Comunque anche questo sabato è arrivato e l’idea era di andare da Erina, dato che avevo i soldi guadagnati dalla vendemmia e per una volta, qualsiasi cosa avremmo deciso di fare, non sarebbe stato un problema. Le avrei proposto volentieri di vederci per pranzo a mangiare un hamburger, in modo da poter stare insieme più a lungo, ma ho dovuto cambiare piani, perché la “Buona” ha pensato bene di assegnarci un compito a coppie per punirci dell’enorme caos che facevamo giovedì all’ultima ora. Non aveva tutti i torti, c’era un tale brusio in classe che era difficile riuscire a seguire la spiegazione. Peccato solo che la punizione ce la siamo beccati tutti, anche chi stava zitto. In questo fine settimana quindi dobbiamo leggere un libro e scrivere una relazione. Lì per lì mi è preso un colpo, perché pensavo fosse impazzita, poi ho realizzato che avrei potuto scegliere uno dei libriccini dello zio: ne ha alcuni magri magri che si leggono in un soffio.
Non amo i compiti a coppie: c’è sempre uno che sgobba (di solito io) e uno che va a rimorchio (di solito Erina, ai vecchi tempi, ma con lei non mi pesava granché). Spero che il Vile sarà collaborativo, penso, mentre mi incammino verso casa sua.
Mi trovo davanti una villetta indipendente e vecchiotta, circondata da un giardino incolto che mi ricorda i capelli del mio compagno di banco! Suono. Dling dlong, campanello vecchio stile. Immediatamente un abbaiare concitato mi fa trasalire e poco dopo spunta un testone di cane lupo fra le sbarre del cancello: questo cagnone non sembra contento di vedermi! Continua ad abbaiare, scrutandomi con sospetto e io spero che vengano a prendermi al cancello perché mi scoccerebbe essere sbranata di sabato: non ho assolutamente intenzione di entrare senza scorta! Poco dopo il Vile si incornicia sulla porta; se possibile, ha i capelli ancora più sconvolti del solito.
- Nero! Cuccia! È un’amica. Vieni, Nero, vieni.
Nero obbedisce e si avvicina al suo padrone. Il Vile gli fa qualche carezza sul testone e vengono ad aprire insieme il cancellino. Entro, circospetta e nervosa.
- Che fai? Dormivi? – domando, mentre il cane continua a gironzolarmi intorno, protendendo il suo muso verso di me.
- Ciao - mi fa, senza rispondere alla domanda – fatti annusare.
- Come, scusa?
- Fatti annusare dal cane, una volta che ti ha annusata ti lascia in pace. Ha bisogno di sentire il tuo odore.
- Ah, ok. Allora? Si comincia?
- Hai fretta?
- Un po’.
- Uhm…
Che colloquio stimolante! Mi sento un po’ in imbarazzo, anche se non so perché. Dalla casa proviene il suono di un pianoforte, che si interrompe di tanto in tanto, procede incerto, ricomincia.
- Beh, mi fai entrare in casa?
- Sì, certo… solo che, se hai fretta, non credo di essere il compagno giusto per te.
- Ascolta bello, non penserai di andare a rimorchio, vero? Perché di solito in queste cose sono sempre io che sgobbo e gli altri che si trovano la pappa scodellata!
Mi ascolta con la fronte aggrottata, una smorfia alla bocca e l’aria annoiata, mentre si gratta il collo. Perché ho l’impressione che ci vorrà un secolo?
- La mia mamma sta facendo lezione – mi dice, accennando col mento verso la villetta – meglio se andiamo nella mia tana. Che libro hai portato?
- “L’uomo che piantava gli alberi”: è breve e mio zio dice che merita, ma se hai altre idee…
- No, va benissimo. Vieni.
Costeggiamo la villetta fin sul retro, in cui domina un albero immenso. Ok, il giardino è la sua tana. Bene, leggere e studiare all’aperto mi piace: ci vivrei, fuori. Solo che mi guardo intorno e immagino che dovrei vedere, che ne so: un tavolino? Due sedie? Due sdraio? Almeno una coperta in terra? L’ombra di una penna magari, o un portatile? Lui mi guarda.
- Cerchi qualcosa?
- Già. Ci servirà almeno un blocco per appunti o qualcosa di simile … sai, per buttare giù delle idee per la relazione .
- Ok
- Non è che mi faccia problemi a sedermi per terra, ma credo che dovresti prendere almeno una penna: qui intorno è il deserto del Gobi.
- No, non mi sembra proprio.
Alzo gli occhi al cielo spazientita, perché la sensazione di farci notte qui è sempre più pressante e… oh, cavolini fritti! Rimango a bocca aperta, sgranando gli occhi!
- Una casa sull’albero? Oddio, non ci credo! UNA CASA SULL’ALBERO!
Finalmente si scioglie in un sorriso.
- Non gridare così! Dai, vieni, ero sicuro che ti sarebbe piaciuta!
Gli lancio un’occhiata. Lui sta già salendo sulla scaletta parallela al tronco, che non avevo visto, così occupata ad avere fretta.
- Stai attenta a dove metti i piedi. È alto quassù.
- Quanti metri sono? – chiedo, mentre comincio a salire.
- Circa tre, più o meno. Ci sei?
- Ci sono. Ma sei sicuro che regga?
Lui intanto è arrivato. Si gira e mi porge la mano per aiutarmi a fare il mio ingresso nella casetta più pazzesca che abbia mai visto: siamo immersi in un albero! Quassù è piccolo piccolo, una mini-stanza adagiata sui rami e non riesco a smettere di sorridere mentre mi guardo intorno. Federico ci ha messo delle stuoie, dei cuscini, un tavolinetto da pc da appoggiare sulle gambe. Appesa a un ramo, con dei ganci, penzola una chitarra.
- Allora?
- È incredibile! Mi sento ripiombata nella mia infanzia. Ma c’era già quando avete comprato la casa?
- Come no? Era giusto accanto al fagiolo magico…
Gli lancio un’occhiata storta.
- Scherzavo! L’ha fatta mio padre, prima di andarsene. Credo fosse una specie di regalo di addio.
- Oh, mi dispiace. Non sapevo che…
Spalanca gli occhi.
- No, no, frena: non è morto. È solo andato a lavorare in Germania. Cioè, questa è la notizia ufficiale: prestigioso studio di architettura gli offre un posto impossibile da rifiutare. La realtà sputata è che i miei non andavano d’accordo e hanno preferito trovare questa soluzione piuttosto che dirmi chiaro e tondo che si separavano. Di fatto sono ancora sposati. Andiamo a trovarlo a Monaco quattro volte l’anno. Probabilmente stanno aspettando che cresca un altro po’ prima di dirmi come stanno le cose. Fine della storia.
Non so che dire. Più che altro perché il tono leggero con cui mi sta dicendo queste cose contrasta con le ombre che gli passano negli occhi. Forse meglio sorvolare, almeno per ora.
- Che dici? Cominciamo?
- Ok – mi fa lui, accomodandosi su un cuscino, poggiando le spalle al tronco. – Sono pronto.
- Bene. Vuoi iniziare a leggere tu?
- Penso di no.
- No?
- No.
- Ok, comincio io. Spero però che non ti aspetti che ti legga tutto il libro, vero? Mi si seccherebbe la gola… tanto valeva sennò che lo facessi da sola.
- Uhm, forse.
- Come sarebbe a dire?
- Sono un alunno con DSA.
- Disperato Senza Appello? – gli chiedo, aggrottando la fronte con un sorrisetto. Lui non ride. Ok, non era uno scherzo e forse ho perso un’occasione per tacere.
- Scusami, cosa vuol dire DSA?
- Disturbi Specifici di Apprendimento. Sono dislessico. Dammi qua – mi fa cenno di passargli il libro e si fissa su una pagina. Poi la gira verso di me – tu ci leggi bene, vero? Ti basta gettarci un’occhiata e ti fai un’idea più o meno, no? Io ci getto un’occhiata e ci vedo solo un gran casino. Leggere questo libro da solo, in un giorno? Naaah, non si può fare. Quindi, vedi, non sono proprio il compagno giusto se hai fretta, a me di solito ci vuole il doppio del tempo. Per questo uso gli audiolibri.
- Ok, ma per i libri di scuola?
- Studio con mia madre. Comunque si trovano alcuni libri scolastici versione audio. È un po’ un casino, ma alla fine ti abitui. Solo che con questa storia ho perso un anno: quando ero alle elementari mi sembrava di essere stupido. Tutti riuscivano a fare i compiti che assegnavano le maestre e solo a me, per qualche strana ragione, sembravano impossibili. Poi finalmente mi hanno fatto i test per la dislessia e abbiamo capito il problema.
- Beh, quando sai qual è il problema puoi cercare di risolverlo.
- Mah, dipende come… mio padre, per dire, se ne è andato. Penso che non mi sopportasse più.
- Ma che c’entri tu? Hai detto prima che non stavano bene insieme.
- Prima di me stavano benissimo. Sono io che gli ho incasinato tutto con i miei problemi. Non è stata una diagnosi così immediata. Siamo stati da logopedisti, foniatri, vari specialisti. Non è stato proprio il massimo, a quel tempo. Mio padre era deluso. Credo che si sia sentito pure in colpa a provare certi sentimenti, però era così, non poteva farci niente. Lui è un tipo brillante e un figlio come me gli stava stretto.
- Questo è solo quello che ti immagini tu! E poi lo vedi ancora tuo padre, no? L’hai detto prima.
- Sì, certo, lo vedo nelle vacanze, quando la scuola è un pensiero poco ingombrante. Non ci vivo la quotidianità, non è qui a gestire i problemi di tutti i giorni. Andiamo in vacanza insieme, o sto da lui a Monaco e allora andiamo in bici, facciamo surf al parco inglese, andiamo a vedere il Bayern Monaco, facciamo un giro per la Baviera… qual è il problema? Gli suono pure i suoi pezzi preferiti con la chitarra. A lui e alla mamma piace la musica. La mamma insegna musica, infatti: il suono del pianoforte che viene da casa mia sono i virtuosismi di un alunno zuccone. Eppure ho imparato a suonare la chitarra per far piacere a mio padre. E non ci crederai, ma so leggere pure gli spartiti. Ci pensi? Quel casino di righetti e pallini… per tre anni non sono riuscito a leggere nulla, ma la mamma non mollava e alla fine, un giorno, ce l’ho fatta: si è spalancata una finestra nella testa. È scritto qui – e mi mostra una data incisa sulla corteccia di uno dei rami, ci fa passare sopra il polpastrello – questo è il giorno che ho letto la prima nota. Insomma, lasciamo stare dai, mica siamo a confessarci, ti pare? Allora, leggi o no? Se però hai fretta e vuoi leggerlo da sola, ti riaccompagno a casa in motorino. Decidi tu.
- No, ok, leggo io. Va bene.
- Ora va bene perché ti sentiresti uno schifo ad andare via?
- No.
- Perché guarda che non ho la lebbra. È solo un po’ più complicato, ma niente che non possa gestire… il peggio è per la mamma, che tutte le volte che cambio professori deve tornare lì a rispiegare da capo tutta la storia.
- Piantala, ok? Abbiamo tempo. Solo che devi chiudere quella boccaccia.
- Ok. Ti dispiace se, oltre alla boccaccia, chiudo anche gli occhi mentre leggi? Mi concentro di più.
- Basta che non ti addormenti!
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