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mercoledì 4 marzo 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 33

 




TRATTATIVE PER LA VENDEMMIA



Dopo essere stata da Yukiko, a cena ho approfittato subito per parlare alla mamma e al babbo della vendemmia. La mamma ha fatto l’occhio indagatore non appena ho pronunciato il nome di Yukiko: non avendola mai sentita nominare, ho dovuto subire un mezzo interrogatorio in merito. Saputo poi che era più grande di me, mi ha chiesto con sospetto cosa potevo avere a che fare con una ragazza di quella età. Lo zio a questo punto ci ha messo del suo: ha aggrottato la fronte e mi ha chiesto se per caso si trattasse dell’amica che mi aveva regalato quel libro! La mamma ha sgranato gli occhi, chiedendomi come mai anche di questa cosa non sapesse nulla e accusandomi di essere diventata chiusa e taciturna. A nessuno è venuto il sospetto che forse sono loro sempre troppo impegnati da non avere il tempo per accorgersi di me? Ho glissato sull’argomento, giudicando che non fosse opportuno sollevare obiezioni. In fondo un libro di poesie non è come un pacchetto di sigarette scoperto nello zaino, o no? Comunque, dopo aver raccontato per filo e per segno come ho conosciuto Yukiko, i miei sono inorriditi dal fatto che sia andata a casa di una sconosciuta senza che loro ne sapessero nulla! Alla fine però il babbo, col suo solito senso pratico, è sbottato.

- Insomma, qual è il problema? Andiamo al nocciolo. Devi dirci qualcosa?

Così ho raccontato dei kokedama, facendo anche vedere una foto che avevo fatto alla mia prima creazione. Mentre tutti si complimentavano con me, ho buttato lì l’idea della vendemmia.

- Yukiko dice che mi pagherebbero la giornata.

- Ma sei una ragazzina!

- Lo so, ma Yu dice che li conosce. Cercano persone, e a me piacerebbe guadagnare qualcosa.

Un borbottio indistinto aleggia nell’aria. Magari potevo lasciarlo sottinteso, senza dirlo apertamente: il babbo è sempre suscettibile sull’argomento.

- Non ho intenzione di mandarti in macchina con qualcuno che non conosco. Non sappiamo nemmeno come guida, questa Yukiko. E poi chi sono i vignaioli? – dice subito la mamma, corrugando la fronte.

- Yu non ha la macchina, quindi andremo in treno. Dalla stazione di Vicchio verranno a prenderci quelli della tenuta.

- A Vicchio?

- Sì – rispondo, stringendomi nelle spalle – non è dall’altra parte del mondo!

Lo zio ha seguito con interesse tutta la conversazione e finalmente interviene per aiutarmi. Era l’ora!

- Guarda Giorgia, a me sembra una buona cosa. Cosa c’è di meglio che immergersi nella campagna, lavorare fra i filari, riempirsi gli occhi del fogliame verde contro l’azzurro del cielo? Se siete d’accordo, potrei accompagnarle io in macchina, così non devono nemmeno prendere il treno.

La mamma sembra considerare la cosa: tace e sospira rumorosamente.

- Ma tu non hai nessun impegno?

Sta per crollare, lo sento, e dentro di me esulto.

- No, sono libero e mi farebbe piacere.

- Yukiko vorrebbe venire a presentarsi e a parlarvi di persona – mi affretto ad aggiungere.

- Che gentile questa Yukiko – s’illumina lo zio. - Magari posso venire io a parlare con lei, per non farla scomodare. Quando andrai da lei a prendere il materiale per i kokedama verrò con te, così poi ti aiuto a portare a casa la terra e le piantine. Con l’occasione potremo parlare della vendemmia.

La soluzione è piaciuta a tutti ed è stata approvata. Domani dopo la scuola io e lo zio andiamo da Yu. Le ho mandato un messaggino e lei mi ha risposto con tante emoticon felici. È proprio simpatica, Yukiko! Magari ci fosse stata lei in classe mia!


Continua ...

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 32:


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Daniela Darone



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lunedì 16 febbraio 2026

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 32

 



PIANTINE VOLANTI


Mi sento un po’ stupida qui impalata, indecisa sul da farsi, così tiro fuori il cellulare. Controllo i messaggi. Ce ne sono due di Serena che all’inizio mi riempiono di speranza. Quando li apro però il mio entusiasmo svanisce all’istante: “cosa ha dato la Barzi per martedì?”, “La Manzini interroga su Caravaggio?” Nessun invito per passare da lei a fare due chiacchiere! Sigh! Fra l’altro all’inizio dell’anno ho chiesto il numero a tutti i miei compagni di classe, più che altro perché la mamma mi stressava sul fatto di avere dei recapiti perché “metti caso che ti ammali e vuoi sapere cosa hanno fatto a scuola, oppure hai bisogno di qualche chiarimento su qualcosa”. Con l’occasione anche io ho dato il mio numero a tutti, ma nonostante questo non mi è arrivato un solo messaggio. A quanto pare nessuno si è incaricato di un “comitato d’accoglienza”!

La musica classica che proviene all’improvviso da casa di Yukiko mi riscuote dai miei pensieri e mi dà il coraggio di bussare alla porta. Nessuno viene ad aprire, così mi avvicino alla finestra per cercare di sbirciare dentro, anche se i vetri sono coperti da una tenda leggerissima, e mi balza il cuore in gola quando mi sento chiamare. È la voce di Yukiko e proviene dalla mia sinistra.

- Clizia-chan!

Il cappello di Yukiko sporge da un cancellino di fianco alla casa. Perfetto. Sono stata beccata mentre sbirciavo. Che figura! Avessi una pala scaverei una buca, ma che dico, una voragine e mi tufferei dentro!

- Ehm, ciao Yukiko! Io… ho bussato, ma la musica… così…

- Sono contenta di vederti! Vieni, passa da qui.

Il cancellino scatta e Yukiko mi fa entrare in una corte, che l’altra volta non avevo notato. È piccola, ma graziosa. Al centro c’è un’aiuola rettangolare con delle erbe aromatiche e su un lato un giardino roccioso: sabbia, piante grasse, una grossa pietra liscia. Yukiko indossa dei guanti da giardinaggio.

- È destino che ti incontri sempre mentre sei indaffarata con le piante! – esclamo divertita.

Improvvisamente l’imbarazzo vola via. Deve essere Yukiko che mi mette a mio agio. Ride, senza mostrarmi i denti, timidamente. Forse siamo due anime simili.

- Non credevo che questa corte facesse parte della casa. È così carino qui!

- Grazie – risponde, con un impercettibile inchino – è il mio giardino segreto. C’è una porticina nascosta dietro una tenda. Sai, speravo che tornassi perché non sapevo come rintracciarti. Hai letto Kerouac?

- Sì, e mi piace! Un sacco! Mi sembra di guardare delle fotografie. Leggo e riesco a vedere un’immagine nella mente. Anche mio zio si è entusiasmato quando ha visto il libro.

- Oh…

- Sì, è un professore di italiano e ha un moto di orgoglio ogni volta che mi vede con un libro in mano. Adora il fatto che mi piaccia leggere.

Sorride e annuisce, così mi sento spinta a continuare.

- Perché sai, lui… in un certo senso, è come se fossi sua figlia… è il mio padrino e beh, è stato lui a scegliere il mio nome, e si è sempre dedicato molto a me, forse perché non ha figli suoi… non è sposato, è single… beh, forse anche perché è molto legato a sua sorella, cioè la mia mamma … cioè, mi vuole così bene anche perché vuole bene a sua sorella, non è che non si è sposato a causa di sua sorella …

Oddio, riecco una botta di timidezza: ecco che ricomincio con gli sproloqui, povera me!

- Poi figurati, ora abitiamo insieme e abbiamo ancora più occasione di vederci, parlare …

La testa di Yu fa ritmicamente su e giù per annuire. Mi sa che questo mio parlare a raffica, come l’altra volta, la disorienti un po’. Non so cosa mi prenda con lei. Forse dovrebbe fare la psicologa: deve avere il dono di far aprire le persone, o forse sono io che ho proprio bisogno di parlare con qualcuno che non mi conosca troppo, in modo che non possa giudicarmi. Mentre mi perdo in questi pensieri, poggio gli occhi su un tavolino e mi incuriosisco. Su un vassoio ci sono tre palle di muschio, dalle quali sbucano ciuffi di piccole piante. Yu segue il mio sguardo e sembra indovinare i miei pensieri.

- Sono kokedama: piantine senza vaso avvolte in una palla di terra e muschio.

- Ma sono carinissime!

- Sì, e la cosa bella è che le puoi appendere in casa con un filo di nylon: sembrano piante volanti! Le sto facendo per il vivaio. Se ti piacciono, ti posso insegnare a farle, se non devi andare via subito o uscire con i tuoi amici.

- Mi piacerebbe molto! – esclamo, grata, anche se non aggiungo che l’alternativa era vagare come un’anima in pena aspettando l’ora di cena.

- Ti sporcherai un po’, ti avviso. Dobbiamo usare il keto, l’akadama e poi del muschio.

- Sono pronta!


Per un po’ ci limitiamo a lavorare, mentre seguo passo passo tutti i gesti di Yukiko, per creare il mio primo kokedama. Impastare questa terra fangosa mi piace: mi riporta alla mente i pomeriggi passati a manipolare la pasta di sale alla ludoteca. Ogni tanto Yu si interrompe e mi corregge, o mi aiuta a donare una forma aggraziata alla mia pallina. Sono colpita dai modi garbati e fini di Yukiko, e dal suo tono pacato, mentre mi parla di queste perle di muschio.

- Se diventi brava a realizzare queste piantine potresti aiutarmi. Ovviamente dietro compenso. Ho un sacco di impegni ultimamente, e avrei bisogno di una mano: mi sto rendendo conto che ho accettato troppi lavori. La prossima settimana andrò a vendemmiare e la sera sarò troppo stanca per fare altri kokedama.



Pare riflettere fra sé e sé, mentre io considero che non mi dispiacerebbe affatto dedicarmi a quest’arte e guadagnare qualcosa, anche se parlare di soldi mi imbarazza un po’. Yu continua a lavorare con molta concentrazione. D’un tratto si volta a guardarmi.

- Perché non vieni con me a vendemmiare? Conosco bene i proprietari della vigna e credo che non avrebbero niente in contrario. Ti pagherebbero e ti divertiresti. Hai mai vendemmiato?

- Veramente no, non ho idea di come si faccia.

Annuisce e fa vagare gli occhi attorno, come se vedesse un’immagine davanti a lei e me ne volesse fare partecipe.

- C’è una bella atmosfera, sai, è come un rito. Potresti chiedere il permesso ai tuoi genitori. Forse dovrei incontrarli e parlare con loro. Quanti anni hai?

- Tredici.

- Sei piccola per lavorare allora – ride – ma non troppo, in fondo. E poi si tratta solo di un giorno.

- Mi piacerebbe. Primo, per fare qualcosa di diverso, e secondo, per guadagnare qualcosa. I miei amici di Santa Croce il fine settimana vanno sempre a divertirsi: vanno al cinema o a mangiare al fast food, o a giro in centro e poi finiscono sempre per comprarsi qualcosa. Mi invitano sempre ad andare con loro, ma non potendo spendere spesso va a finire che mi invento delle scuse per non fare la zavorra.

- Sei in gamba, Clizia-chan, verrò a parlare con i tuoi per la vendemmia. Vedrai che ti divertirai: ci saranno anche ragazzi della tua età e un vecchio nonno che suona la fisarmonica nell’aia della fattoria. - Sorride – Allora, tornerai ad aiutarmi con i kokedama? Mi sembra che tu abbia una buona mano – mi dice, considerando la perla che ho creato.

- Avrò preso dal babbo, che ha le mani d’oro! Ora si sta facendo tardi, è meglio che vada.

- Ti lascio il mio numero di cellulare. Fammi sapere se i tuoi sono d’accordo e quando posso parlare con loro.

Sono già uscita da casa sua e mi sono incamminata per la discesa quando la voce di Yu mi raggiunge di nuovo. Mi volto. La sua figurina elegante si staglia sulla porta: la testa reclinata da un lato, i capelli aperti come un ventaglio.

- Mettiti qualcosa di carino per la vendemmia. Fa bene all’uva! E al tuo spirito! - Fa ciao ciao con la manina bianca e mi strizza un occhio. Ecco, ora mi ricorda proprio una ragazza manga style!

Continua ...







"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Daniela Darone


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lunedì 1 dicembre 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 31

 


CARA NONNA, TI PRESENTO I MIEI PROF

Cara nonna, 

ieri ci è arrivata la tua cartolina da Sarlat-la-Canéda! Sembra un paesaggio da fiaba, con quelle strade acciottolate e i muri di pietra: lo adoro! Vedere la tua calligrafia così elegante e leggere le tue righe affettuose mi ha fatto venire voglia di scriverti. Quindi, eccomi qui.

Oggi è domenica, ho appena finito di studiare e non so come passare il resto della giornata. La mamma e il babbo sono a lavorare. Già vedo i tuoi occhi che si allargano per la sorpresa! Il babbo ancora non ha trovato un vero e proprio lavoro, e di solito quando è in casa si aggira come un leone in gabbia, per cui siamo sempre tutti contenti quando si decide a uscire e possiamo respirare un po’. So che non ti arrabbierai se ti scrivo così del tuo “bambino”, perché sai anche tu quanto possa diventare peso quando vuole, ma ovviamente gli vogliamo tutti un mondo di bene, perché quando è allegro è come se portasse il sole dentro casa. Purtroppo, nonna, devo confessarti che ultimamente il babbo ha sempre il muso, ma in questi giorni Andy (il babbo delle sorelle Felicità) gli ha chiesto una mano per riparare un recinto al maneggio. Dice che ovviamente lo pagherà, e finalmente il babbo potrà avere la mente occupata in qualcosa: sai come gli piace aggeggiare e quanto è bravo! 

Io, come sai, ho iniziato la scuola. Ancora non mi sono fatta un’idea precisa sui miei compagni: mi sa che ci vorrà del tempo, però intanto ti presento i miei prof.:

La prof. di arte Manzini: la sua frase tipica mentre pitturiamo è: “non potete fare questi sguausc”. All’inizio pensavo fosse un termine tecnico di cui tutti erano a conoscenza e io no. Serena invece mi ha detto che è un termine coniato dalla prof per indicare una pennellata disordinata e data senza amore … a parte questo, sa sempre di naftalina, nonna, e ha un sedere enorme che ogni tanto ci vediamo in primo piano quando si china a vedere qualche disegno sui banchi. INQUIETANTE!

La prof. di matematica e scienze: la pericolosa Barzi. Io la chiamo “linea retta”, perché è magra, alta, con una crocchietta nera vecchio stile, “divisa” di ordinanza: tailleur grigio chiaro alternato a tailleur grigio scuro. Ci aspetta quasi tutti i giorni all’entrata della scuola, con la bocca a linea orizzontale incassata in una faccia quadrata, che fa a cazzotti con gli occhialetti da gatta che porta sul naso. Niente sorriso, niente ghigno. È SE-VE-RA! 

Il prof. di musica Pieri: giovane, orecchino e coda di cavallo. È forte! Dovresti vedere il Vile come si esalta quando il Pieri mette piede in classe. Sinceramente, rispetto all’anno scorso, una pacchia. Lui di solito ci parla della storia della musica: rock, jazz, blues … diciamo che spazia molto. Porta la chitarra in classe, ci fa ascoltare la musica e riconoscere i vari generi. Poi ci sta pure che ogni tanto tiriamo fuori dallo zaino il flauto e ci mettiamo a zufolare Fra Martino, però ci sta, no? 😉

Prof. Di educazione fisica Crispi: rotonda e bassa come una palla! Non fa che urlarci che siamo lenti! Beh, un po’ di moto farebbe bene anche a lei! Serena è terrorizzata dalle sue lezioni: le fanno spesso male i piedi e preferirebbe evitare simili sforzi brutali. Sai, lei è abituata ai movimenti aggraziati, e ha sempre paura di farsi male (sempre per gli sport che ci vuole far provare la professoressa e che Serena detesta!). La prossima volta abbiamo in programma il salto in alto e Serena ha già detto che si giustificherà simulando un forte mal di pancia!

Il prof. di spagnolo Victor Ruiz Gallardo (“Gagliardo”, come lo abbiamo ribattezzato noi): ancora non l’ho inquadrato bene. A volte mi sembra viva in un mondo tutto suo. Ci consiglia di vedere i cartoni animati di Pocoyo in spagnolo su Youtube, ci fa imparare delle canzoncine da bambini dell’asilo e quando c’è lui dobbiamo attaccare un foglio alla porta di classe e segnare tutti quelli che escono per fare pipì. L’anno scorso ci sono stati degli episodi di vandalismo nei bagni della scuola, quindi lui segna tutti i nomi di quelli che durante le lezioni vanno in bagno, così se poi succede qualcosa può dire con sicurezza chi aveva chiesto di uscire. Geniale, eh? Peccato che ci siano altre classi e altre sezioni che non fanno la lista dei piscioni, quindi io per sicurezza, quando c’è spagnolo, preferisco tenermela e farla all’ora dopo! Non vorrei rischiare di essere incolpata senza motivo di stupidi atti di vandalismo! Non riesco proprio a capire che gusto ci trovino a danneggiare la scuola. E quando devono andare in bagno, a chi fanno dispetto, se non a loro stessi? Comunque nel complesso è un bravo prof: comprensivo e non troppo severo con i voti (e soprattutto è madrelingua!). 

Prof. di tecnologia Regoli: non so se ti ho mai detto che odio questa materia e la vorrei cancellare dalla faccia della terra. Non dico che non sia (a volte) interessante, ma tutte queste assonometrie isometriche mi alienano! A parte questo, la prof. spesso se la ride da sola, specie quando siamo chini sui banchi a disegnare con righe e squadre. Segno che anche lei, per resistere, fugge in un mondo tutto suo, oppure, dubbio amletico, ride sadicamente dei nostri sforzi?

La prof. di inglese Vignasco, detta anche “Bozzola”, è il pezzo forte. A me fa tenerezza ed è una brava professoressa, ma onestamente è un po’ svanita. In classe hanno inventato addirittura un gioco chiamato Bozzola’s game. Consiste nel cronometrare il compagno che riesce a stare in piedi più a lungo in classe prima che lei gli dica di sedersi! Durante la lezione uno si alza, fa finta di andare ad appuntare un lapis al cestino, o cose così, fino a che lei non dice “sit down, please!”. Hanno stilato una classifica e tutto il resto e i partecipanti sono tutti segnati su un foglietto con i rispettivi tempi e record personali (non inorridire! Io non partecipo! Solo i maschi fanno questo gioco e comunque, se anche fossi un maschio, non lo farei, perché la Vignasco mi sta simpatica. con quell’orribile rossetto rosa che le macchia perennemente i denti!). Il bonus, in classe nostra, è che da un lato dell’aula abbiamo una colonna: l’altro giorno un mio compagno si è nascosto dietro questa colonna ed è riuscito a battere tutti i record. Durante l’intervallo c’è stata una bolgia per capire se il tempo raggiunto era valido o no. Qualcuno diceva che aveva barato! Se ti dicessi che a volte non mi viene da ridere ti mentirei, nonna. Però ci sono momenti in cui la prof mi fa anche un po’ pena, tipo l’altro giorno quando le hanno girato la cattedra e lei non trovava il posto per sedersi e mettere le gambe! Ha continuato a guardare la cattedra con un punto interrogativo negli occhi e alla fine ha preso la sedia e si è messa seduta vicino alla lavagna! Poverina!  

Quella di religione invece, la Biondi, detta anche “la donna più felice del mondo”, perché è sempre sorridente, ha il silenziatore incorporato: ogni due minuti previene le chiacchiere e fa “sh-shhhh”, anche se nessuno sta parlando, ovviamente sempre col sorriso sulle labbra. Il Vile dice che è sempre così sorridente perché non guarda mai il telegiornale. Avrà ragione? Lui comunque l’ha detto con la faccia seria. Magari dovrebbe stare anche lui senza guardarlo, almeno forse sorriderebbe più spesso.

Per italiano, storia e geografia abbiamo la Lorici: io l’ho soprannominata “la buona”, perché mi sembra una donna dolce. Ci ha già annunciato che vuole farci un po’ di lezioni di latino nel secondo quadrimestre, a beneficio di chi farà il liceo. Non credo avrò problemi con lei, perché lo sai che italiano è la mia materia preferita e che mi piace leggere, quindi sono l’alunna ideale di qualunque prof di italiano della terra, o giù di lì!

Adesso devo lasciarti, ma ti scriverò presto. Aspetto con ansia che tu mi scriva del tuo viaggio in Francia. Un bacione nonna!

Ta praline, Clizia

 

Piego il foglio, lo inserisco nella busta e, in bella calligrafia, scrivo l’indirizzo della nonna. Adesso le alternative sono due: passare la giornata chiusa in casa in compagnia del mio meraviglioso bernoccolo che vira dal violaceo al verde e mi fa male solo a sfiorarlo oppure uscire a fare un giro e impostare la lettera. Se sono fortunata magari incontro qualcuno di classe mia e chiacchieriamo un po’. Dove potrebbero ritrovarsi i miei compagni? Forse ai giardini a San Francesco o su al circolo? Sicuramente non in piazza. 

In un mondo ideale attraverserei la strada, suonerei il campanello di casa Felicità e uscirei con Serena. Peccato che lei invece sia a casa a sgobbare sui compiti, perché è già sotto in alcune materie: le verifiche di inizio anno non le sono andate molto bene. Tutte le volte che riportano una verifica o la interrogano è sulle spine e spurga litri di sudore. O studia, o danza: non c’è spazio per nient’altro nella sua vita.

Decido di uscire e, dopo aver impostato la lettera, vado a curiosare fra i banchini del mercato dell’antiquariato in piazza Mino. In realtà mi piacerebbe anche rivedere Yukiko: è già un po’ che ci penso, ma non so come fare. Se almeno mi avesse lasciato il suo numero di cellulare, avrei potuto mandarle un messaggio. Forse potrei far finta semplicemente di passare di lì per caso. Magari sono così fortunata da incontrarla mentre sta uscendo di casa o mentre rientra.

Il vento ha spazzato via le nuvole minacciose di stamani e ora il cielo è terso e limpido come un enorme foglio azzurro su cui scrivere. Qua e là ondeggiano nuvolone spumose e placide: sembra che se la godano un monte a essere cullate dal vento e dal sole. Lascio piazza Mino e affronto la salita di San Francesco con determinazione fino a casa di Yukiko: chissà se è in casa.

Continua ...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Alexander Van Steenberge su Unsplash






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giovedì 30 ottobre 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 30

 




VIA GHIBELLINA, A NASO IN SU

Via Ghibellina. A naso in su sembra di camminare in una strada dell’Ottocento, con le belle lanterne d’epoca. Mi immagino con un vestitone lungo, stile vittoriano, di un vivace colore verde smeraldo, di seta o di un bel broccato ricamato: la gonna ampia ondeggia ad ogni mio passo, grazie alle vaporose sottogonne e il corpetto aderente mette in risalto il punto vita. Tutti si domandano chi sia questa giovane donna, che cammina sicura di sé, il cui volto è celato dal velo del cappellino … Ah, che bello sognare! Essere ammirati, cavalcare il mondo con sicurezza. Io invece, mentre mi avvicino alla piazza dove ho fissato con Erina, sono agitata e mi batte forte il cuore. Chissà se ci sarà solo lei o tutto il gruppo.

Appena mi affaccio, vedo il solito via vai di turisti e mi avvio verso la nostra panchina, ma non c’è ancora nessuno. Strano, penso all’inizio, ma poi realizzo che è troppo presto. Gli altri saranno ancora a casa: chi a studiare e chi a rilassarsi un po’. Sono io che sono in anticipo rispetto ai soliti orari. Mi siedo in attesa che arrivi Erina e intanto tiro fuori il cellulare per fare un giochino. Mi sono appena immersa in Angry Birds quando all’improvviso qualcuno alle mie spalle mi tappa gli occhi.

- Erina! – tiro a indovinare.

- Che intuito! – ride lei, con quella risata piena e gorgheggiante che conosco così bene. Rido anch’io e mi alzo per salutarla.

- Non vedevo l’ora di vederti!

Ci abbracciamo e solo in quel momento mi accorgo che c’è qualcun altro con lei.

- Ciao Clizia. Che bello vederti! - mi saluta Vanessa, sorridendo.

- Oh … ciao Vany. 

Lì per lì rimango perplessa. Non pensavo venisse anche lei. Speravo che venissero Davide e Massimo magari, ma lei non l’avevo proprio presa in considerazione. Mi dà un po’ fastidio, ma cerco di non farlo vedere, anche se mi ero immaginata più un pomeriggio solo io e Erina a chiacchierare fitto fitto.

- Vany aveva voglia di vederti e così mi ha chiesto se poteva venire anche lei: non c’è problema, no? – mi chiede Erina. Ha un rossetto rosa e un colore alle guance che non è naturale, anche se sembra. Trucco sapiente. Le lezioni di Grazia stanno funzionando.

- No, figurati! 

Vany tuffa le mani nelle tasche del giubbotto. Se ne sta lì in attesa, sorridendo, e sembra davvero contenta di vedermi. Che stupida che sono, mi dico fra me e me. Vanessa non è truccata come Erina, ma ha il mascara verde che riprende i suoi occhi e io lì per lì mi pento di non essermi data nemmeno un velino di crema colorata per contrastare il mio pallore.

- Facciamo un giro? Torniamo dopo qui, quando arrivano anche gli altri.

- Ok.

Ci avviamo verso Borgo dei Greci, per immergerci poi nella solita vasca di Via Calzaioli.

- Quindi è ricominciato il corso di judo. Com’è andata la prova, Vanessa?

- Insomma, non è che sia il sogno della mia vita, ma qualcosa devo fare. Avrei preferito pallavolo, ma è troppo impegnativo perché ci sono le partite nel fine settimana … e poi a judo almeno c’è Erina.

- Sì, così chiacchieriamo di quello che succede a scuola. Ma dicci di te, dai! Tanto qui, lo sai, sono sempre le solite storie, le solite facce, i soliti prof … oh, a proposito, quello d’arte si domandava che fine avessi fatto. Mi sa che gli sia dispiaciuto che quest’anno non sarai con noi.

- Oh, veramente pensavo che mi odiasse o giù di lì!

- Beh, non direi proprio … è andato a scartabellare fra la roba dello scorso anno e ha ritirato fuori il disegno del ciondolo che avevi fatto. Sai quello del concorso fra le scuole dove avevi vinto il secondo premio? L’ha attaccato in classe. Alla preside è venuto un infarto quando l’ha visto: hanno ripitturato i muri quest’estate e lui non va ad attaccare il disegno prima che avessero montato i listellini di legno? L’hanno sentita urlare a chilometri di distanza!

- Beh, dovete sopportarla solo fino a giugno! L’anno prossimo saremo alle superiori. Chissà, magari potremo essere di nuovo in classe insieme. Tu hai già qualche idea, Erina?

- Non lo so. Forse mi piacerebbe iscrivermi all’alberghiera. Grazia mi ha detto che un suo amico va lì e tutti gli anni in estate fanno uno stage in Europa. Potrebbe essere interessante per levarsi un po’ di qui.

- Allora niente Versilia nei tuoi progetti per il prossimo anno?

- Che ne so! È che anche Davide comincia a scalpitare per fare qualcosa di diverso. Ma tu poi pensi di andare al liceo classico?

Aggrotto la fronte.

- Non so se mi vedo proprio come una da liceo classico …

- La prof. di italiano te l’aveva suggerito l’anno scorso. Ti ricordi? Poi tuo zio ti potrebbe dare una mano.

- Figurati! Mr. Disciplina pretenderebbe dei risultati eccellenti, peggio dei miei genitori. Credo che mi converrà orientarmi su altre scelte. E tu, Vanessa?

- Buio totale. A me piacerebbe fare la stilista, ma fino a che non facciamo gli open day non ci voglio pensare. Sto ancora cercando di farmi una ragione che è ricominciata la scuola e che quest’anno ci sono gli esami!

- Basta parlare di scuola, ragazze! Perché non raccattiamo un po’ di merce? - ci chiede Erina, facendo l’occhiolino. Vany sorride. Le guardo interrogativa e loro scoppiano a ridere.

- È la nostra ricetta contro il caro vita! Facciamo le vasche fino a che qualche ragazzo non viene a chiacchierare per conoscerci, ci parliamo un po’, facciamo amicizia e intanto adocchiamo se ha dei braccialetti carini. Poi, facile, gli chiediamo se ce ne regala uno.

- A volte ce li regalano, a volte no.

- Quasi sempre sì, Vany! Non fare la modesta! – la riprende Erina.

- Ok, sì … abbastanza spesso. Vedi? - e mi mostra il polso pieno di braccialettini di corda.

- Tutti trofei di caccia?

- Beh, non tutti …

- Guarda i miei! – mi dice Erina. Faccio un rapido confronto. Quelli di Erina sono di più.

- Poi, quando ci chiedono il numero di cellulare, glielo diamo sbagliato. Il numero giusto lo diamo solo a quelli carini, anche perché abbiamo il progetto “San Valentino” in mente …

- Sarebbe?

- Quest’anno, entro il 14 febbraio, vogliamo avere un ragazzo. Così ci fa un regalo, no?

- Beh, certo, sarebbe bello, ma solo se ti piace davvero qualcuno, non per avere un regalo!

- Cli, è da sfigati non piacere a nessuno. I ragazzi ci devono morire dietro.

Proseguiamo le nostre vasche e mi viene voglia di raccontare a Erina di Yukiko, ma non ho tanta confidenza con Vanessa e mi sento un po’ a disagio, così parliamo del più o del meno, guardiamo le vetrine, entriamo da Kiko a provarci i trucchi e riesco perfino a mettermi un po’ di terra. Nessun ragazzo ci ferma, anche se ogni tanto qualcuno ci lancia qualche occhiata e io immagino sempre che siano rivolte alle mie amiche. Finalmente, dopo un salto da Feltrinelli, ci incamminiamo verso Santa Croce. Come lasciamo via Torta, focalizzo lo sguardo sulla nostra panchina: sì, ci sono! Ecco lì il solito gruppetto! Il cuore mi balza in gola e comincia a battere furioso. Qualcuno ci vede arrivare e si voltano tutti. Grandi sorrisi. Mi abbracciano, mi schioccano bacini, mi danno qualche arruffata sui capelli. Una gran confusione di domande e commenti mi sommerge e non so a quale rispondere per prima. Nel piccolo crocchio si affacciano anche Massimo e Davide: sorriso aperto di Massimo, occhiata obliqua e sorriso assassino di Davide.

- Rieccola qui la petite française – mi sussurra all’orecchio Davide, mentre mi dà un bacino. Le gambe mi diventano all’istante di burro e ringrazio di essermi data quel po’ di terra da Kiko per mascherare il rossore che mi sento affluire sulle guance.

Stiamo lì a chiacchierare alla panchina, come ai vecchi tempi, e tutti mi chiedono di me e della nuova casa, la scuola, i professori. Io riesco pure a essere spigliata, senza impappinarmi come mi capita spesso quando sono al centro dell’attenzione. Sposto quasi tutti i miei racconti su Albert, i suoi numeri di giocoleria, i suoi buffi tentativi di chiacchierare in italiano col suo forte accento tedesco. Ogni tanto Erina si inserisce nei discorsi e lancio delle occhiate a Massimo, che la guarda sempre con quell’aria da cane fedele che aspetta che il padrone si accorga di lui e gli lanci un osso. Mi verrebbe voglia di dargli una scrollata, perché mi fa tenerezza, ma anche un po’ rabbia: magari sembro scema come lui quando Davide è nei paraggi! Il tempo passa in fretta e mi accorgo che è l’ora di tornare a prendere l’autobus. Mi si stringe il cuore.

- Ti accompagno alla fermata – mi dice Erina.

- Veniamo anche noi ad accompagnarti, vero Massimo? – chiede Davide, con un cenno della testa. Massimo si alza, pronto a seguirci. In quel momento arriva Grazia e Davide ha un gesto di ripensamento. Forse deciderà di restare lì, ora che è arrivata lei.

- Cli! Ma da dove sbuchi? – mi sorride Grazia, con le belle labbra rosso fuoco.

- Eh, avevo voglia di vedervi!

- E noi avevamo voglia di vedere te! Ma vai già via?

- Purtroppo con l’autobus mi ci vuole una vita a tornare a casa!

Sorride e annuisce, comprensiva.

- Allora ci vediamo la prossima volta, Clizia!

- Noi andiamo ad accompagnarla alla fermata – dice Massimo – tu Davide che fai? Vieni?

Immagino già quello che dirà e cerco di lottare per non piazzarmi in faccia come un display il mio scontento. Ora che lei è qui, figurati se viene con noi! Invece mi sorprende.

- Certo, non te l’ho proposto io? Ciao ragazzi, ci si becca in giro.

Grazia sembra perplessa. Si scambiano un’occhiata, ma non riesco a leggerci dentro. Ci incamminiamo verso via Verdi e fatti pochi passi torno a voltarmi, non so perché. Grazia è lì che ci guarda mentre ci allontaniamo. Solleva una mano per salutarmi.

Mentre andiamo tutti e quattro alla fermata, chiacchieriamo come ai vecchi tempi e a Davide sparisce perfino quell’aria che mette su quando siamo in gruppo. Sembra sempre che debba dimostrare qualcosa o darsi un tono da duro. Lungo Via Fiesolana Massimo si mette a raccontarci barzellette. Non ho idea di come faccia a saperne tante e a farsele venire in mente a raffica! Soprattutto sa raccontarle e ci sganasciamo dalle risate. Si voltano perfino a guardarci perché ridiamo come dei matti! Davide, per non essere da meno, si lancia in qualche imitazione dei loro prof. A un tratto Erina si ferma a guardare una vetrina e Massimo l’aspetta. Io e Davide proseguiamo. C’è un attimo di silenzio all’inizio.

- Allora come va a Fiesole? Prima sembrava tu fossi contenta.

- Uhm, mi sforzo di adattarmi, anche se non è semplice. Mi dispiace da morire non vedere più Erina tutti i giorni e poi ancora non ho ben capito dove si ritrovino i ragazzi.

- Oh, allora sei in cerca di un ragazzo …

- No, ma che hai capito? Mi chiedo solo dove si ritrovino le compagnie di ragazzi come noi. Finché siamo a scuola, ok, ma quando poi ognuno torna a casa sua e magari il pomeriggio esco per fare un giro non incontro mai nessuno. È come se scomparissero tutti fino alla mattina dopo! Non ho ancora capito dove si rintanino!

- Forse basterebbe chiederglielo, no?

- Già. È che ancora non ce l’ho fatta a mettere tutto in ordine nella mia testa. Sono successe diverse cose ultimamente … - lascio il discorso sospeso e mi volto a guardarlo, perché mi piace quest’aria complice che si è creata. Anche lui si volta a guardarmi, e riesco solo a pensare che forse basterebbe avere un minimo di coraggio in più e farmi uscire di bocca la verità completa. E cioè che non è che mi manchi proprio solo Erina, ma mi manca tanto tanto anche lui. Che lo penso tutti i giorni. Che mi vengono in mente tanti momenti passati insieme, anche di quando eravamo molto più piccoli e riuscivamo a parlare normalmente, come Clizia e Davide, due amici che si volevano bene senza quest’ingombrante consapevolezza di essere un maschio e una femmina … e mentre penso a tutto questo, persa dentro al suo viso, a un tratto sento una botta. Ma proprio forte. Mi sento rintronare tutti i denti e mi porto automaticamente una mano alla fronte. Ohi ohi, che dolore!

- Clizia! Ti sei fatta male? – mi chiede Davide, spalancando gli occhi per la sorpresa.

- Oh mamma, Cli! – mi fa Erina, arrivando trafelata con Massimo – ma non l’hai visto il lampione? Che botta!

Ovvio che il lampione c’è sempre stato: in questa strada sono passata un migliaio di volte, ma stasera ero presa da lui e ho tirato a diritto senza guardare dove andavo. Ben mi sta! Mi sa che mi sta gonfiando la fronte, ma per fortuna non esce sangue e anche il terremoto che ho sentito in testa pian piano sta passando …. Mi passo la lingua sui denti automaticamente, come per controllare che siano ancora tutti al loro posto. Erina resta lì con me, e Davide e Massimo entrano in un bar vicino per sapere se possono darci del ghiaccio. Tornano poco dopo e anche il barista si fa sulla porta del negozio.

- Tutto a posto? – mi chiede. La gente comincia a voltarsi e io vorrei sprofondare per la vergogna.

- Sì, grazie.

- Vieni a sederti dentro un attimo.

- No grazie, non mi sono fatta nulla.

- Non si direbbe: sei bianca come un lenzuolo! Andiamo, solo un minuto …

Così entriamo, e l’uomo mi fa accomodare a un tavolino. Ci sediamo tutti e quattro.

- Aspetta lì. Dovrei avere una pomata all’arnica, magari te ne dai un po’. Sei bianca … hai preso paura o ti fa parecchio male?

Vorrei spiegargli che sono sempre bianca, ma poi lascio perdere … se anche con la terra di Kiko sembro un fantasma, forse il barista non ha torto. Torna poco dopo con un tubettino di pomata e con un bicchiere di tè. Cerco di rifiutare, ma me lo lascia lì e se ne va dietro il bancone a servire dei clienti. Acci, quanto mi costerà questo tè?

Davide, che mi ha tenuto il ghiaccio premuto sulla fronte avvolto in un tovagliolo, controlla se si sta formando il livido.

- Beh, domani sembrerai la moglie di Shrek: sta venendo fuori un bel verde!

- Scemo! - gli fa Erina, mentre mi stende la pomata.

Divido il mio tè con gli altri e poi mi alzo.

- Bisogna che scappi. Altrimenti a che ora arrivo a casa? Mi sa che ho perso pure l’autobus ormai …

Vado alla cassa per pagare il tè, sperando non mi spari una sassata, ma l’uomo mi guarda interrogativo. Poi capisce.

- Lascia stare. Omaggio della casa. Sicura di stare bene?

- Sicura. Grazie mille! Di tutto!

Usciamo e quasi di corsa arriviamo in piazza San Marco. Correndo mi sembra di sentire più male, il bernoccolo mi pulsa, ma cerco di non pensarci. L’unica cosa che spero è che non mi gonfi troppo finché sono qui. Non voglio che Davide mi veda conciata male!

Finalmente vediamo arrivare l’autobus.

- Magari avere un motorino! – sospiro – non ci sarebbe bisogno di perdere tanto tempo per la strada!

- Pensi che te lo compreranno, Clizia?

- In questo periodo non se ne parla nemmeno, figurati!

- Uhm, mi sa che dovremo aspettare un po’. I miei ancora non vogliono che pronunci nemmeno quella parola, anche perché stanno per comprare lo scooter a Davide e io dovrò aspettare il mio turno!

- Da sorella minore … è ovvio … fra qualche anno prenderai il mio scarto e io me ne farò comprare uno nuovo.

- Sì, figurati! Povero babbeo!

- Anche io l’ho quasi spuntata – dice Massimo - se a febbraio porto la media dell’otto mi becco le due ruote.

- Così magari ogni tanto veniamo a Fiesole a trovarti – mi dice Davide – e così vediamo se è vero che non ci sono compagnie!

L’autobus apre le sue bocche e mi faccio mangiare. Salgo e mi giro. Saluto con la mano.

- Ciao testa vuota! – mi urla Davide, ridendo.

E dai con questo nomignolo stupido! Lo so che me lo dice solo per farmi arrabbiare, però non è che sia proprio carino. Mentre il 7 mi riporta a casa mi sento felice, nonostante il bernoccolo. Anzi, a ripensare alla scena mi viene pure da ridere; e poi sono stati tutti carini a soccorrermi. È stato un pomeriggio perfetto e Davide ha detto … aspetta … le parole precise … “Così magari ogni tanto veniamo a Fiesole a trovarti” … Mentre ho lo sguardo ebete perso dietro a queste frasi e a ripassare fotogramma per fotogramma tutto il pomeriggio trascorso, sento sotto le dita i contorni del libro di haiku che avevo messo nello zainetto: volevo farlo vedere a Erina. Vabbè, la prossima volta.

Continua ...

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 31:

Link al capitolo 29:
https://blookintreccinellarete.blogspot.com/2025/10/clizia-t-lo-spessore-dei-sogni-capitolo.html

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 

Foto di Nelly G su Unsplash

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giovedì 2 ottobre 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - capitolo 29




FINALMENTE SABATO!

Sabato mattina. Sto cercando di studiare per non dover fare i compiti anche domani, ma ci hanno dato un pozzo di roba da fare! Non è che riesca a concentrarmi molto, perché qui non ho una camera tutta mia per studiare e così mi arrangio in salotto. 
In casa c’è un gran fermento, perché finalmente è tornato dai suoi giri il mitico Cipolla! Continua a sembrarmi troppo strano chiamarlo così, ma a lui fa piacere se lo chiamiamo col suo nome d’arte. Non so come siano andati i suoi spettacoli itineranti, perché mi sembra parecchio magro e sciupacchiato, ma lui mi ha fatto capire che è stato benissimo e che non vede l’ora di provare dei nuovi numeri di giocoleria che gli sono venuti in mente e che ha visto da dei colleghi qua e là in giro per l’Europa. Ora è in giardino, intento ad incendiare delle palline legate a delle corde.

- Nonna, scusa, ma cosa sta facendo Cipolla?

- Guarda Clizia – risponde la nonna, scuotendo la testa – finora sono rimasta a guardarlo a bocca aperta, perché faceva un numero fantastico con una sfera di cristallo! Sembrava che la sfera non avesse peso e che fluttuasse in aria. Dovevi vederlo! Dovresti chiederglielo, sono sicura che sarà felice di mostrartelo, ma ora … è lì che armeggia col fuoco e secondo me va a finire che ci incendia la casa … sono preoccupata: che vorrà fare? Ma proprio qui deve provare? In uno sterrato dove non c’è niente e nessuno non andava meglio?

- Sei tu nonna che gli permetti di esercitarsi qui … probabilmente sa cosa sta facendo … o no? Guarda nonna, comincia a far roteare le palle … ops!

- Oh mamma! Che succede?

- Niente, forse solo due o tre peli del braccio di Cipolla bruciacchiati … i rischi del mestiere!

- Volete fare silenzio per favore? Non riesco a concentrarmi così! Non mi riesce niente con questo chiacchiericcio! – interviene la mamma, china su un pentolino.

Guardo la nonna con un punto interrogativo negli occhi e lei mi bisbiglia “sta facendo la crema”.

“Ahi!”, mormoro. L’ultima volta che ci ha provato è venuta fuori una roba granulosa e troppo liquida. Così china sul pentolino mi sembra di vederle uscire del fumo dagli orecchi!

- Dai mamma, rilassati! Non può essere così terribile! Basta seguire scrupolosamente la ricetta.

- Se bastasse seguire, come dici tu, scrupolosamente la ricetta, chiunque con un buon libro di cucina sarebbe uno chef! Non basta seguire la ricetta, bisogna avere la mano felice … non è che la crema riesca a tutti, perché c’è una giusta consistenza da ottenere e devi capire quando fermarti, quando fa il famoso “velo” sul mestolo, perché sennò va a finire che la crema impazzisce a buonanotte e quindi, Clizia … oh mamma, oh mamma! - comincia a dire, saltando su tutta eccitata - la crema! La crema!

Guardiamo dentro il pentolino e vediamo una bella crema gialla, a occhio di una consistenza perfetta e con un profumo decisamente invitante. Le prendo il mestolo di mano, ci soffio un po’ sopra e assaggio.

- Ecco, vedi mamma, forse bastava non pensarci troppo.

- Come è?

- È buonissima - le sorrido, alzando il dito pollice in segno di vittoria.

- Bene! Adesso basterebbe saper fare una frolla decente. Oggi è il compleanno della piccolina e vuole la torta di crema ai frutti di bosco. La frolla comunque sarà per un altro giorno. Oggi ne uso una già pronta.

- Il babbo?

- È al maneggio con Andy. L’altro giorno, per caso, Andy ha visto il babbo che riparava in giardino il tavolo della nonna. Così si è affacciato alla rete del giardinetto e hanno cominciato a chiacchierare. Sembra che abbia bisogno di qualcuno al maneggio per fare dei piccoli lavoretti di riparazione. Sai che il babbo è un aggeggione e quindi ha detto di sì. È via da stamani, per fortuna! Non si regge quando gira qui intorno come un animale in gabbia.

- Nessuna novità per il suo lavoro?

- No, Clizia – risponde la mamma con una smorfia – ma ieri si è finalmente deciso a far circolare voce che è disponibile per delle ripetizioni di francese. Ha borbottato un po’ perché, come dice lui, “figurati se devo guadagnarmi da vivere con la lingua di mia madre”, alludendo ovviamente ad Annie …

- E tu?

- Gli ho risposto di considerarlo come una sorta di regalo inconsapevole di sua madre. Lui, puntiglioso com’è, ha tenuto a precisare che è stata Therese a insegnargli a parlare! Beh, non ha torto.

- Mamma, stasera posso andare da Erina?

Lei lancia uno sguardo ai miei libri aperti sul tavolo. La mamma è fissata sul fatto di andare bene a scuola.

- Uhm, direi di sì … basta che ti organizzi con i compiti … puoi sentire se lo zio ti dà un passaggio.

- Veramente vorrei andar via presto, verso le due … magari meglio se prendo l’autobus.

- Le due, Cli? Ma non ce la facciamo a pranzare in tempo! Devo prima finire la torta!

- Non importa mamma. Mi faccio un panino, cosa ne dici?

- Ok, solo che ora …

- Me lo preparo da sola: guardo cosa c’è in frigo.

Lei mi guarda e mi sorride.

- Brava la mia bambina - mormora, dandomi un buffetto.

Un ululato viene dal giardino e ci voltiamo tutti di scatto.

- Nonna! Cassettina del pronto soccorso! A occhio e croce serve una pomata per le bruciature! – esclamo, vedendo Cipolla che saltella in giardino, reggendosi il braccio.

La nonna trotta via scuotendo la testa e borbottando.

- Va a finire che mi tocca chiamare i pompieri, mi tocca …

Continua...

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 30:

Link al capitolo 28:

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone 
Foto di Jack Lucas Smith su Unsplash


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