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giovedì 16 aprile 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 36

 



FRA I FILARI

Quando sabato è suonata la sveglia, pensavo di non riuscire ad alzarmi. Tempo due secondi, lo zio ha bussato alla porta ed è entrato. Ho aperto un occhio a sbirciarlo: era già pronto, fresco come una rosa e scalpitante.

- Andiamo giovincella, sei ancora in pigiama? Non senti il richiamo della vigna? Muoviti, ti ho già preparato la colazione!

Mi sono rotolata fuori dal letto e ho aperto l’armadio: a parte i soliti jeans, ho scelto una camicia a maniche lunghe un po’ vissuta, ma con un taglio sciancrato molto femminile, tanto per non sembrare un troll. Sopra, una felpa vecchiotta ancora carina. Tanto mica devo andare a una sfilata, no?
Yukiko ci aspettava in Piazza Mino, come stabilito: scarponcini, jeans, un giacchino multicolore patchwork, cappellino a tesa.
Nonostante Yukiko insistesse per stare dietro, mi è sembrato logico cederle il posto accanto allo zio. Il viaggio è stato piacevole, anche perché, data l’ora, non c’era quasi nessuno a giro. Dopo un iniziale silenzio, dovuto all’imbarazzo, lo zio ha preso spunto dal libro degli haiku regalatomi da Yukiko per avviare la conversazione. Da lì ci siamo sciolti e gli argomenti non sono mancati.
Yukiko ha anche raccontato un po’ di sé e della sua vita a Magome, un villaggio Samurai vicino a Nagoya, lungo l'antica via Nakasendō. Durante il periodo dello shogunato, questa via collegava Tokyo con Kyoto, ed essendo una delle strade di comunicazione più importanti di tutto il Giappone, lungo di essa erano sorte delle località di posta, che offrivano ai viandanti varie possibilità di ristoro e riposo. La sua famiglia abita lì. Gestisce un Ryokan, una pensione tipica giapponese, caratterizzata da Tatami, Futon, Shoji e cibo esclusivamente giapponese. Yukiko ha detto che Fiesole, in qualche modo, le ricorda il suo villaggio. Ci ha raccontato che per un po’ ha vissuto anche a Tokyo, ma poi ha deciso di prendere un volo per l’Italia. Su quest’ultimo punto ha fatto un accenno molto breve e così mi sono dovuta mordere la lingua, perché mi sarebbe piaciuto farle un milione di domande sulla sua vita in Giappone e sul perché abbia lasciato Tokyo per trasferirsi in Italia. Già mi sembrava un bel salto trasferirsi da un villaggio a Tokyo, figurarsi farsi poi un sacco di ore di volo per andare dall’altra parte del mondo! E perché, poi? Ma Yu mi sembra molto riservata e lo zio dice che a volte, per curiosità, corro il rischio di interrogare le persone, anziché chiacchierare.
Adoro le storie di vita vissuta! In fondo è solo ascoltando le persone che impari a conoscerle, no? Yukiko comunque sembrava voler cambiare argomento di conversazione e così lo zio le ha raccontato di quando abitava a Firenze e della nostra famiglia. Dopo un po’, però, via via che ci inoltravamo nella campagna, abbiamo cominciato di nuovo a essere abbastanza silenziosi. Ma era un silenzio diverso, rilassato: eravamo catturati dai colori del paesaggio. A volte mi piacerebbe essere una pittrice, per poter riprodurre quello che vedo e trasferire sulla tela le emozioni: il giallo dorato, l’arancione, il rosso, il terra bruciata, il verde declinato in ogni sfumatura.

- Ecco, siamo quasi arrivati – ha detto Yu a un tratto - al prossimo bivio devi girare a destra.

Ho sbirciato in quella direzione e ho visto poco distante una collina con una grande casa. Abbiamo imboccato una strada sterrata fiancheggiata da cipressi, dalla quale si vedevano le vigne che scivolavano per tutta la collina e, a far da contrappunto, due trattori rosso fuoco. Abbiamo parcheggiato dove ci indicava un signore che abbiamo incontrato lungo la strada, siamo scesi e ci siamo incamminati verso l’aia. I proprietari della tenuta hanno fatto un sacco di feste a Yukiko.

- Siete pronti per questa esperienza? – ci hanno chiesto – con questo sole, entro stasera avrete una bella faccia colorita! Avete portato dei cappelli?

- Sì, ci siamo preparati! – ha risposto lo zio sorridendo.

- Bene! Allora prendete dei guanti da quella cesta. Ce ne sono di varie misure. E lì accanto ci sono le cesoie e una bottiglietta d’acqua. Avete già vendemmiato altre volte?

- Io sì, mia nipote però è alla sua prima esperienza.

- Nessun problema. Clizia, prendi le cesoie e dai un taglio netto e preciso del grappolo. Tutto qui, non serve altro: solo buona volontà, ma non devi vendemmiare in modo affrettato perché l’uva deve rimanere integra e sana. E, dato che siamo qui anche per divertirci, lungo il filare lavoriamo in coppia. Ti metterò in squadra con uno dei miei nipoti. I grappoli d’uva che tagli vanno depositati nel cestino ai piedi della vite e se trovi dei chicchi ammuffiti li elimini, così pure le foglie secche. Quando i cestini sono colmi, li svuotiamo nei contenitori sui trattori e li portiamo nelle cantine per la pigiatura. Tutto chiaro?

- Chiaro!

Finito di dirmi questo, ha fatto un cenno a un ragazzo poco distante, che si è avvicinato sorridendo.

- Questo è mio nipote Lorenzo - ha detto, presentandoci - vendemmia da quando era alto come una noce. Se hai dubbi puoi chiedere a lui. Quanto a voi due – ha poi detto rivolgendosi allo zio e a Yu – venite con me. Farete una bella coppia.

Yukiko è arrossita e lui si è spanciato in una grande risata.

- Intendevo per la vendemmia! – ha tuonato col suo bel vocione, mentre lo zio rideva sotto i baffi.

Lorenzo mi ha aiutata a scegliere un paio di guanti che facessero al caso mio. Lì per lì confesso che avrei preferito restare con lo zio e Yukiko, però dopo un po’ mi sono trovata a mio agio con lui e sono stata contenta.

- Ora che hai il kit della vera vendemmiatrice, possiamo andare a sceglierci un filare. Vieni, cominciamo da qui. Mio nonno ti ha fatto vedere come si taglia il grappolo, no? E così dobbiamo fare, per filari e filari e filari… - ha concluso ridendo - Il segreto è concentrarsi solo su quello che stai facendo in quel momento e non guardare quanta vigna rimane ancora da vendemmiare!

All’inizio ho fatto proprio come aveva detto Lorenzo: mi sono concentrata solo su quello che facevo, volevo farlo bene e ci ho messo il massimo impegno. Ogni tanto sbirciavo fra il fogliame per controllare se Lorenzo mi stesse osservando, ma lo vedevo sempre intento nel suo lavoro. Non volevo sembrare scortese stando zitta, ma non volevo nemmeno chiacchierare, per non sembrare una perditempo. Insomma, era la prima volta che mi pagavano per fare qualcosa e non sapevo bene come avrei dovuto comportarmi.
Nei filari c’erano diverse altre persone e ogni tanto si sentivano scoppi di risa, battute e commenti sagaci. Dello zio e di Yukiko nessuna traccia. Mi sono immersa nel lavoro e intanto mi godevo tutto il resto: la brezza sul viso, il rumore dei trattori in lontananza, la consapevolezza di essere tutti affaccendaci, il cinguettio degli uccellini, i giochi di luce nella vigna e fra i pampini, le ombre, le facce intraviste fra i filari, i riflessi castani dei capelli di Lorenzo… bellissimi capelli, fra l’altro: ne’ lunghi ne’ corti, con un bel ciuffo, occhi marroni, direi. Quello che la nonna definirebbe “un gran bel ragazzo”. Atletico, belle spalle larghe; ci fosse Erina l’avrebbe già puntato … perché, io invece che sto facendo? Beh, gli occhi ce l’ho, lo vedo che è carino, e con lui non provo la sensazione di sentirmi inadeguata come mi succede con Davide… forse perché Davide mi piace e Lorenzo invece non lo conosco. No, forse perché Lorenzo è diverso: è simpatico e rilassato e non sa di essere bello. O forse lo sa, ma non ci dà peso. Chissà quanti anni ha?

- Quanti anni hai?

Sobbalzo! Oddio! Mi ha chiesto quanti anni ho! Proprio mentre mi domandavo quanto anni avesse lui: non è che, come mi succede ogni tanto, parlavo sottovoce?

- Io? 14, a maggio.

- Siamo a ottobre. Per cui direi che ne hai 13. Sei brava a vendemmiare, hai un bel ritmo.

- Grazie. E tu quanti anni hai?

- 18 a dicembre.

- Siamo a ottobre. Per cui direi che ne hai 17.

Siamo scoppiati a ridere tutti e due.

- Come mai la vendemmia? Sei venuta con la tua amica giapponese? Tipo una specie di esperienza turistica?

- No, il tuo nonno è un cliente del vivaio dove lavora Yukiko: lei vive a Fiesole, non è in vacanza. Io invece sono qui per guadagnare qualcosa e provare un’esperienza nuova. E tu?

- Io, essendo il nipote del vignaiolo, sono precettato ogni anno. Hai sentito cosa ha detto il nonno? Vendemmio fin da quando ero alto come una noce! Il nonno ha il gusto dell’esagerazione! Ma, dato che faccio l’istituto agrario, mi trovo a mio agio in queste situazioni. Mi piace la vendemmia: la natura, i filari, la compagnia, tutto ciò che ruota intorno all’evento. Mi piacerebbe diventare un enologo.

- Ma voi vendemmiate sempre a mano? Non ci sono macchine apposta per questi lavori?

- Certo, esistono anche le macchine per vendemmiare, ma i nonni preferiscono la raccolta manuale. Le macchine tolgono la poesia.

- Quindi sono legati al rito della vendemmia?

Lorenzo ride, scoprendo una bella fila di denti perfetti.

- Beh, forse anche per mantenere la tradizione, ma più che altro perché, se lo facciamo a mano, possiamo scegliere i grappoli, scartando le parti che non vanno bene, e quindi otteniamo un vino di qualità migliore.

- E ti piace anche alzarti all’alba?

- Non mi pesa. Non possiamo vendemmiare nelle ore più calde, perché il caldo accelera la fermentazione. Per ottenere un buon vino ci vuole passione e dedizione. Forse non te lo immagini, ma oltre alla vendemmia c’è un gran lavoro a monte: tenere d’occhio il meteo, testare le curve di maturazione, preparare la vigna. Tutte le fasi sono importanti. Quando la nonna era una bambina, qui c’erano solo trecento viti: producevano vino solo per la famiglia. Poi la nonna, quando era giovane, si è appassionata alla viticoltura, ha acquistato altro terreno e ha esteso il vigneto. Invece le anatre, quelle che hai visto aggirarsi alla fattoria e fra i filari, sono una mia idea.

- Ah, quelle buffe anatre! Davvero, mi sembrava di essere in un libro di Beatrix Potter! In che senso, sono una tua idea?

- Usiamo le anatre per evitare i pesticidi: le facciamo girare tra le viti, libere, come se fossero delle mucche al pascolo, e loro si mangiano gli insetti e le lumache che infestano il vigneto. Si chiamano Runner Ducks e sono agilissime nel muoversi tra i filari. Così produciamo un vino bio.

In un baleno è arrivata l’ora del pranzo. Siamo andati a rinfrescarci e ho incrociato di nuovo lo zio e Yukiko, che chiacchieravano sorridenti. L’idea era di pranzare con loro, ma Lorenzo mi ha invitata a unirmi al gruppo dei suoi cugini e amici, così ho fatto giusto un cenno allo zio e a Yu e sono stata con il gruppo dei giovani. Gli adulti erano radunati al grande tavolo sotto il pergolato, mentre noi ragazzi avevamo un tavolo più piccolo su un lato della casa padronale. Il pranzo che avevano preparato era una festa per gli occhi: frutta, parmigiano, ricotta, un pane fragrante e profumatissimo, marmellate, bocconcini di carne di coniglio, uova sode, insalata di farro. Mentre mangiavamo, un buffo vecchietto ha preso una fisarmonica e si è messo a suonare. È finita che ci siamo messi a cantare insieme, mentre alcune persone grigliavano carne e verdure alla brace, che poi abbiamo gustato con l’olio del podere, e gli adulti hanno brindato con il vino dell’anno prima.
Dopo il pranzo e un po’ di riposo siamo tornati nella vigna, e a pomeriggio inoltrato mi sono trovata vicino anche lo zio e Yukiko.

- Clizia, adesso riposati – mi ha detto Yukiko dopo un po’ – il nonno ha detto che hai già lavorato tanto.

- Ma mi diverto, non preoccuparti Yukiko!

- Sì, sei una brava vendemmiatrice e ti ingaggeremo anche il prossimo anno! Però ora è meglio se ti riposi - mi ha detto Lorenzo, sbirciandomi da dietro il filare – aspettaci nell’aia, forse la nonna ha bisogno di un po’ di compagnia. Ha lavorato tanto pure lei per preparare il pranzo!

Così mi sono avviata verso la grande casa. Due bambine giocavano con uno dei cagnolini, mentre l’altro sonnecchiava sotto un albero. Mi sono seduta sulla panca appoggiandomi al muro della casa. Improvvisamente mi sono sentita stanchissima.

- Sei stanca mimma, eh? – mi ha chiesto la nonnina.

- Un po’ – ho ammesso.

- È l’aria aperta – ha detto allora lei – ma si guadagnano delle belle gote colorite.

Dopo un po’ sono arrivati anche lo zio e Yukiko e via via gli altri vendemmiatori. Stavamo per venir via e mi dispiaceva. Abbiamo salutato tutti e ci siamo avviati col nonno verso la nostra macchina. Il nonno ha pagato me e Yukiko. Io mi sentivo imbarazzata, perché non sapevo come comportarmi, né cosa dire, ma lui mi ha levata dall’impaccio.

- Lorenzo mi ha detto che hai lavorato bene. Brava. Questi te li sei guadagnati. Spero tu sia stata bene con noi e se vorrai tornare anche il prossimo anno sarai la benvenuta! - ha esclamato, consegnandomi dei soldi e stringendomi la mano, come a un’adulta.

- Grazie. Sono stata benissimo – ho mormorato, diventando di tutti i colori. 

Quando siamo saliti in macchina, ho sentito uno sguardo puntato sulla mia nuca e mi sono girata. Accanto al nonno c’era Lorenzo. Ci guardava andare via e, quando ha visto che mi sono girata, mi ha fatto un grande sorriso e ha agitato la mano per salutarmi. Ho fatto un sorriso grande anch’io e sventolato la mano. Lorenzo mi è piaciuto un sacco, ma in un modo strano e diverso da come in genere ti possono piacere i ragazzi. Forse sono state la sua intelligenza e la sua simpatia a colpirmi. Mi è sembrato di essere riuscita a conoscerlo in poche ore: è strano quanto riusciamo a vedere chiaramente negli altri e così poco in noi stessi. Sarebbe stato bello scambiarci i numeri del cellulare, penso, mentre stringo fra le mani i soldi. Non ho ancora guardato quanto mi hanno dato, ma non importa. Sono i primi soldi che guadagno nella mia vita e sono fiera di me. Mi danno una soddisfazione che non avevo mai provato prima d’ora.

Continua ...


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 35:

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Andrea Cairone su Unsplash

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lunedì 30 marzo 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 35


                                          CREDERE AI SOGNI?


Le giornate si sono fatte improvvisamente più corte e sta già imbrunendo. In giardino c’è Cipolla e gli facciamo un cenno con la mano prima di entrare in casa.
Vado in salotto e mi piazzo alla finestra a guardare l’ultimo numero che sta preparando: è un gioco con tre palline luminose che vorticano nell’aria come stelle e hanno un effetto ipnotico. M’incanto a guardarlo e dopo un po’ vedo che mi fa cenno di andare da lui. Esito un po’. Mi sta simpatico, ma a volte trovo difficile capirlo e mi sento per il cinquanta per cento stupida e il restante cinquanta per cento imbarazzata per lui… so che è assurdo, ma è proprio così! Comunque sarebbe scortese ignorare il suo invito, così lo raggiungo fuori.

- Cosa pensi? - chiede, facendo un gesto vago con la mano.

- Uhm… niente di particolare? – rispondo, esitando. Sembra deluso e capisco che deve aver pensato mi riferissi al suo numero. Acci! Non intendevo quello!

- Il tuo numero è fantastico! Prima ti guardavo e sembrava che facessi vorticare le stelle!

Capirà un verbo come vorticare? mi chiedo, mentre realizzo che sto scandendo esageratamente le parole. Lui mi guarda e sorride, non so bene se per il complimento o perché mi trova ridicola.

- Sono contento, sai… mi sto preparando per una convention di giocoleria, una cosa in grande. È la prima volta che partecipo e anche la mia famiglia, probabile, viene a vedere me.

- Oh, sembra forte.

- Si, forte! Non vedo loro da due anni - altro gesto vago con la mano – è difficile per loro.

- Perché?

- Oh, la mia famiglia non pensava a me proprio come un giocoliere, un artista di strada… è diverso da quello che volevano.

- Cosa volevano che facessi?

- Abbiamo tanti bed and breakfast in Germania: loro pensavano che avrei lavorato per attività di famiglia, ma io a tredici anni ho imparato il primo gioco delle tre palle, a Verona, al juggling festival, e ho capito che volevo fare questo. Ero con la mia famiglia in vacanza in Italia e siamo andati a vedere questo spettacolo. Un giocoliere mi ha fatto vedere il numero e mi ha fatto provare e alla fine, non so, mi ha regalato le tre palline. Mamma ha ripreso con la videocamera… così poi a casa ho provato, provato, provato riguardando milioni di volte il video.

- E poi?

- Alla fine sono riuscito! Poi ho fatto un corso per imparare altre cose: mi allenavo tutti i giorni dopo la scuola e eccomi qui! E poi a febbraio provo per audizioni Gandini juggling, per uno show importante, a Londra.

- Vai a Londra?

Fa spallucce.

- Devo provare. Se audizione va bene, parto in tour con loro: un gruppo di fama mondiale. Sto risparmiando i soldi per andare a fare audizione. Prova anche tu, dai!

- No, io…

- Dai! Devi cominciare con una pallina sola e lanciarla in aria, vedi? Così, fai una specie di arco per aria intorno a te, poi passi a due palline e fai lo stesso movimento, ma quando la prima pallina è in alto, tu lanci l’altra… si? E poi con tre palline… stessa cosa, movimento di polso, hop hop, lanci la terza quando la seconda è nel punto più alto… lanci, lanci, schnell, schnell...

Senza lasciarmi il tempo per battermela in ritirata, mi mette in mano una pallina e mi fa ripetere il movimento. Ok, questo è facile, posso farlo; con due va già peggio e le faccio cadere… tre un disastro! Non ho idea di come faccia a farlo così naturalmente!

- È solo che dovresti rilassare le spalle e cercare di divertirti, sì?

- Già – perché mi sa che non stia parlando solo di giocoleria?

- Devi solo provare tante, tante volte.

- Mi sa che è meglio se rientro ora. Fa un po’ freddo.

- Ok.

Quando rientro, nonna Annalena sta apparecchiando. Poco dopo sentiamo la chiave che gira nella toppa e compaiono anche il babbo e la mamma. Hanno la faccia stravolta dalla stanchezza, ma il babbo sembra davvero contento, come non si vedeva più da tempo.

- Andiamo a cambiarci. Siamo distrutti! - fa la mamma, dandomi un bacino.

- Sì, io mi faccio una doccia, cominciate pure senza di me – aggiunge il babbo, mentre si avvia in camera.

- Nonna scusa, ma che tipo di accordo hai con Cipolla? Ti paga l’affitto della camera e la prima colazione?

- Sì. Avrebbe anche l’uso cucina e spazio a disposizione nel frigo per conservare la sua spesa, ma non mi sembra ne usufruisca molto. Sai, è sempre un po’ in ritardo con i pagamenti: non mi sembra che gli renda un granché questo sogno che insegue. Anche oggi è tutto il pomeriggio che prova i suoi numeri in giardino e mi sa che va a finire che salta la cena.

- Ma nonna, tu dovresti credere ai sogni! Anche tu hai conservato questa casa senza venderla per dare retta a un sogno!

Si volta e mi guarda con uno sguardo indecifrabile. Poi si gira di nuovo verso i fornelli.

- Beh, perché non vai a chiamare Cipolla e gli chiedi se vuole cenare con noi stasera? Mi sa che ho buttato troppa pasta…

- Come no, nonnina dal cuore tenero.

Mentre esco per andare a chiamare Cipolla canticchio. Sono felice per lui: almeno stasera non tirerà la cinghia. Improvvisamente sento nascere un senso di fiducia che mi scalda il cuore e sono proprio contenta. Londra a febbraio? Ci pensi se lo prendono? E la faccia che farebbero i suoi se partisse davvero in tournée! Altro che bed and breakfast!


Prima di cena scambio qualche messaggio con Erina.

 



Continua ...


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 34:

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di ELIAS HERBING su pexels

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giovedì 12 marzo 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 34


UN VERO TÈ JAPAN STYLE


Yu ci ha preparato un vero tè matcha giapponese: liscio, pastoso e amarognolo. Ora siamo tutti e tre intorno al tavolino a sorseggiarlo. Prima del tè ci ha offerto una caramellona dolcissima, spiegandoci che serviva per non avvertire in modo troppo intenso il sapore amaro del tè.

Lo zio, che è un curioso per natura, aveva gli occhi vigili e in movimento a catturare ogni gesto di Yukiko. Sedeva eretto ed elegante, e un dolce sorriso gli aleggiava sul viso. Quando Yu gli ha porto la piccola tazza rotonda, l’ha guardata un attimo negli occhi e poi ha chinato la testa, in segno di ringraziamento. Yukiko ha abbassato subito gli occhi e ha porto una tazza anche a me.

Dopo aver preso il tè, lo zio ha chiesto se poteva vedere i kokedama di Yu, così siamo usciti nel giardinetto. Era andata avanti nel lavoro: il tavolino nella corte era quasi pieno delle sue creazioni. Lo zio è rimasto ad ammirarli per un po’, notando le differenze di composizione e chiedendo a Yukiko i nomi delle piantine. Purtroppo non siamo potuti restare molto, perché lei doveva andare a lavorare, così io e lo zio abbiamo preso il materiale per i kokedama che dovrò fare io, ci siamo accordati per la vendemmia e ce ne siamo andati.

- Allora è deciso! Sono contenta che alla fine la mamma si sia convinta a lasciarmi andare. Grazie zio, è anche merito tuo! – ho esclamato, saltellando felice. - Non immaginavo che avrei dovuto affrontare tutte queste difficoltà per ottenere il permesso di lavorare!

- Uhm…

- E poi Yu è stata gentilissima a telefonare subito a quelli della vigna per sapere se potevamo andare anche io e te. Per un giorno lascerai i tuoi panni da professore e ti trasformerai in un vignaiolo!

- Sì, ma non voglio essere pagato. Anni fa andavo sempre ad aiutare degli amici per la vendemmia e la raccolta delle olive. Era bellissimo!


- E poi?

- Uhm?

- Dico, poi che è successo? Non ci sei andato più?

- No, hanno venduto la casa e il terreno. Il mio amico è andato a lavorare fuori Firenze e i suoi, dato che erano anziani, hanno preferito trasferirsi in una casa più piccola in città. La terra richiede sacrifici.

- Ah… ti pesa quella roba, zio? Perché se vuoi puoi darmi qualcosa, ce la faccio a portarla.

- Uhm? Ah, no no Clizia, non ti preoccupare, figurati se faccio portare dei pesi alla mia nipotina!

- Certo che avete fissato di partire davvero presto! Dovrò buttarmi di sotto dal letto! Visto che andiamo in macchina, non potevamo accordarci per un orario meno allucinante?

- Il mattino ha l’oro in bocca, Clizia! Io non vedo l’ora che sia sabato! – conclude, facendomi un sorriso enorme.

Ce ne torniamo a casa, mentre lo zio fischietta felice e mi contagia con la sua joie de vivre. In questo assomiglia tanto a nonna Thérèse!

Continua ...


Link al primo capitolo:

Link al capitolo 33: 

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Ripley Elisabeth Brown su Unsplash


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mercoledì 4 marzo 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 33

 




TRATTATIVE PER LA VENDEMMIA



Dopo essere stata da Yukiko, a cena ho approfittato subito per parlare alla mamma e al babbo della vendemmia. La mamma ha fatto l’occhio indagatore non appena ho pronunciato il nome di Yukiko: non avendola mai sentita nominare, ho dovuto subire un mezzo interrogatorio in merito. Saputo poi che era più grande di me, mi ha chiesto con sospetto cosa potevo avere a che fare con una ragazza di quella età. Lo zio a questo punto ci ha messo del suo: ha aggrottato la fronte e mi ha chiesto se per caso si trattasse dell’amica che mi aveva regalato quel libro! La mamma ha sgranato gli occhi, chiedendomi come mai anche di questa cosa non sapesse nulla e accusandomi di essere diventata chiusa e taciturna. A nessuno è venuto il sospetto che forse sono loro sempre troppo impegnati da non avere il tempo per accorgersi di me? Ho glissato sull’argomento, giudicando che non fosse opportuno sollevare obiezioni. In fondo un libro di poesie non è come un pacchetto di sigarette scoperto nello zaino, o no? Comunque, dopo aver raccontato per filo e per segno come ho conosciuto Yukiko, i miei sono inorriditi dal fatto che sia andata a casa di una sconosciuta senza che loro ne sapessero nulla! Alla fine però il babbo, col suo solito senso pratico, è sbottato.

- Insomma, qual è il problema? Andiamo al nocciolo. Devi dirci qualcosa?

Così ho raccontato dei kokedama, facendo anche vedere una foto che avevo fatto alla mia prima creazione. Mentre tutti si complimentavano con me, ho buttato lì l’idea della vendemmia.

- Yukiko dice che mi pagherebbero la giornata.

- Ma sei una ragazzina!

- Lo so, ma Yu dice che li conosce. Cercano persone, e a me piacerebbe guadagnare qualcosa.

Un borbottio indistinto aleggia nell’aria. Magari potevo lasciarlo sottinteso, senza dirlo apertamente: il babbo è sempre suscettibile sull’argomento.

- Non ho intenzione di mandarti in macchina con qualcuno che non conosco. Non sappiamo nemmeno come guida, questa Yukiko. E poi chi sono i vignaioli? – dice subito la mamma, corrugando la fronte.

- Yu non ha la macchina, quindi andremo in treno. Dalla stazione di Vicchio verranno a prenderci quelli della tenuta.

- A Vicchio?

- Sì – rispondo, stringendomi nelle spalle – non è dall’altra parte del mondo!

Lo zio ha seguito con interesse tutta la conversazione e finalmente interviene per aiutarmi. Era l’ora!

- Guarda Giorgia, a me sembra una buona cosa. Cosa c’è di meglio che immergersi nella campagna, lavorare fra i filari, riempirsi gli occhi del fogliame verde contro l’azzurro del cielo? Se siete d’accordo, potrei accompagnarle io in macchina, così non devono nemmeno prendere il treno.

La mamma sembra considerare la cosa: tace e sospira rumorosamente.

- Ma tu non hai nessun impegno?

Sta per crollare, lo sento, e dentro di me esulto.

- No, sono libero e mi farebbe piacere.

- Yukiko vorrebbe venire a presentarsi e a parlarvi di persona – mi affretto ad aggiungere.

- Che gentile questa Yukiko – s’illumina lo zio. - Magari posso venire io a parlare con lei, per non farla scomodare. Quando andrai da lei a prendere il materiale per i kokedama verrò con te, così poi ti aiuto a portare a casa la terra e le piantine. Con l’occasione potremo parlare della vendemmia.

La soluzione è piaciuta a tutti ed è stata approvata. Domani dopo la scuola io e lo zio andiamo da Yu. Le ho mandato un messaggino e lei mi ha risposto con tante emoticon felici. È proprio simpatica, Yukiko! Magari ci fosse stata lei in classe mia!


Continua ...

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 32:

Link al capitolo 34:


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Daniela Darone



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lunedì 16 febbraio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 32

 



PIANTINE VOLANTI


Mi sento un po’ stupida qui impalata, indecisa sul da farsi, così tiro fuori il cellulare. Controllo i messaggi. Ce ne sono due di Serena che all’inizio mi riempiono di speranza. Quando li apro però il mio entusiasmo svanisce all’istante: “cosa ha dato la Barzi per martedì?”, “La Manzini interroga su Caravaggio?” Nessun invito per passare da lei a fare due chiacchiere! Sigh! Fra l’altro all’inizio dell’anno ho chiesto il numero a tutti i miei compagni di classe, più che altro perché la mamma mi stressava sul fatto di avere dei recapiti perché “metti caso che ti ammali e vuoi sapere cosa hanno fatto a scuola, oppure hai bisogno di qualche chiarimento su qualcosa”. Con l’occasione anche io ho dato il mio numero a tutti, ma nonostante questo non mi è arrivato un solo messaggio. A quanto pare nessuno si è incaricato di un “comitato d’accoglienza”!

La musica classica che proviene all’improvviso da casa di Yukiko mi riscuote dai miei pensieri e mi dà il coraggio di bussare alla porta. Nessuno viene ad aprire, così mi avvicino alla finestra per cercare di sbirciare dentro, anche se i vetri sono coperti da una tenda leggerissima, e mi balza il cuore in gola quando mi sento chiamare. È la voce di Yukiko e proviene dalla mia sinistra.

- Clizia-chan!

Il cappello di Yukiko sporge da un cancellino di fianco alla casa. Perfetto. Sono stata beccata mentre sbirciavo. Che figura! Avessi una pala scaverei una buca, ma che dico, una voragine e mi tufferei dentro!

- Ehm, ciao Yukiko! Io… ho bussato, ma la musica… così…

- Sono contenta di vederti! Vieni, passa da qui.

Il cancellino scatta e Yukiko mi fa entrare in una corte, che l’altra volta non avevo notato. È piccola, ma graziosa. Al centro c’è un’aiuola rettangolare con delle erbe aromatiche e su un lato un giardino roccioso: sabbia, piante grasse, una grossa pietra liscia. Yukiko indossa dei guanti da giardinaggio.

- È destino che ti incontri sempre mentre sei indaffarata con le piante! – esclamo divertita.

Improvvisamente l’imbarazzo vola via. Deve essere Yukiko che mi mette a mio agio. Ride, senza mostrarmi i denti, timidamente. Forse siamo due anime simili.

- Non credevo che questa corte facesse parte della casa. È così carino qui!

- Grazie – risponde, con un impercettibile inchino – è il mio giardino segreto. C’è una porticina nascosta dietro una tenda. Sai, speravo che tornassi perché non sapevo come rintracciarti. Hai letto Kerouac?

- Sì, e mi piace! Un sacco! Mi sembra di guardare delle fotografie. Leggo e riesco a vedere un’immagine nella mente. Anche mio zio si è entusiasmato quando ha visto il libro.

- Oh…

- Sì, è un professore di italiano e ha un moto di orgoglio ogni volta che mi vede con un libro in mano. Adora il fatto che mi piaccia leggere.

Sorride e annuisce, così mi sento spinta a continuare.

- Perché sai, lui… in un certo senso, è come se fossi sua figlia… è il mio padrino e beh, è stato lui a scegliere il mio nome, e si è sempre dedicato molto a me, forse perché non ha figli suoi… non è sposato, è single… beh, forse anche perché è molto legato a sua sorella, cioè la mia mamma … cioè, mi vuole così bene anche perché vuole bene a sua sorella, non è che non si è sposato a causa di sua sorella …

Oddio, riecco una botta di timidezza: ecco che ricomincio con gli sproloqui, povera me!

- Poi figurati, ora abitiamo insieme e abbiamo ancora più occasione di vederci, parlare …

La testa di Yu fa ritmicamente su e giù per annuire. Mi sa che questo mio parlare a raffica, come l’altra volta, la disorienti un po’. Non so cosa mi prenda con lei. Forse dovrebbe fare la psicologa: deve avere il dono di far aprire le persone, o forse sono io che ho proprio bisogno di parlare con qualcuno che non mi conosca troppo, in modo che non possa giudicarmi. Mentre mi perdo in questi pensieri, poggio gli occhi su un tavolino e mi incuriosisco. Su un vassoio ci sono tre palle di muschio, dalle quali sbucano ciuffi di piccole piante. Yu segue il mio sguardo e sembra indovinare i miei pensieri.

- Sono kokedama: piantine senza vaso avvolte in una palla di terra e muschio.

- Ma sono carinissime!

- Sì, e la cosa bella è che le puoi appendere in casa con un filo di nylon: sembrano piante volanti! Le sto facendo per il vivaio. Se ti piacciono, ti posso insegnare a farle, se non devi andare via subito o uscire con i tuoi amici.

- Mi piacerebbe molto! – esclamo, grata, anche se non aggiungo che l’alternativa era vagare come un’anima in pena aspettando l’ora di cena.

- Ti sporcherai un po’, ti avviso. Dobbiamo usare il keto, l’akadama e poi del muschio.

- Sono pronta!


Per un po’ ci limitiamo a lavorare, mentre seguo passo passo tutti i gesti di Yukiko, per creare il mio primo kokedama. Impastare questa terra fangosa mi piace: mi riporta alla mente i pomeriggi passati a manipolare la pasta di sale alla ludoteca. Ogni tanto Yu si interrompe e mi corregge, o mi aiuta a donare una forma aggraziata alla mia pallina. Sono colpita dai modi garbati e fini di Yukiko, e dal suo tono pacato, mentre mi parla di queste perle di muschio.

- Se diventi brava a realizzare queste piantine potresti aiutarmi. Ovviamente dietro compenso. Ho un sacco di impegni ultimamente, e avrei bisogno di una mano: mi sto rendendo conto che ho accettato troppi lavori. La prossima settimana andrò a vendemmiare e la sera sarò troppo stanca per fare altri kokedama.



Pare riflettere fra sé e sé, mentre io considero che non mi dispiacerebbe affatto dedicarmi a quest’arte e guadagnare qualcosa, anche se parlare di soldi mi imbarazza un po’. Yu continua a lavorare con molta concentrazione. D’un tratto si volta a guardarmi.

- Perché non vieni con me a vendemmiare? Conosco bene i proprietari della vigna e credo che non avrebbero niente in contrario. Ti pagherebbero e ti divertiresti. Hai mai vendemmiato?

- Veramente no, non ho idea di come si faccia.

Annuisce e fa vagare gli occhi attorno, come se vedesse un’immagine davanti a lei e me ne volesse fare partecipe.

- C’è una bella atmosfera, sai, è come un rito. Potresti chiedere il permesso ai tuoi genitori. Forse dovrei incontrarli e parlare con loro. Quanti anni hai?

- Tredici.

- Sei piccola per lavorare allora – ride – ma non troppo, in fondo. E poi si tratta solo di un giorno.

- Mi piacerebbe. Primo, per fare qualcosa di diverso, e secondo, per guadagnare qualcosa. I miei amici di Santa Croce il fine settimana vanno sempre a divertirsi: vanno al cinema o a mangiare al fast food, o a giro in centro e poi finiscono sempre per comprarsi qualcosa. Mi invitano sempre ad andare con loro, ma non potendo spendere spesso va a finire che mi invento delle scuse per non fare la zavorra.

- Sei in gamba, Clizia-chan, verrò a parlare con i tuoi per la vendemmia. Vedrai che ti divertirai: ci saranno anche ragazzi della tua età e un vecchio nonno che suona la fisarmonica nell’aia della fattoria. - Sorride – Allora, tornerai ad aiutarmi con i kokedama? Mi sembra che tu abbia una buona mano – mi dice, considerando la perla che ho creato.

- Avrò preso dal babbo, che ha le mani d’oro! Ora si sta facendo tardi, è meglio che vada.

- Ti lascio il mio numero di cellulare. Fammi sapere se i tuoi sono d’accordo e quando posso parlare con loro.

Sono già uscita da casa sua e mi sono incamminata per la discesa quando la voce di Yu mi raggiunge di nuovo. Mi volto. La sua figurina elegante si staglia sulla porta: la testa reclinata da un lato, i capelli aperti come un ventaglio.

- Mettiti qualcosa di carino per la vendemmia. Fa bene all’uva! E al tuo spirito! - Fa ciao ciao con la manina bianca e mi strizza un occhio. Ecco, ora mi ricorda proprio una ragazza manga style!

Continua ...







"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Daniela Darone


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lunedì 1 dicembre 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 31

 


CARA NONNA, TI PRESENTO I MIEI PROF

Cara nonna, 

ieri ci è arrivata la tua cartolina da Sarlat-la-Canéda! Sembra un paesaggio da fiaba, con quelle strade acciottolate e i muri di pietra: lo adoro! Vedere la tua calligrafia così elegante e leggere le tue righe affettuose mi ha fatto venire voglia di scriverti. Quindi, eccomi qui.

Oggi è domenica, ho appena finito di studiare e non so come passare il resto della giornata. La mamma e il babbo sono a lavorare. Già vedo i tuoi occhi che si allargano per la sorpresa! Il babbo ancora non ha trovato un vero e proprio lavoro, e di solito quando è in casa si aggira come un leone in gabbia, per cui siamo sempre tutti contenti quando si decide a uscire e possiamo respirare un po’. So che non ti arrabbierai se ti scrivo così del tuo “bambino”, perché sai anche tu quanto possa diventare peso quando vuole, ma ovviamente gli vogliamo tutti un mondo di bene, perché quando è allegro è come se portasse il sole dentro casa. Purtroppo, nonna, devo confessarti che ultimamente il babbo ha sempre il muso, ma in questi giorni Andy (il babbo delle sorelle Felicità) gli ha chiesto una mano per riparare un recinto al maneggio. Dice che ovviamente lo pagherà, e finalmente il babbo potrà avere la mente occupata in qualcosa: sai come gli piace aggeggiare e quanto è bravo! 

Io, come sai, ho iniziato la scuola. Ancora non mi sono fatta un’idea precisa sui miei compagni: mi sa che ci vorrà del tempo, però intanto ti presento i miei prof.:

La prof. di arte Manzini: la sua frase tipica mentre pitturiamo è: “non potete fare questi sguausc”. All’inizio pensavo fosse un termine tecnico di cui tutti erano a conoscenza e io no. Serena invece mi ha detto che è un termine coniato dalla prof per indicare una pennellata disordinata e data senza amore … a parte questo, sa sempre di naftalina, nonna, e ha un sedere enorme che ogni tanto ci vediamo in primo piano quando si china a vedere qualche disegno sui banchi. INQUIETANTE!

La prof. di matematica e scienze: la pericolosa Barzi. Io la chiamo “linea retta”, perché è magra, alta, con una crocchietta nera vecchio stile, “divisa” di ordinanza: tailleur grigio chiaro alternato a tailleur grigio scuro. Ci aspetta quasi tutti i giorni all’entrata della scuola, con la bocca a linea orizzontale incassata in una faccia quadrata, che fa a cazzotti con gli occhialetti da gatta che porta sul naso. Niente sorriso, niente ghigno. È SE-VE-RA! 

Il prof. di musica Pieri: giovane, orecchino e coda di cavallo. È forte! Dovresti vedere il Vile come si esalta quando il Pieri mette piede in classe. Sinceramente, rispetto all’anno scorso, una pacchia. Lui di solito ci parla della storia della musica: rock, jazz, blues … diciamo che spazia molto. Porta la chitarra in classe, ci fa ascoltare la musica e riconoscere i vari generi. Poi ci sta pure che ogni tanto tiriamo fuori dallo zaino il flauto e ci mettiamo a zufolare Fra Martino, però ci sta, no? 😉

Prof. Di educazione fisica Crispi: rotonda e bassa come una palla! Non fa che urlarci che siamo lenti! Beh, un po’ di moto farebbe bene anche a lei! Serena è terrorizzata dalle sue lezioni: le fanno spesso male i piedi e preferirebbe evitare simili sforzi brutali. Sai, lei è abituata ai movimenti aggraziati, e ha sempre paura di farsi male (sempre per gli sport che ci vuole far provare la professoressa e che Serena detesta!). La prossima volta abbiamo in programma il salto in alto e Serena ha già detto che si giustificherà simulando un forte mal di pancia!

Il prof. di spagnolo Victor Ruiz Gallardo (“Gagliardo”, come lo abbiamo ribattezzato noi): ancora non l’ho inquadrato bene. A volte mi sembra viva in un mondo tutto suo. Ci consiglia di vedere i cartoni animati di Pocoyo in spagnolo su Youtube, ci fa imparare delle canzoncine da bambini dell’asilo e quando c’è lui dobbiamo attaccare un foglio alla porta di classe e segnare tutti quelli che escono per fare pipì. L’anno scorso ci sono stati degli episodi di vandalismo nei bagni della scuola, quindi lui segna tutti i nomi di quelli che durante le lezioni vanno in bagno, così se poi succede qualcosa può dire con sicurezza chi aveva chiesto di uscire. Geniale, eh? Peccato che ci siano altre classi e altre sezioni che non fanno la lista dei piscioni, quindi io per sicurezza, quando c’è spagnolo, preferisco tenermela e farla all’ora dopo! Non vorrei rischiare di essere incolpata senza motivo di stupidi atti di vandalismo! Non riesco proprio a capire che gusto ci trovino a danneggiare la scuola. E quando devono andare in bagno, a chi fanno dispetto, se non a loro stessi? Comunque nel complesso è un bravo prof: comprensivo e non troppo severo con i voti (e soprattutto è madrelingua!). 

Prof. di tecnologia Regoli: non so se ti ho mai detto che odio questa materia e la vorrei cancellare dalla faccia della terra. Non dico che non sia (a volte) interessante, ma tutte queste assonometrie isometriche mi alienano! A parte questo, la prof. spesso se la ride da sola, specie quando siamo chini sui banchi a disegnare con righe e squadre. Segno che anche lei, per resistere, fugge in un mondo tutto suo, oppure, dubbio amletico, ride sadicamente dei nostri sforzi?

La prof. di inglese Vignasco, detta anche “Bozzola”, è il pezzo forte. A me fa tenerezza ed è una brava professoressa, ma onestamente è un po’ svanita. In classe hanno inventato addirittura un gioco chiamato Bozzola’s game. Consiste nel cronometrare il compagno che riesce a stare in piedi più a lungo in classe prima che lei gli dica di sedersi! Durante la lezione uno si alza, fa finta di andare ad appuntare un lapis al cestino, o cose così, fino a che lei non dice “sit down, please!”. Hanno stilato una classifica e tutto il resto e i partecipanti sono tutti segnati su un foglietto con i rispettivi tempi e record personali (non inorridire! Io non partecipo! Solo i maschi fanno questo gioco e comunque, se anche fossi un maschio, non lo farei, perché la Vignasco mi sta simpatica. con quell’orribile rossetto rosa che le macchia perennemente i denti!). Il bonus, in classe nostra, è che da un lato dell’aula abbiamo una colonna: l’altro giorno un mio compagno si è nascosto dietro questa colonna ed è riuscito a battere tutti i record. Durante l’intervallo c’è stata una bolgia per capire se il tempo raggiunto era valido o no. Qualcuno diceva che aveva barato! Se ti dicessi che a volte non mi viene da ridere ti mentirei, nonna. Però ci sono momenti in cui la prof mi fa anche un po’ pena, tipo l’altro giorno quando le hanno girato la cattedra e lei non trovava il posto per sedersi e mettere le gambe! Ha continuato a guardare la cattedra con un punto interrogativo negli occhi e alla fine ha preso la sedia e si è messa seduta vicino alla lavagna! Poverina!  

Quella di religione invece, la Biondi, detta anche “la donna più felice del mondo”, perché è sempre sorridente, ha il silenziatore incorporato: ogni due minuti previene le chiacchiere e fa “sh-shhhh”, anche se nessuno sta parlando, ovviamente sempre col sorriso sulle labbra. Il Vile dice che è sempre così sorridente perché non guarda mai il telegiornale. Avrà ragione? Lui comunque l’ha detto con la faccia seria. Magari dovrebbe stare anche lui senza guardarlo, almeno forse sorriderebbe più spesso.

Per italiano, storia e geografia abbiamo la Lorici: io l’ho soprannominata “la buona”, perché mi sembra una donna dolce. Ci ha già annunciato che vuole farci un po’ di lezioni di latino nel secondo quadrimestre, a beneficio di chi farà il liceo. Non credo avrò problemi con lei, perché lo sai che italiano è la mia materia preferita e che mi piace leggere, quindi sono l’alunna ideale di qualunque prof di italiano della terra, o giù di lì!

Adesso devo lasciarti, ma ti scriverò presto. Aspetto con ansia che tu mi scriva del tuo viaggio in Francia. Un bacione nonna!

Ta praline, Clizia

 

Piego il foglio, lo inserisco nella busta e, in bella calligrafia, scrivo l’indirizzo della nonna. Adesso le alternative sono due: passare la giornata chiusa in casa in compagnia del mio meraviglioso bernoccolo che vira dal violaceo al verde e mi fa male solo a sfiorarlo oppure uscire a fare un giro e impostare la lettera. Se sono fortunata magari incontro qualcuno di classe mia e chiacchieriamo un po’. Dove potrebbero ritrovarsi i miei compagni? Forse ai giardini a San Francesco o su al circolo? Sicuramente non in piazza. 

In un mondo ideale attraverserei la strada, suonerei il campanello di casa Felicità e uscirei con Serena. Peccato che lei invece sia a casa a sgobbare sui compiti, perché è già sotto in alcune materie: le verifiche di inizio anno non le sono andate molto bene. Tutte le volte che riportano una verifica o la interrogano è sulle spine e spurga litri di sudore. O studia, o danza: non c’è spazio per nient’altro nella sua vita.

Decido di uscire e, dopo aver impostato la lettera, vado a curiosare fra i banchini del mercato dell’antiquariato in piazza Mino. In realtà mi piacerebbe anche rivedere Yukiko: è già un po’ che ci penso, ma non so come fare. Se almeno mi avesse lasciato il suo numero di cellulare, avrei potuto mandarle un messaggio. Forse potrei far finta semplicemente di passare di lì per caso. Magari sono così fortunata da incontrarla mentre sta uscendo di casa o mentre rientra.

Il vento ha spazzato via le nuvole minacciose di stamani e ora il cielo è terso e limpido come un enorme foglio azzurro su cui scrivere. Qua e là ondeggiano nuvolone spumose e placide: sembra che se la godano un monte a essere cullate dal vento e dal sole. Lascio piazza Mino e affronto la salita di San Francesco con determinazione fino a casa di Yukiko: chissà se è in casa.

Continua ...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Alexander Van Steenberge su Unsplash






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