mi dispiace non poter rimanere con voi, sarà per la prossima volta!

In un attimo corre via, mentre Davide la guarda con gli occhi spalancati.

- Ma dove va?

- Ha fissato col tipo che le piace.

Davide sembra offeso: come ha potuto non cadere folgorata ai suoi piedi?

- Mi dispiace per te - gli sussurro, sperando che non si senta troppo la soddisfazione nella mia voce.

- Non importa, tanto non era un granché. Poi è una bambina.

- Certo, come no?

Erina intanto parla con gli altri tre e, chissà perché, mi scoccia terribilmente non sapere cosa si sono detti finora. Quando la piazza comincia a riempirsi, decidiamo di andare a sedere sul muretto del seminario e camminiamo stretti stretti per non perderci nella folla. Più che altro è Erina a parlare, per fortuna, perché a me non viene in mente nulla da dire e così gli altri cercano di parare la raffica delle sue domande come possono, mentre Davide, come un gatto che è rimasto senza il topolino, si guarda in giro a valutare ogni ragazza che ci passa vicino.

Erina è spumeggiante e carina, come al solito, e non fa che ridere ad ogni cosa che dicono il Bolla, Paolo e Federico.

- Ciao ragazzi – sentiamo a un tratto.

Mi giro: Isabella, Samantha, Simona, Athos e Brando. Insieme!

- Ciao – rispondiamo quasi in coro, e scattano le presentazioni.

Chiaro che ora l’attenzione è tutta sui nuovi arrivati e anche loro non sembrano dispiaciuti a vedere Erina e Davide. Mi chiedo se si sarebbero avvicinati se non ci fossero stati i miei amici di Firenze.

- Stavamo cercando un posto strategico per goderci lo spettacolo. Magari da qui i fuochi si vedono bene. Ci fate un po’ di posto? Volevamo andare a San Francesco, ma forse possiamo restare qui con voi.

Il Bolla, Paolo e Fede scompaiono istantaneamente dal campo visivo di Erina! Davvero, pare impossibile, ma ora Erina e Davide sono concentratissimi a fare buona impressione sui nuovi arrivati e dopo poco, come per magia, sono lì che chiacchierano con una tale armonia che sembro io quella che non conoscevano fino a dieci minuti prima! Il Bolla e Paolo, relegati a ruolo di secondo piano, cominciano a chiacchierare fra loro; Fede più che altro ascolta e osserva, mentre io me ne sto lì un po’ impacciata, perché tanta confidenza non l’ho mai vista dall’inizio dell’anno e rispondo come una beota ai sorrisetti che mi lancia Erina mentre scherza e ogni tanto mi chiama in causa con un “vero, Cli?”, “te lo ricordi, Cli”? o roba simile.

Dopo una mezzoretta il Bolla comincia a messaggiare con chissà chi e si allontana un attimo con Paolo a salutare delle loro amiche che hanno visto fra la folla e che io, manco a dirlo, non conosco.

Ad un tratto partono i primi fischi dei fuochi e lo spettacolo prende il via, con mille girandole multicolori che scoppiano in cielo. Anche il campanile della cattedrale si accende come se avesse preso fuoco e dopo poco una cascata di luce si riversa giù lungo i muri, mentre le campane suonano senza posa. Siamo tutti a naso in su e con la bocca aperta: è davvero uno spettacolo che lascia senza fiato!

- Se c’erano dei piccioni, lassù sul campanile, adesso possiamo mangiarli arrosto! – ride Davide.

Samantha si unisce alla risata e riserva a Davide uno sguardo misterioso, con quegli occhioni celesti che si ritrova. Mi chiedo se le viene naturale o se ogni tanto prova allo specchio quell’aria da diva.

- Guarda la piazza, Davide, verso il monumento! – strilla Samantha, avvicinandosi a lui - stanno iniziando i giochi di luce: sono meravigliosi! Ma ti devi spostare un po’ di qui, altrimenti non vedi lo sfondo della loggia del Palazzo Pretorio…

- Dove, dove? – fa Erina, che si è scoperta interessatissima a qualcosa che fino a questo pomeriggio le faceva arricciare un po’ il naso.

- Non potremmo salire in piedi sul muretto? – chiedo al gruppo, ma nessuno sembra sentirmi.

Magari la mia voce è coperta dagli scoppi e dagli urli di ammirazione dei presenti. Decido di provare. Mi pare si veda bene: la loggia si accende delle luci delle girandole e Garibaldi e Vittorio Emanuele II risaltano come due sagome nere su uno sfondo dorato. Appena mi riprendo dallo stupore guardo giù, fra la folla, a cercare Erina e gli altri, ma vedo solo una moltitudine di teste che non riconosco. Cerco, cerco, ma niente!

- Vanished! – mi fa Fede, con un gesto della mano, come fosse un prestigiatore.

- Macché, saranno qui intorno. È che c’è troppa gente!

- Ok. Il Bolla e Paolo sono dietro a due tipe, mi hanno mandato un messaggio… sono pure riuscito a leggerlo, con tutta calma!

- Oh, beh, mi dispiace: forse non li abbiamo considerati molto da quando sono arrivati i fantastici cinque.

- Mah, secondo me era troppo un’accozzaglia.

- Vabbè, ora non metterti a fare l’orso marsicano. Adesso chiamo Erina e li recuperiamo.

- Per me…

- Cosa vuoi dire?

- Boh, come pensi di recuperarli?

- Col cellulare. Chiamo Erina e… oh no! Ho lasciato il cellulare a casa in ricarica! Me ne sono dimenticata!

- Bene!

- No, non è bene! Prestami il tuo! Magari riesco a ricordarmi in qualche modo il numero di Erina! Oh cavolo, come ho fatto a dimenticare il cellulare?

- Perché non vai a casa a prenderlo?

- Non posso tornare a casa! Se la nonna vede che sono rimasta sola comincia a preoccuparsi e non la finisce più… il patto era che dovevamo rimanere insieme.

- Ma ci sono io con te!

- Ma io dovevo rimanere con loro! L’accordo con i miei era non separarsi per nessun motivo da Erina e Davide. Dai, prestami il tuo cellulare: provo a ricordarmi il numero.

Non sono sicura di stare facendo il numero giusto: accidenti ad aver perso l’abitudine di imparare i numeri a memoria! Vabbè, almeno squilla, quindi non è inesistente… squilla, squilla, squilla.

- E dai, rispondi!

- Allora?

- Macché, parte la segreteria e lei non la ascolta mai!

- Ma secondo te come fa a sentirti?

- Vabbè, ma se ha la vibrazione… comunque quando si accorgerà che non ci siamo tornerà indietro. Aspettiamoli qui.

- Ok

- Non dire sempre ok!

- Ok

Continua...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Video di Marilena Pireddu


Link al primo capitolo:

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