DICEMBRE
Sembra sempre troppo presto vedere le luminarie impigliate fra gli alberi, i panettoni al supermercato, gli addobbi nei grandi magazzini. Come sono belle le città sotto Natale! Il traffico paralizza i viali, la gente sembra impazzita nella corsa ai negozi per i regali, possibilmente economici, le strade sono illuminate, le vetrine belle e addobbate, il profumo di caldarroste avvolge i passanti che camminano frettolosi, stringendosi nei giubbotti.
Il respiro delle persone forma quei buffi fumetti di alito che escono di bocca, molte chiese restano aperte fino a tardi per la mostra dei presepi, con i bambini che accorrono con la bocca spalancata e le manine protese. I turisti e i fiorentini si godono i giochi di luce multicolore sul Ponte Vecchio, sulle statue del Ponte Santa Trinita, sui Lungarni, sulla basilica di San Lorenzo. Camminando non si può fare a meno di fermarsi ogni due minuti a fare qualche foto: i grandi abeti addobbati nelle principali piazze del centro, le composizioni con bacche rosse e pungitopo nei mercatini, le coloratissime bancarelle che espongono i prodotti tipici.
In piazza Santa Croce è allestito, come ogni anno, il tipico mercatino di Heidelberg, il più antico della Germania: protetti dalle caratteristiche casette di legno, i venditori propongono cibi e oggetti tradizionali germanici legati al Natale e gli avventori, dopo le compere, si rifocillano con wurstel, crauti e vin brûlé.
Per le strade risuonano le note del concerto eseguito dall’orchestra da camera fiorentina: le note dei più celebri compositori si librano nell’aria e volano tra la gente; Piazza Santa Maria Novella è gremita per il mercato scozzese.
C’è un’atmosfera regale oggi. Dal Palagio di Parte Guelfa parte il corteo storico della repubblica fiorentina, che inizia il suo percorso per la tradizionale festa degli omaggi.
L’anno scorso Erina ed io abbiamo seguito il corteo mentre compiva un percorso per le vie del centro e portava un saluto augurale alle autorità e alla città. Lei aveva un cappello rosa scuro di lana cotta, portato graziosamente reclinato su un lato, e la bella treccia di capelli castani appoggiata sul cappotto nero. Se non fosse cambiato nulla, adesso sarei qui con Erina, ma non quest’anno. Quest’anno, qui con me, con i nasi arrossati dal freddo, ci sono Lucia e Simona.
Cammino nella mia piazza, ma la sento diversa. Mi sento diversa. Lancio un’occhiata alla nostra panchina, ma la trovo deserta; probabilmente saranno tutti a fare un giro: fa troppo freddo per rimanere qui fuori impalati. Al loro posto ci sono due straniere che mangiano un panino e si fanno qualche selfie. E questa sensazione strana non lo so per cosa è, forse sarà che ormai non mi sento più legata solo a questo posto, ma che altro, altri, hanno assunto importanza dentro di me. Forse sarà perché mi sembra di vedere le cose con occhi diversi. Forse perché ora sono una donna, magari è ridicolo detto così, ma da quando mi sono venute per la prima volta le mestruazioni, mi sembra difficile pensare a me come a una bambina. Quella macchia sugli slip, con la forma di un fiore allungato, ha cambiato qualcosa.
Ad Erina non ho mai detto nulla del fatto che avevo scoperto la faccenda del cellulare. Non sapevo come affrontare l’argomento, però le cose si sono un po’ raffreddate. Cerco di giustificarla dentro di me, perché mi dispiace: non credo che l’abbia fatto con cattiveria, forse solo con molta leggerezza e poca considerazione nei mei confronti. Ho pensato di perdonarla, ma c’è qualcosa fra noi che non mi fa essere spontanea. Non mi fido più. E poi non è solo per quello. Sono le mezze frasi, le occhiate storte, la sua insoddisfazione per come mi comporto, l’insofferenza quando capisco che si sente frenata dai miei pochi soldi da spendere. La cosa impossibile è che mi ritrovo a pensare a cosa dirle, ci sono dei momenti di imbarazzo e silenzi che sembrano voragini. Forse è anche per questo che abbiamo rallentato molto le nostre uscite. Una volta troppi compiti, una volta la febbre, una volta un impegno con i parenti… insomma, si trovano un sacco di buone scuse, specie se entrambe le parti collaborano.
- Clizia! Ma a cosa pensi? Mi ascolti? Facciamo un salto in libreria, così ci prendiamo anche una cioccolata? Devo comprare il libro che ci ha dato la prof da leggere per le vacanze. Voi ce l’avete già? – ci chiede Simona.
- Sì, l’ho preso in biblioteca.
- Oh, allora sei tu che mi hai battuta sul tempo! Mi hanno dato un mese d’attesa.
Sorrido.
- Sono previdente e mi muovo in anticipo, ma se hai pazienza ci metterò meno di un mese a finirlo. Magari la prossima settimana lo restituisco. Anche perché devo sbrigarmi, visto che mentre lo leggo lo sto registrando per Fede. Poi deve avere il tempo di ascoltarlo.
- Ma non ce la farei io a finirlo, in così poco tempo. Sai che sono una lumaca! – ci dice Lucia, sorridendo. – Dai, andiamo in libreria, così cerco anche un regalo per il mio tesoro. Cosa ne dite: gli regalo le poesie d’amore di Neruda?
Lucia è radiosa da quando la sua storia d’amore è iniziata.
- Magari lui a te! Ma tu a lui? È un ragazzo!
- E allora? Non è mica un grizzly! Ha un animo sensibile, lui!
Mi fa una tenerezza, Lucia! Non riesci a invidiarla, devi solo essere contenta per lei! Parla di lui come se fosse un’esplosione di meraviglia, come se passeggiasse senza toccare terra e sorvolasse noi poveri mortali con l’aiuto di liane, sembra stranamente disorientata: sono i sintomi dell’amore, credo. Ci sediamo e aspettiamo le nostre cioccolate.
- Ci facciamo un selfie? Dai, tutte e tre! Se me l’avessero detto non ci avrei creduto. Ci volevi tu, Clizia, per farci diventare amiche. I primi due anni di medie ci siamo a malapena considerate!
- Eri tu che eri distante… - protesta Lucia.
- Non è vero! Falla finita e stringiamoci un po’… esagerate un sorrisone… sì!
- Sono venuta almeno decente?
- Aspetta! Facciamone qualcun’altra.
Simona scatta più volte. Ridiamo come matte a vedere le nostre facce congestionate dal freddo e le espressioni buffe che facciamo. Per ingannare l’attesa, Simona ci fa vedere le foto sul cellulare.
- Qui sono a una festa con i miei: i cinquant’anni di un’amica della mamma... e questa è mia cugina: carina, vero? E il mio cuginetto supercicciottoso di sei mesi: guardate che gambotte grassocce che ha! Queste invece me le ha mandate Samantha …
Mi pare che la libreria si rovesci improvvisamente. C’è qualcosa che mi sembra surreale e invece ce l’ho davanti agli occhi. Come assistere ad un trucco di magia. Simona nota la mia faccia e i suoi occhi si fanno dubbiosi.
- Ma questa mezza nascosta dietro il gruppo è Erina! Dove sono? – sbotto, dopo un attimo di disorientamento.
- Sì, è lei. Un paio di settimane fa Isabella, Samantha, Athos e Brando sono andati a mangiare la pizza in un circolo. C’era il fratello di Erina che suonava lì.
- Ma quando, esattamente?
- Beh, non mi ricordo, vediamo… - dice, controllando la data sul cellulare – credevo che ci fossi anche tu quella sera. Sì, ecco, due settimane fa precise!
- Grande! Davide suona e lei non mi dice niente – mormoro, quasi rivolta a me stessa.
- Scusami. Pensavo lo sapessi.
- Figurati! Scusa di cosa? - Mi sento una tale stupida, mentre cerco di sorridere. Simona tace per un po’.
- Lì per lì, a vedere la foto, mi sono anche chiesta perché non mi avessi invitata, né detto nulla. Mi sembrava strano.
- Beh, potevi chiedermelo.
- Già, è che poi non ci ho pensato più. Mi dispiace, mi sa che ho fatto un casino.
- Tu?
- Senti, forse non dovrei dirlo, ma Erina… sembra carina e simpatica, ma è molto egocentrica e sgomita un bel po’. Un po’ troppo, secondo me.
- Ok, è un po’ accentratrice, ma siamo amiche da sempre!
- Sì, ma è gelosa di te. Pensa alla sera dei fuochi! Era venuta per stare con te o con noi? Non ci conosceva nemmeno! Si è decisa a tornare indietro a cercarti parecchio tempo dopo. E non era per niente ansiosa di farlo. Almeno è quello che mi è sembrato.
Le sopracciglia mi si arcuano nell’espressione più sorpresa che penso di aver mai avuto e avvampo. Già, c’era anche Simona quella sera. Ma perché non le ho mai chiesto niente? Lei sì che avrebbe potuto raccontarmi come erano andate le cose! Beh, allora non eravamo ancora amiche. Forse non mi sembrava il caso.
- Sai, pensandoci bene, stare nelle retrovie in una foto non è molto da protagonista. Ti aspetteresti di vedere Erina in primo piano, e invece vedi - mi dice, riscorrendo le foto - è sempre in fondo, e sembra quasi che si nasconda… - conclude, guardandomi con un’occhiata significativa.
In effetti, ripenso a tutte le foto della nostra vita, da quelle fatte solo io e lei a quelle di classe: lei sempre in bella vista, sempre carina, anche quando faceva le facce.
- È un periodo, Clizia, passerà – mi fa Lucia, battendomi dei colpetti affettuosi su una spalla – a volte gli amici si allontanano, ma poi, se l’amicizia è vera e forte, tutto si sistema. Bevi la cioccolata, che si raffredda.
- Scusa, Clizia, ma sei rimasta male perché Erina non ti ha chiamata o perché hai perso l’occasione di vedere Davide? – mi chiede Simona, mentre rimette il cellulare in borsa.
Avvampo quasi senza sapere il perché.
- Per tutte e due le cose, forse? Perché invita persone che conosce a malapena invece di me? Lo sapete che mi piace Davide!
- Ne sei proprio sicura? Perché a me sembra che col Vile…
- Siamo solo amici!
- Davvero?
- Ma sì, certo! Mica crederete a quello stupido cartello!
- Sì, ma siete sempre insieme, e così…
Faccio spallucce, ripenso in silenzio alla sera in cui siamo andati alla villa abbandonata e mi sento un vuoto allo stomaco.
Continua...
"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone
Foto di Daniela Darone
Link al primo capitolo:
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