PIANTINE VOLANTI
Mi sento un po’ stupida qui impalata, indecisa sul da farsi, così tiro fuori il cellulare. Controllo i messaggi. Ce ne sono due di Serena che all’inizio mi riempiono di speranza. Quando li apro però il mio entusiasmo svanisce all’istante: “cosa ha dato la Barzi per martedì?”, “La Manzini interroga su Caravaggio?” Nessun invito per passare da lei a fare due chiacchiere! Sigh! Fra l’altro all’inizio dell’anno ho chiesto il numero a tutti i miei compagni di classe, più che altro perché la mamma mi stressava sul fatto di avere dei recapiti perché “metti caso che ti ammali e vuoi sapere cosa hanno fatto a scuola, oppure hai bisogno di qualche chiarimento su qualcosa”. Con l’occasione anche io ho dato il mio numero a tutti, ma nonostante questo non mi è arrivato un solo messaggio. A quanto pare nessuno si è incaricato di un “comitato d’accoglienza”!
La musica classica che proviene all’improvviso da casa di Yukiko mi riscuote dai miei pensieri e mi dà il coraggio di bussare alla porta. Nessuno viene ad aprire, così mi avvicino alla finestra per cercare di sbirciare dentro, anche se i vetri sono coperti da una tenda leggerissima, e mi balza il cuore in gola quando mi sento chiamare. È la voce di Yukiko e proviene dalla mia sinistra.
- Clizia-chan!
Il cappello di Yukiko sporge da un cancellino di fianco alla casa. Perfetto. Sono stata beccata mentre sbirciavo. Che figura! Avessi una pala scaverei una buca, ma che dico, una voragine e mi tufferei dentro!
- Ehm, ciao Yukiko! Io… ho bussato, ma la musica… così…
- Sono contenta di vederti! Vieni, passa da qui.
Il cancellino scatta e Yukiko mi fa entrare in una corte, che l’altra volta non avevo notato. È piccola, ma graziosa. Al centro c’è un’aiuola rettangolare con delle erbe aromatiche e su un lato un giardino roccioso: sabbia, piante grasse, una grossa pietra liscia. Yukiko indossa dei guanti da giardinaggio.
- È destino che ti incontri sempre mentre sei indaffarata con le piante! – esclamo divertita.
Improvvisamente l’imbarazzo vola via. Deve essere Yukiko che mi mette a mio agio. Ride, senza mostrarmi i denti, timidamente. Forse siamo due anime simili.
- Non credevo che questa corte facesse parte della casa. È così carino qui!
- Grazie – risponde, con un impercettibile inchino – è il mio giardino segreto. C’è una porticina nascosta dietro una tenda. Sai, speravo che tornassi perché non sapevo come rintracciarti. Hai letto Kerouac?
- Sì, e mi piace! Un sacco! Mi sembra di guardare delle fotografie. Leggo e riesco a vedere un’immagine nella mente. Anche mio zio si è entusiasmato quando ha visto il libro.
- Oh…
- Sì, è un professore di italiano e ha un moto di orgoglio ogni volta che mi vede con un libro in mano. Adora il fatto che mi piaccia leggere.
Sorride e annuisce, così mi sento spinta a continuare.
- Perché sai, lui… in un certo senso, è come se fossi sua figlia… è il mio padrino e beh, è stato lui a scegliere il mio nome, e si è sempre dedicato molto a me, forse perché non ha figli suoi… non è sposato, è single… beh, forse anche perché è molto legato a sua sorella, cioè la mia mamma … cioè, mi vuole così bene anche perché vuole bene a sua sorella, non è che non si è sposato a causa di sua sorella …
Oddio, riecco una botta di timidezza: ecco che ricomincio con gli sproloqui, povera me!
- Poi figurati, ora abitiamo insieme e abbiamo ancora più occasione di vederci, parlare …
La testa di Yu fa ritmicamente su e giù per annuire. Mi sa che questo mio parlare a raffica, come l’altra volta, la disorienti un po’. Non so cosa mi prenda con lei. Forse dovrebbe fare la psicologa: deve avere il dono di far aprire le persone, o forse sono io che ho proprio bisogno di parlare con qualcuno che non mi conosca troppo, in modo che non possa giudicarmi. Mentre mi perdo in questi pensieri, poggio gli occhi su un tavolino e mi incuriosisco. Su un vassoio ci sono tre palle di muschio, dalle quali sbucano ciuffi di piccole piante. Yu segue il mio sguardo e sembra indovinare i miei pensieri.
- Sono kokedama: piantine senza vaso avvolte in una palla di terra e muschio.
- Ma sono carinissime!
- Sì, e la cosa bella è che le puoi appendere in casa con un filo di nylon: sembrano piante volanti! Le sto facendo per il vivaio. Se ti piacciono, ti posso insegnare a farle, se non devi andare via subito o uscire con i tuoi amici.
- Mi piacerebbe molto! – esclamo, grata, anche se non aggiungo che l’alternativa era vagare come un’anima in pena aspettando l’ora di cena.
- Ti sporcherai un po’, ti avviso. Dobbiamo usare il keto, l’akadama e poi del muschio.
- Sono pronta!
Per un po’ ci limitiamo a lavorare, mentre seguo passo passo tutti i gesti di Yukiko, per creare il mio primo kokedama. Impastare questa terra fangosa mi piace: mi riporta alla mente i pomeriggi passati a manipolare la pasta di sale alla ludoteca. Ogni tanto Yu si interrompe e mi corregge, o mi aiuta a donare una forma aggraziata alla mia pallina. Sono colpita dai modi garbati e fini di Yukiko, e dal suo tono pacato, mentre mi parla di queste perle di muschio.
- Se diventi brava a realizzare queste piantine potresti aiutarmi. Ovviamente dietro compenso. Ho un sacco di impegni ultimamente, e avrei bisogno di una mano: mi sto rendendo conto che ho accettato troppi lavori. La prossima settimana andrò a vendemmiare e la sera sarò troppo stanca per fare altri kokedama.
Pare riflettere fra sé e sé, mentre io considero che non mi dispiacerebbe affatto dedicarmi a quest’arte e guadagnare qualcosa, anche se parlare di soldi mi imbarazza un po’. Yu continua a lavorare con molta concentrazione. D’un tratto si volta a guardarmi.
- Perché non vieni con me a vendemmiare? Conosco bene i proprietari della vigna e credo che non avrebbero niente in contrario. Ti pagherebbero e ti divertiresti. Hai mai vendemmiato?
- Veramente no, non ho idea di come si faccia.
Annuisce e fa vagare gli occhi attorno, come se vedesse un’immagine davanti a lei e me ne volesse fare partecipe.
- C’è una bella atmosfera, sai, è come un rito. Potresti chiedere il permesso ai tuoi genitori. Forse dovrei incontrarli e parlare con loro. Quanti anni hai?
- Tredici.
- Sei piccola per lavorare allora – ride – ma non troppo, in fondo. E poi si tratta solo di un giorno.
- Mi piacerebbe. Primo, per fare qualcosa di diverso, e secondo, per guadagnare qualcosa. I miei amici di Santa Croce il fine settimana vanno sempre a divertirsi: vanno al cinema o a mangiare al fast food, o a giro in centro e poi finiscono sempre per comprarsi qualcosa. Mi invitano sempre ad andare con loro, ma non potendo spendere spesso va a finire che mi invento delle scuse per non fare la zavorra.
- Sei in gamba, Clizia-chan, verrò a parlare con i tuoi per la vendemmia. Vedrai che ti divertirai: ci saranno anche ragazzi della tua età e un vecchio nonno che suona la fisarmonica nell’aia della fattoria. - Sorride – Allora, tornerai ad aiutarmi con i kokedama? Mi sembra che tu abbia una buona mano – mi dice, considerando la perla che ho creato.
- Avrò preso dal babbo, che ha le mani d’oro! Ora si sta facendo tardi, è meglio che vada.
- Ti lascio il mio numero di cellulare. Fammi sapere se i tuoi sono d’accordo e quando posso parlare con loro.
Sono già uscita da casa sua e mi sono incamminata per la discesa quando la voce di Yu mi raggiunge di nuovo. Mi volto. La sua figurina elegante si staglia sulla porta: la testa reclinata da un lato, i capelli aperti come un ventaglio.
- Mettiti qualcosa di carino per la vendemmia. Fa bene all’uva! E al tuo spirito! - Fa ciao ciao con la manina bianca e mi strizza un occhio. Ecco, ora mi ricorda proprio una ragazza manga style!
Continua ...
"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone
Foto di Daniela Darone
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