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venerdì 7 marzo 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Diciottesimo capitolo

 


DOVE È LA SIGNORA DI IERI?

 

Eccoci qui davanti alla villa della famiglia Felicità. Strano, ma il cancello è aperto, e così saliamo i gradini, pensando sia meglio suonare direttamente all’ingresso principale. Non passano che pochi attimi che la porta si apre di colpo e una signora tutta scarmigliata e sudata ci appare all’improvviso. Ci mettiamo qualche secondo a realizzare che si tratta di Patrizia! Beh, una bella differenza dalla signora elegante e raffinata di ieri. Quella che ci sta di fronte adesso è una donna abbrutita: spettinata, con un prendisole tutto appiccicato addosso dal sudore, dei brutti guanti di gomma, gli occhi cerchiati da una probabile notte insonne, il rigo del kajal sbavato. Forse sarebbe stato meglio avvertire del nostro arrivo, penso, mentre, nonostante non sia mia intenzione, arriccio il viso in un moto di stupore.

Lei, lo capirebbe chiunque, è in un clamoroso imbarazzo. Probabilmente ha aperto perché aspettava qualcuno ed era sicura che fosse lui. Beh, qualcuno autorizzato a vederla in quello stato!

- Buongiorno, cara! – comincia la mamma in tono pimpante, come se non avesse notato l’aspetto di Patrizia - Abbiamo trovato il cancello aperto e così abbiamo pensato di salire. Io e Clizia volevamo solo portarti questi fiori, per ringraziarti della bella serata.

La signora sembra accorgersi delle rose solo in quel momento.

- Oh … siete veramente gentili, io … aspettavo Andy veramente, che mi aveva detto che sarebbe tornato a breve … lui si dimentica sempre le chiavi, sapete, così ho pensato che … oh, mi dispiace farvi stare sulla porta! Vi prego, entrate.

- No no, siamo passate solo per i fiori. Avrai tante cose da fare e quindi ce ne andiamo. Ma ci vediamo un’altra volta, magari un giorno potresti venire a prendere un tè da noi.

La signora Patrizia se ne sta lì, appoggiata alla porta, con in mano il nostro mazzo di rose e un’espressione sconsolata. Si porta la mano alla fronte con gesto stanco, poi se la passa sugli occhi. La mamma si acciglia.

- Ti senti bene, Patrizia?

- Io … no, veramente penso di no … mi gira tutto.

La mamma, sollecita, le si fa accanto e la sorregge.

- Vieni Patrizia, ti accompagno in casa, ti stendi un attimo e vedrai che ti sentirai subito meglio.

Così entriamo tutte e tre e la mamma, guidata più dai cenni di Patrizia che dalle parole, la fa stendere su un divanetto.

- Il fatto è che ho la pressione bassa e questo caldo peggiora le cose … e poi ieri sera …

- Tranquilla - le sussurra dolcemente la mamma, come se curasse una bambina. Le sfila le infradito, le solleva i piedi e glieli appoggia su un cuscino. - Ti prendo un bicchiere d’acqua.

- No, ci dev’essere del tè alla menta, per favore, lì nella caraffa - mormora lei, indicando col dito la zona cucina. La mamma si avvia, sicura, sembra che sia sempre stata lì e riesce perfino a trovare un bicchiere. In un attimo ritorna vicino a Patrizia e la aiuta a sollevarsi un po’ per bere, mentre io osservo la scena da una delle poltroncine e non trovo niente da fare per rendermi utile.

- Scusate, sono terribilmente imbarazzata – mormora Patrizia, cercando di riprendersi un po’.

- Ma figurati! - risponde la mamma sorridendole, comprensiva.

Tanto per non mettere Patrizia ancora di più in difficoltà, cerco di non fissarla e così mi guardo un po’ intorno e vedo che in cucina c’è un grande caos: un sacco di stoviglie, bicchieri e piattini sono nel lavello, tutti sporchi. Almeno una ventina di flûte sono allineati come soldatini su un ripiano, sporchi anche quelli. Non so come abbia fatto la mamma a trovare un bicchiere pulito. In effetti, sembra una devastazione completa.

- Se almeno ci fossero state Gaia o Serena potevi stare con loro, Clizia. Ma Serena è andata a trovare la sua insegnante di danza e Gaia è al maneggio con Andy. Allegra è con Gioia e temo che l’unica rimasta a casa sia Letizia. Troppo piccola per te … Era così stremata dalla giornata di ieri che sta ancora dormendo!

Quasi come l’avesse evocata, eccotela fare capolino dalla porta con un libro di figure sottobraccio.

- Mammina! – la saluta, correndole incontro e saltandole addosso. È stata così rapida che la mamma non riesce a placcarla e a Patrizia non rimane che assorbire il colpo.

- Tesoro, mammina ha un po’ di mal di testa – le dice, cercando di staccarsela di dosso.

Gli occhi della piccola si intristiscono, per poi posarsi insistentemente su di noi.

- Perché siete venute? – ci chiede, senza vergogna.

- Abbiamo portato delle rose alla tua mamma e, già che siamo qui, penso proprio che potrei prepararti anche una bella colazione se la tua pancina ha fame, cosa ne pensi?

- Oddio, mi dispiace – mormora Patrizia, reclinando di nuovo la testa all’indietro e chiudendo gli occhi - ma mi sa che dovrò approfittare della tua gentilezza, Giorgia. Non finirò più di vergognarmi … è solo che … mi sento così sola! – sussurra in un soffio, mentre una lacrima le scende sulla guancia. Con un gesto fulmineo e arrabbiato se la asciuga, ma sia io che la mamma ce ne siamo accorte. Letizia per fortuna è corsa al frigo e non ha notato nulla.

- Allora piccola, burro e marmellata può andare come colazione? Con un bel bicchiere di latte? – chiede la mamma con un tono allegro.

- … e cacao, però! Io adoooro la cioccolata!

- E latte e cacao sia! Perché intanto non fai vedere a Clizia il tuo libro di figure?

- Potresti fare colazione sotto il pergolato, Letizia, qui è tutto in disordine … non c’è posto nemmeno per appoggiare uno spillo! – sussurra Patrizia – Giorgia, ti indico dove ….

- Resta sdraiata lì e non ti muovere; se ho bisogno di qualcosa te lo chiedo. Vediamo un po’: una volta riflettevo che le case in fondo si somigliano un po’ tutte … i posti dove riponiamo le cose, all’incirca, sono sempre gli stessi, quindi tirerò un po’ ad indovinare, eh? Parto da quello facile … burro: in frigo. Ta-daa – e lo mostra sorridendo a Patrizia – e wow, un colpo di fortuna, qui c’è pure la marmellata … l’avrei cercata in dispensa … pane …

- È finito, c’è solo quello a cassetta … da qualche parte là a giro, l’abbiamo usato ieri sera.

- Ok, trovato! E latte e cacao, trovati anche loro … sono brava, eh? Però lo zucchero … ok, però non vale! Chi ha messo lo zucchero in frigo? – domanda, strabuzzando gli occhi e strappando un sorriso a Patrizia.

- Ah, deve essere stato Andy! Ha sempre la testa fra le nuvole quando si tratta delle faccende di casa!

Io e Letizia siamo sedute vicino alla vetrata, quindi dalla parte opposta a quella di Patrizia e la mamma, ma mi sono praticamente svitata un orecchio lanciandolo vicino a loro per cercare di non perdermi i loro discorsi. Più che altro è la mamma che parla a raffica, e non è nemmeno una cosa che le riesca bene, perché lei di solito parla con calma, è difficile sentirla con questo tono da dj. A me sembra pure un po’ in difficoltà, perché Patrizia si è lasciata andare inaspettatamente e si capisce che non ne ha potuto fare a meno. La mamma la vuole aiutare fingendo di non essersi accorta di niente, o forse vuole semplicemente che non se ne accorga la piccola. Mi sa che la signora Patrizia ha avuto un crollo, o qualcosa del genere, insomma quella roba lì di quando hai qualcosa dentro di troppo peso e anche una parola magari ti fa venire da piangere. Però, ecco, non è che sia il massimo lasciarsi andare con degli sconosciuti … uno lo fa da solo, di solito, quando non ha nessuno fra i piedi, solo che a volte è proprio inevitabile e allora …. Nel frattempo Patrizia ha offerto anche a me qualcosa da mangiare, e anche se ho già fatto colazione ho accettato un succo di frutta. La mamma si guarda intorno, con fare un po’ indeciso, ma poi, all’improvviso, la vedo che comincia a radunare tutte le cose sporche da lavare. Patrizia socchiude gli occhi, a sentire i rumori della cucina.

- Giorgia, ma cosa fai? – le chiede, allarmata.

- Oh, che vuoi che sia, volevo solo mettere la roba nella lavastoviglie, almeno cominciamo a riordinare qualcosa. Ti do una mano.

- Oh, cara, non pensarci nemmeno! E poi, purtroppo, la lavastoviglie non funziona, è piena di piatti sporchi. Ho dato il via al ciclo ma si è bloccata, il display mi dà un errore strano, non so dove sia il manuale di istruzioni e ….

Miseria, ma dove è la signora scintillante di ieri sera? La ricciolina bionda super elegante con un abito da paura eccetera eccetera?

- Oh, ma allora oggi è la giornata della roba rotta! A noi si è rotta la macchina, a te la lavastoviglie! Beh, cosa importa? Possiamo sempre lavare a mano … anche se potrebbe essere solo il filtro da pulire … Beh, lasciamo stare, infiliamo tutto nel lavello: che vuoi che sia? In fondo non c’è tanta roba, dai …

Prima che Patrizia abbia potuto aprire bocca, la mamma ha già inforcato i guanti trovati nello sportello della cucina e afferrato con decisione la spugnetta per i piatti. Il liquido verde del detersivo cola sulla spugna e la mamma comincia a strofinare di buona lena.

- Clizia, perché non mi aiuti? Potresti sciacquare, almeno facciamo un lavoro più veloce!

- Non pensarci nemmeno! – urla quasi Patrizia, a quanto pare inorridita all’idea – non posso assolutamente permetterlo! Laverò tutto io, Giorgia, ti prego, lascia stare!

- Non ho niente da fare stamani ed è l’ora della mia buona azione quotidiana. Se non faccio questa, dovrò impegnarmi a trovarne un’altra. Mi piace lavare, è come buttar via anche i pensieri neri, le preoccupazioni … alé, una bella strusciata e ciao allo sporco … magari fosse sempre così facile … però in qualche modo è terapeutico, ti assicuro. Ok, ti lascerò sciacquare, Patrizia, visto che mi sembra che tu ti senta meglio. Clizia potrà stare con Letizia. Perché non andate in giardino dopo, visto che Letizia ha quasi finito di fare colazione?

- Ok mamma – la rassicuro, sperando che la piccola mangiucchi qualcos’altro. Chi se la vuole perdere la chiacchierata di quelle due? Il clima è da “mi sto preparando per dare il via allo sfogo”, quindi mi fingo occupatissima a guardare con Letizia il suo libro e cerco di farla parlare, ascoltandola con un orecchio solo, tentando di origliare i discorsi della mamma e di Patrizia.

- Che lavoro fai, Giorgia? Ieri non te l’ho nemmeno chiesto, tutta presa a mostrarti il laboratorio.

- Tenevo la contabilità in una ditta tessile, fino a poco tempo fa.

- Oh, numeri! Ti ammiro: non ci ho mai capito molto in matematica! E ora invece? Non lavori più?

- La ditta ha chiuso. Sono stata licenziata … non ce la facevano più ad andare avanti, sai, con la crisi e tutto il resto …

- Mi dispiace! Vedrai che troverai presto un altro lavoro, ne sono sicura – si affretta ad aggiungere Patrizia.

- Beh, veramente ho spedito non so più quanti curriculum ed ho fatto anche qualche colloquio, però mi hanno detto che sono in un’età difficile … pensavo di averla passata già da un po’ l’età difficile – dice la mamma, cercando di scherzare e, maledizione, arrossisce. Come se fosse colpa sua il fatto di essere rimasta senza lavoro! Lì per lì si crea un silenzio imbarazzante e l’unico rumore è quello dell’acqua e il tintinnare dei bicchieri e delle stoviglie. Poi Patrizia si ferma di colpo e si volta a guardare la mamma.

- Scusa cara, ma non ci hai detto ieri che anche tuo marito lavora nel tessile? Non nella stessa ditta, vero?

- Purtroppo sì. Anche lui sta facendo dei colloqui, ma non è facile …

- Ma è terribile!

- Sì, beh, diciamo che abbiamo visto giorni migliori. Ma ce la caveremo: non può andare tutto male, no? È un momento, poi si sistemerà tutto, basta non scoraggiarsi.

Gli occhi di Patrizia corrono nella mia direzione a scrutarmi, ma faccio in tempo a distogliere lo sguardo. Mica mi va di farle pena. Comincio a sentirmi un po’ sulle spine. Per fortuna la mamma svia il discorso.

- Se vuoi, dopo possiamo dare un’occhiata alla lavastoviglie. Magari è una sciocchezza. Proviamo a pulire il filtro e vediamo se è quello il problema. Poi, con calma, cercate il libretto di istruzioni o alle brutte chiamate un tecnico, se proprio non c’è niente da fare.

Patrizia tira un sospirone.

- Macché Giorgia, non so dove sono i libretti di istruzione, e a dirti la verità non ho mai pulito il filtro della lavastoviglie … non so nemmeno dove stia questo filtro!

- Oh, capisco, è Andy che sistema queste cose, vero?

- Figuriamoci! Lui pensa solo al maneggio. La gestione delle nostre figlie è sempre stato lavoro mio, al cento per cento, e non credere che sia facile! La casa invece la seguiva Conchita, la nostra preziosa domestica tuttofare. Ma, sfortunatamente per noi, mentre era in vacanza a Valencia dalla sua famiglia, si è innamorata! Mi ha chiesto un periodo di riflessione e gliel’ho concesso: non sa se restare a Valencia o tornare in Italia. Il peggio è che quella sciocca mi ha avvisata solo due giorni prima del suo previsto rientro ... Andy me ne ha dette di tutti i colori quando l’ha saputo! Senza Conchita, che pensa sempre a tutto, ci sentiamo persi! Io non sono mai stata una donna di casa: non mi parlate di pulire e cucinare, non è roba per me!

Nel frattempo la piccola si è accorta che non seguo proprio tutte le sue chiacchiere, così mi tira per la maglietta e mi tocca seguirla in giardino. Ci avviciniamo alla cancellata e lei si mette a giocare con la ghiaia, cantando una canzoncina. Poi si fa seria, indica col ditino grassoccio la nostra casa e mi fa cenno di avvicinarmi.

- Quella è una casina incantata - mi sussurra, sgranando gli occhioni - Lo sai che lì ci sta un giullare matto?

- Quella è la casa dove abito io! – le rispondo stupita, aggrottando la fronte – e mio zio non è un giullare matto!

- No! – risponde ridendo – il giullare matto è quello col furgoncino tutto colorato, il tuo zio è il mago.

- È un professore, non un mago!

- Ha gli occhiali: è un mago per forza!

- No che non lo è!

- Sì invece! Lo sanno tutti che i maghi hanno gli occhiali! E tu sei il piccolo elfo.

- Un elfo? Sono una femmina!

- Occhi grandi, visino pallido uguale elfo. Lo sanno tutti che …

- Ok ok, ho capito. E tu allora saresti la principessa del castello?

- Di solito sì, di solito no!

Mi metto a ridere, perché la piccolina è proprio buffa e fantasiosa. Poi vedo la mamma che si affaccia alla portafinestra e mi chiama. Ha una faccia strana e mi sorride. Corro da lei.

- Dobbiamo andare, Clizia! Devo occuparmi di alcune cose.

Vedo che anche Patrizia ha riacquistato un aspetto decisamente migliore. Le due si guardano, quasi di sottecchi e sembrano entrambe soddisfatte e eccitate per qualcosa che, al momento, mi sfugge, ma continuano a chiacchierare del più o del meno e la piccolina insinua la sua manina sudaticcia nella mia. Mentre usciamo dal giardino, Patrizia ci fa ciao con la mano.

- A presto, Giorgia! – esclama con allegria.

Siamo appena uscite dal cancello che vedo la mamma che mi lancia un’occhiata felice. Mi prende la mano, mentre attraversiamo la strada e me la stringe, ma non dice nulla. Entriamo in casa e ci affacciamo subito in sala, dove ci sono le nonne che chiacchierano, sedute al lungo tavolo da pranzo. La mamma prende un bel respiro e con un sorriso raggiante esclama:

- Non ci crederete, ma ho appena trovato lavoro!

Io spalanco la bocca per la sorpresa e rimango senza parole, mentre le nonne invece le si fanno intorno, fra mille domande ed esclamazioni di gioia. La mamma solleva allora le mani, mentre non riesce a smettere di sorridere, cercando di far capire che vuoterà il sacco appena la ascolteranno. Così le nonne rimangono in silenzio e la mamma racconta dell’incontro con Patrizia, con tutti i dettagli. Non capiamo dove voglia andare a parare, ma poi all’improvviso la mamma conclude: “e così, mentre parlavamo, Patrizia a un tratto si è bloccata di botto, come se le fosse venuta in mente un’idea clamorosa e mi ha offerto di lavorare per lei. Beh, almeno fino a quando tornerà Conchita … però potrebbe pure non tornare, no? E così avremmo risolto almeno in parte i nostri problemi, che dite? Non è fantastico?"

- Scusa, ma tu cosa dovresti fare di preciso? – chiede la nonna Annalena.

- Oh, beh, diverse cose, veramente. Fare le faccende di casa, stirare, cucinare … insomma, io mi occuperò della casa, lei delle figlie: dividiamo il peso della gestione della famiglia. Ma soprattutto mi ha chiesto di cucinare.

- Tu? – fa la nonna Annalena, aggrottando la fronte, perplessa.

- Sì, io!

La nonna fa una smorfia con la faccia e si gratta il collo, pensierosa.

- Beh, che c’è?

- Guarda, Giorgia – inizia, schiarendosi la voce e cercando di dosare bene le parole - Ammirevole da parte tua non fossilizzarti a cercare un lavoro da impiegata, ma vorrei farti notare che sai cucinare quattro piatti in croce, fai le lavatrici più azzardate che abbia mai visto in vita mia, non sei un granché a stirare e non mi sei mai sembrata una gran donna di casa. Senza offesa, tesoro, ognuno è quello che è … come pensi di risolvere questi piccoli particolari?

- Sì, non credere che non ci abbia pensato … però lì per lì ho preso la palla al balzo, mica potevo rifiutare un lavoro servito su un piatto d’argento. Vuol dire che imparerò a cucinare e diventerò un’esperta casalinga. Tu, mamma, sei un’ottima padrona di casa e potresti insegnarmi.

- Va bene – mormora la nonna, aggrottando la fronte – vuoi vedere che a più di quarant’anni mi diventi bravina? Solo, in quante lezioni dobbiamo prepararci al nuovo lavoro?

La mamma fa un sorriso stiracchiato e si torce le mani, un po’ nervosa.

- Facciamo oggi e domani? Un’immersione totale?

- Stai scherzando?! – esclama la nonna.

- Non c’è un minuto da perdere, mamma! Dov’è il tuo Artusi? Ah, ma c’era anche quel libro che mi avevi regalato quando mi sono sposata, quello più moderno … ma dove può essere andato a finire? Sai quello che comprammo al mare su quella bancarella? – fa la mamma tutta agitata, mentre corre su e giù, prendendo carta e penna per segnarsi le cose fondamentali che le vengono in mente, svolazzando da un lato all’altro della libreria, grattandosi il mento pensierosa e infossando la ruga fra gli occhi.

- È nella libreria, Giorgia, scaffale in basso – mormora la nonna, scuotendo la testa – almeno hai detto a Patrizia che sei una principiante?

- Scherzi?! Vuoi che mi siluri da sola? Ha assaggiato la torta di mele, le è piaciuta e ha pensato che fossi una brava cuoca e una brava padrona di casa. Insomma, una che le poteva risolvere il problema! Oh mamma! Sapessi com’era felice quando le ho detto di sì! Che ci vuole a preparare qualcosa per cena?

- Hai sempre cucinato per voi tre, tesoro, mentre loro sono in sette. E ti pagano per questo. Si aspettano che tu sappia fare ciò per cui sei pagata.

Lì per lì la mamma ha un gesto di sconforto, sospira e si lascia cadere pesantemente su una poltrona.

- Vuol dire che prima di partire ti insegnerò a fare la mia gougère bourguignonne – le dice Therese, facendole l’occhiolino - Sono sicura che diventerai una cuoca sopraffina! Che bello avere a che fare con il cibo, invece che con quei numeri antipatici e senza cuore!

La mamma alza gli occhi su di lei con gratitudine e le viene da ridere.

- Grazie Therese, sei unica!

- E naturalmente non ci faremo mancare nemmeno quell’ottimo dolce bretone alle prugne che ti piaceva tanto, che è semplice e fa un figurone.

- E tu, mamma? Che mi dici?

- Che ti ho trovato l’Artusi e l’altro libro che cercavi – risponde la nonna, mostrando i due volumi che ha recuperato dalla libreria - e che bisogna andare a fare la spesa, se vuoi cogliere l’occasione per esercitarti a fare qualche piatto. Meglio iniziare da lì, dopotutto pulire la casa è più semplice e già ti arrangi.

Poi tutte e tre realizzano di colpo di essersi dimenticate di me.

- Beh, Clizia? Non sei contenta? Non corri ad abbracciarmi? – mi chiede la mamma, di nuovo caricata a molla e piena di buona volontà.

Vado da lei e la stringo forte.

- Brava mamma - le dico, schioccandole un bacio sulla guancia.

- A proposito, me ne stavo quasi scordando – fa allora lei, dandosi un colpetto sulla fronte – fra qualche giorno non è il compleanno di Erina? Cosa avevi intenzione di comprarle? Hai bisogno di un anticipo sulla tua paghetta?

- No mamma, grazie. Sono a posto.

Sinceramente non mi va di approfittarmi del momento di euforia della mamma, perché so già che tempo una settimana perderà di nuovo il lavoro. Quelli si aspettano qualcosa che la mamma non ha imparato a fare in più di dieci anni! Un po’ secondo me non le piace, un po’ non c’è proprio tagliata. È un’impiegata modello, ma ai fornelli … Vado in camera e tiro fuori la maglietta che mi ha comprato la mamma l’anno scorso e che ha ancora il cartellino attaccato. Mi stava grande e volevamo cambiarla, poi ci passò di mente e la accantonammo per quando fossi cresciuta un altro po’. Me la presento davanti allo specchio: carina, e quest’anno mi starebbe perfetta. A Erina andrà sicuramente bene e sono sicura che le piacerà. E poi questo colore starà meglio a lei che a me, visto che sarà tutta abbronzata. La piego e vado a cercare qualcosa per incartarla e un cartoncino colorato per farle un bigliettino artigianale, dove potrei disegnare quegli omini buffi che mi riescono così bene e che le piacciono tanto. Fra qualche giorno c’è la festa di Erina. E rivedrò così anche quello scemo di Davide. E non so ancora cosa mettermi!


Continua ...



"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

Foto di Sixteen Miles Out su Unsplash

Link al primo capitolo:

Link al capitolo 19:

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martedì 18 febbraio 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Diciassettesimo capitolo




GRUGNITI A COLAZIONE


- Mon Dieu, sono uno straccio, tesori miei – ci fa nonna Therese, presentandosi in giardino dove stiamo facendo tutti colazione in un silenzio piuttosto peso – si è risvegliata la cervicale e ho un mal di testa coi fiocchi … com’è andata ieri, Pietro? – chiede al babbo, che sorseggia il suo caffè in silenzio.

Il babbo non risponde, limitandosi ad un grugnito e ad un gesto della mano, come a voler rimandare l’argomento.

- Sai cosa pensavo stanotte? Nel frattempo potresti impegnare proficuamente il tempo dando ripetizioni di francese: in fondo sei madrelingua! Ci sarà pure qualche alunno svogliato che ha bisogno di qualche lezione.

- Therese, sono un perito tessile, non un maestro.

- Uh, lo dici come se ti avessi proposto di fare il bovaro, o la transumanza del bestiame.

- Therese, com’è che nei discorsi riesci sempre a mettere tutte queste r arrotolate?

- È un’arte che si apprende, tesoro adorato … a proposito, fra qualche giorno riparto.

Si alza un coro di proteste. Sembra che l’annuncio della nonna abbia un po’ scosso ciascuno dalle sue preoccupazioni, e ora ci dispiace di averle fatto trovare un’atmosfera così tesa. Il fatto è che da quanto ho origliato stamani mattina, deve essere nato fra i miei genitori uno stupido battibecco. Mi sono messa in ascolto dietro la porta quando li ho sentiti bisticciare.

- Sei solo arrabbiato e deluso perché l’incontro di ieri è andato male! – diceva la mamma.

- Non è stata certo colpa mia! – ha replicato lui, stizzito.

- E chi ha detto che era colpa tua? Non si può aprire bocca, prendi tutto storto!

- E poi non è andato male … la faccenda è solo in sospeso, come sempre!

- Uhm, quando è in sospeso, di solito non se ne fa nulla; solo non hanno avuto il coraggio di dirti le cose chiaramente … non voglio che ti faccia delle speranze per poi rimanere deluso!

- Forse però un po’ di incoraggiamento non guasterebbe! – ha risposto il babbo con voce amara.

- Guarda che sono anch’io nella tua situazione! Fra l’altro, Pietro, dobbiamo pensare a comprare i libri di scuola per Clizia: sarà il solito salasso! – ha concluso la mamma sospirando.

A quel punto mi sono allontanata in punta di piedi. Avevo pensato di chiedere alla mamma di darmi qualcosa per comprare un regalo ad Erina, ma ci ho rinunciato. Allora quello sguardo della mamma di ieri, pieno di qualcosa di strano che non sapevo decifrare esattamente, ma che avrei detto speranza, era solo un'illusione? Sarà meglio che mi concentri di nuovo sulla conversazione del momento, invece di stare a ripensare a stamani.

- Mica sarà perché ritorna Dario, vero Therese? Sono sicura che sarebbe felice di dormire sul divano! – assicura nonna Annalena.

- Tesoro, nessuno è felice di dormire sul divano! Ma no, non è per quello. Devo tornare a casa: prima di tutto questo trambusto avevo organizzato un viaggio e vorrei andarci. Ma ovviamente mi piacerebbe anche stare con voi … oh, la vita è sempre un andare e venire, un lasciarsi e ritrovarsi. Come mi piacerebbe a volte essere nata con uno spirito stanziale! Beh, d’altra parte tornerò quando meno ve lo aspetterete - conclude col suo solito umore ottimista, mentre comincia a sorseggiare il suo tè.

- E dove vai questa volta? – chiede il babbo, ritrovando la parola, più rassegnato che sorpreso.

- Oh, chéri, vado in Francia, nel Périgord.

Il babbo si agita un po’ sulla sedia, come tutte le volte in cui sente parlare della Francia.

- Sarebbe, nonna?

- Sud-ovest della Francia, praline. Faremo un giro partendo da Collonges-la-Rouge.

Io mi incanto alla pronuncia della nonna, e mi faccio rotolare in bocca quel nome che non conosco, mentre il babbo sembra invece interessato più alla frase in senso grammaticale di Therese.

- Hai detto faremo? Quindi non sei sola? – chiede il babbo, accigliandosi in un’espressione sorpresa.

La nonna, incredibile ma vero, sembra una scolaretta colta in fallo e arrossisce, mentre si finge impegnatissima ad imburrare il suo panino.

- Non ho mai detto che sarei andata da sola …

- Oh – commenta il babbo. Non so come mai, ma verso nonna Therese ha questo atteggiamento di gelosia. Sembra che la voglia proteggere e tenerla tutta per sé. La mamma reprime un gesto di insofferenza verso il comportamento del babbo e non dice niente, limitandosi a serrare la bocca.

- È stata una bella festa, Giorgia? – le chiede allora Therese, per sviare il discorso.

- Oh, sì, fantastica. La casa è stupenda e arredata in modo molto particolare. Mi sembra una famiglia simpatica … Patrizia è molto alla mano, pensavo fosse una di quelle riccone snob e invece ... Ci ha fatto anche due regali!

- Meno male che qualcuno riesce ancora a farvi dei regali! – commenta il babbo, acido, alzando gli occhi dal suo giornale di annunci pieno di fregacci rossi – Comunque mi sembrava di aver capito da Clizia che la festa non fosse poi questo granché …

- Pietro, ti prego, sei nervoso stamani – comincia la mamma, accigliandosi e infossando la sua ruga fra gli occhi – perché non porti Clizia e Therese a fare un bel giro in campagna, nel Chianti? Potreste andare verso Greve e …

- Certo, come no? Andarsene a giro a buttare via soldi in benzina … ah, e poi l’ultima novità non la sai … stamani devo recuperare la macchina.

- Cosa è successo alla macchina?

- Che diavolo ne so! Si è fermata a San Domenico, mentre tornavo da Empoli.

- Perché non hai telefonato? Come hai fatto a tornare a casa? L’autobus a quell’ora non passa più …

- Me la sono fatta a piedi, per schiarirmi le idee.

- Magari potreste sentire Franco - interviene la nonna Annalena – forse è una cosa da niente e si può aggiustare.

- Ce l’abbiamo da sedici anni, mamma! Non credo sia una cosa da niente, come dici tu.

- Beh, comunque c’è sempre la macchina di Dario se avete bisogno di andare da qualche parte.

Il babbo si limita ad un grugnito come risposta e ricala il silenzio peso di prima. Non sono abituata a questo clima. Non dico che il babbo e la mamma non abbiano mai discusso; è successo, come in qualsiasi famiglia. Però ora sento che è diverso e mi fa paura.

- Tesoro, perché non vai con nonna Annalena a cogliere delle rose da portare a Patrizia? E poi vestiti, così appena sei pronta andiamo.

- Posso venire con voi? – chiede Therese – se resto ancora qui a sedere finirò questa marmellata deliziosa e il mio dottore non sarebbe d’accordo! - alzandosi mi mette un braccio attorno alle spalle e ci avviamo verso il roseto, mentre nonna Annalena va a prendere le cesoie.

- Sai, praline, i miei genitori non litigavano mai, eppure c’era un gran brutto clima in casa … gelido, direi. Forse è meglio quando qualche volta si litiga, perché significa che c’è ancora la voglia di confrontarsi, mentre il silenzio è una brutta malattia … - mi sussurra Therese.

La guardo senza sapere che dire. Non ha mai fatto nemmeno un cenno alla sua famiglia, non so assolutamente niente dei miei bisnonni. 

– Chissà, forse era anche per questo che Annie non vedeva l’ora di andarsene di casa - riprende lei, lasciandomi a bocca spalancata per la sorpresa – ma non l’ha mai detto chiaramente. Anche lei era una persona chiusa, che non faceva trapelare quasi niente di sé.

Mentre parla lascia vagare lo sguardo, senza nessuna meta, con un’espressione neutra. Se soffre, a dirmi queste cose, non lo lascia vedere. La stringo a me in un abbraccio muto. Lei mi guarda, la testa reclinata da un lato e il sorriso più dolce, e mi restituisce l’abbraccio.



Continua ...

Link al prossimo capitolo: 
"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

Foto di Daniela Darone 

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martedì 4 febbraio 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Sedicesimo capitolo




COSA SUCCEDE, CLIZIA?

Usciamo dalla portafinestra che dà sul giardino e Patrizia ci guida verso una piccola costruzione in cemento, riparata da alberi frondosi.

- Un tempo era un capanno per gli attrezzi, poi l’abbiamo fatto modificare e sistemare come laboratorio per me, quando è nata Gaia. Volevo stare a casa ad occuparmi delle mie figlie e non avevo più tempo per andare al mio laboratorio, così ho trasferito tutto qui. Beh, una versione più in piccolo, ma ugualmente soddisfacente.

Entriamo e Patrizia accende le luci. C’è un tavolo grande con rotoli di catene varie, scatoline trasparenti di perle e pietre dure, fermagli, gancetti, pinze di varie misure, fili trasparenti, forbicine e attrezzi strani. Su tutto troneggia una mega lampada a braccio snodabile. Su un tavolino di legno laterale più piccolo invece ci sono dei gioielli che ha realizzato Patrizia.

- Ecco la mia collezione – ci spiega lei, sorridendo – si tratta solo di bigiotteria in questo caso, ma ogni pezzo è unico e così non troverete mai un’altra persona che abbia il vostro stesso gioiello.

- Su mamma, non ti sminuire – le fa Serena – la tua è alta bigiotteria! È stata anche fotografata per degli importanti giornali di moda.

- Era tanto tempo fa, tesorine mie – risponde lei, facendo un gesto con la mano, come a minimizzare i complimenti.

Io e la mamma ci avviciniamo per ammirare le creazioni di Patrizia. Ci sono due begli anelli a fascia, un braccialetto con migliaia di piccole pietre dure pendenti, lunghe collane e un sacco di orecchini dalle forme più disparate. Patrizia si avvicina e ci mette una mano sulle spalle.

- Voglio che abbiate delle mie creazioni. Scegliete qualcosa che vi piace.

- Oh, no! Noi … – comincia la mamma, imbarazzata. Spero che non mandi a monte tutto perché ho visto un braccialetto che mi fa una gola terribile. Patrizia sembra indovinarlo; probabilmente ha seguito i miei sguardi insistenti in quella direzione.

- Su, non fate complimenti! Sarete delle ottime modelle per rilanciare la mia attività: vi chiederanno tutti dove avete acquistato i vostri gioielli! Vediamo un po’ … per te, Clizia, vedo bene questo braccialetto, che si intona magnificamente con il tuo top di seta … fra parentesi, cara, è una stoffa bellissima … e per te, Giorgia … mi piacerebbe regalarti questi orecchini con le perle di fiume. Ti staranno magnificamente, con la tua carnagione chiara e i tuoi capelli scuri. Vedete, è questo che mi piace del mio lavoro. Pensare che le mie creazioni renderanno ancora più affascinanti le donne che le indosseranno.

- Grazie Patrizia, sono magnifici – commenta la mamma con gli occhi che le brillano. Li prova davanti ad un piccolo specchio: le donano davvero molto e la rendono ancora più bella. Patrizia ha un occhio speciale! Anche a me sta bene il braccialetto, le pietruzze danzano tintinnando ogni volta che muovo il polso e resto a rimirarlo per un po’.

- Andiamo - mi prende in giro Gaia - se stai tutto il tempo a guardarlo lo consumerai! – commenta ridendo. Lì per lì rimango stupita da quella frase e alzo gli occhi a guardare le due sorelle, che mi fissano con un sorriso sulle labbra: più aperto quello di Gaia e un po’ più timido quello di Serena. Subito dopo le ragazze mi trascinano fuori di lì, mentre Patrizia prende sottobraccio la mamma, e ci avviamo alla luce della luna verso la villa.

Quando rientriamo mi appiccico a Gaia e Serena, cercando di non sembrare troppo gomma da masticare. Loro non fanno che girare qua e là per la grande sala, presentandomi a tutti, ma il risultato è una macedonia di visi e nomi che non ricorderò mai.

- Sai già in che sezione sarai? – mi chiede Serena – la mamma mi ha detto che abbiamo la stessa età, forse saremo in classe insieme.

- Sarebbe fantastico! Qui non conosco nessuno.

- Beh, conosci noi. Ti presenteremo i nostri amici. Magari domani potremo andare a scuola, a chiedere in segreteria.

- Ok, grazie. Sono tornata oggi dal mare e non sono ancora andata a informarmi.

- Anche noi siamo tornati da pochi giorni! Voi dove siete stati?

- A Viareggio, con mia nonna Therese ... – rispondo a fior di labbra, dandomi della stupida per aver toccato l’argomento. Adesso magari si chiederanno perché non c’erano i miei genitori, oppure … Invece loro si limitano ad annuire, sorridendo. - Voi invece?

- Noi siamo andati qualche giorno in Svizzera per un festival jazz, dato che la mamma ci teneva tanto, e poi a Malta e Gozo, perché ci teneva tanto il babbo! – concludono ridendo – Il babbo non ha solo la passione per i cavalli, gli è rimasta anche quella per la barca a vela. Anche se Malta è piaciuta anche a noi. Siamo state in delle calette stupende per fare il bagno e abbiamo visitato tutti i locali del porticciolo di Mgarr. Da lì si vedevano delle coloratissime imbarcazioni tipiche … la mamma avrà fatto tremila foto. Ti va di vederle?

- No che non le va! – le risponde Gaia – perché invece di fossilizzarci a vedere fotografie non andiamo in giardino a giocare a ping pong? Questa festa è di una noia mortale! Nessuno si accorgerà se ce la filiamo!

Accetto con entusiasmo: il ping pong mi fa sentire più a mio agio e sorrido con riconoscenza a Gaia. Le seguo in giardino e, appena davanti al tavolo da ping pong, uno scricchiolio di passi ci avverte di una nuova presenza.

- Non è che possiamo fare un doppio? – ci chiede un ragazzo occhialuto.

- Vieni Ruggero! Stai scappando anche tu dalla festa? Come ti capisco …

- Ma no, è una bellissima festa, io …

- Non mentire, Ruggero! Non c’è bisogno! Dai, giochiamo, fai coppia con me? – gli chiede Gaia. Ruggero sembra contento della proposta e malgrado la tenue luce mi sembra di vederlo arrossire un po’.

Iniziamo a giocare e dai discorsi capisco che Gaia conosce Ruggero fin dai tempi della scuola materna. I suoi genitori hanno un ristorante in piazza e non sono potuti venire, così hanno mandato solo lui. Mi sembra un tipo tranquillo, così gli scocco un sorrisone quando mi fa i complimenti per come gioco.

Dopo tre partite vediamo arrivare la mamma, accompagnata da Patrizia.

- Ah, ecco dove vi eravate rintanati! È davvero così tremenda questa festa? – chiede Patrizia alle sue figlie, con un broncio semiserio.

- Ma cosa dici, mamma? – le risponde Gaia ridendo – è solo che è piena di bacucchi e c’è una musica improponibile!

- Tu ti diverti solo con i cavalli, Gaia!

- Sì, hai ragione – ride lei.

- Spero di non interrompere una partita – fa allora la mamma – ma noi dovremmo andare, Clizia.

- Ci mancano tre punti e le stracciamo queste mocciose, vero Ruggero? Possiamo finire e conquistare la medaglia? – chiede Gaia.

La mamma e Patrizia si siedono su una panchina a chiacchierare, e Gaia e Ruggero ci stracciano davvero. Fanno proprio una bella coppia di giocatori e credo che a Ruggero non dispiacerebbe fare coppia con Gaia anche nella vita. Dopo poco salutiamo tutti e ci avviamo all’uscita, accompagnate dalla signora Patrizia.

Mentre attraversiamo la strada per tornare a casa nostra restiamo in silenzio.

- Cosa succede, Clizia? – mi chiede la mamma a un tratto, mentre tira fuori le chiavi per aprire il portone.

- Niente.

- Questo non è un niente niente, è un niente qualcosa – mi risponde, mentre si ferma ad osservarmi.

- Mi chiedevo solo cosa ci facessimo là. Quello non è il nostro posto, mamma – rispondo, facendo spallucce – Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita in imbarazzo e non mi è piaciuto.

- Uhm, sì, capisco … solo imbarazzo? O forse anche un po’ di invidia? Però … - la mamma parla a tratti, quasi scegliendo le parole, forse non sa nemmeno lei esattamente cosa vuole dirmi, ma ha un pensiero preciso in testa, lo vedo dagli occhi.

- Però? – la incoraggio allora io.

- Però vedi, il punto è che devi guardare oltre. Tu sei abbagliata, Clizia, e anche un po’ spaventata, forse. Devi … dobbiamo rivedere tutto nella giusta prospettiva. Ora siamo ancora un po’ scossi da tutto quello che è successo, ma tu non sei Cenerentola, e noi siamo davvero, davvero fortunati per tante cose. E non devi mai sentirti fuori posto: tu sei una ragazzina fantastica, non imprigionarti in quello che pensi debba essere il tuo mondo.

- Mamma, ti voglio bene – le dico solamente, spianandole la ruga pensierona che le si è formata durante questa chiacchierata – sai che non vorrei aver scelto nessun’altra mamma, vero? Lo sai che dalla nuvolina dove ero prima di nascere ti ho vista e ti ho scelta fra milioni di mamme in vendita al mercato delle mamme? – mi affretto a dirle, riproponendole il gioco che facevamo quando ero piccola. Non vorrei avesse capito male i miei sentimenti.

- Lo so – mi risponde lei sorridendo – domani allora andrai a scuola con Serena a vedere se siete in classe insieme?

- Si, ma mi sono scordata di fissarci.

- Non importa, tanto domani mattina per ringraziare della bella serata e dei regali ricevuti porteremo a Patrizia un bel mazzo di rose … il roso della nonna ha bisogno di essere sfoltito, no? – mi dice, strizzandomi un occhio – Ci deve essere ancora da qualche parte un po’ di retina colorata per confezionare il mazzo.

- A proposito, le tue torte se le sono pappate in un battibaleno. Quando sono tornata su con Gaia e Serena c’erano solo i vassoietti con le briciole!

- Niente male per un’imbranata in cucina, no? – mi fa allora la mamma, prima di darmi un bacio e spedirmi a letto.

Entro in camera mia. La nonna dorme con il suo solito soffietto da piccola locomotiva, ma ormai ci sono abituata. Mi chino su di lei e la guardo dormire: ha il viso rilassato. Forse sta facendo un bel sogno. Per oggi rinuncio al mio letto e scivolo nel lettone con lei, cercando di non fare rumore, per non svegliarla. È strano, ma non ho voglia di dormire. Incrocio le braccia dietro la nuca e mi metto a pensare, fissando il soffitto. Ripenso alla nostra vecchia vita. Non che fossimo ricchi, però ce la godevamo abbastanza. A parte il mutuo da pagare, non rinunciavamo a cose piacevoli: un fine settimana a sorpresa fuori città per esempio, un teatro, un pranzo in qualche trattoria fuori porta la domenica, un vestito particolare per la mamma, il profumo preferito del babbo, qualche regalo extra per me … insomma, usavamo i soldi per vivere piacevolmente, pur non sperperandoli. Le nostre spese non erano mai esagerate e non avevamo mai chiesto prestiti per comprare qualcosa che non potevamo permetterci. Ora invece era entrata in vigore l’austerità: niente spese, a meno che non fossero davvero necessarie. E per fortuna avevamo una piccola somma messa da parte per gli imprevisti!

Vabbè, mi sa che è ora di dormire o domani sarò uno straccio! Prima però controllo i messaggi sul cellulare: ce n’è solo uno di Erina.


Già, fra pochi giorni anche Erina torna dal mare. Dovrò farle un regalo per il suo compleanno. Si può catalogare come “spesa estremamente necessaria”? Bisognerà che mi inventi qualcosa.

Continua ...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

Foto di Jenny K. su pexels


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giovedì 30 gennaio 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Quindicesimo capitolo




LA FAMIGLIA FELICITA’

Mentre mi aiutava a prepararmi, la nonna Annalena mi ha detto di farla finita di lamentarmi e di dispormi di buona volontà per andare a questa festa.

- La mamma era così contenta dell’invito! Cerca di sforzarti un po’, no?

- Sforzarsi di andare a una festa? Non suona benissimo …- le ho risposto, torva.

Comunque adesso siamo qui davanti al cancello della villa. Sì, proprio una villa, a due piani, con delle arcate che incorniciano splendidamente delle enormi vetrate e un cancello a punte aguzze con tanto di colonnine di pietra sormontate da leoni. Non mi stupirei se ci fosse pure il ponte levatoio e lo stemma di famiglia. Si vedono milioni di luci accese dai vetri delle finestre e la musica, le chiacchiere e le risate arrivano fino a noi.

Mi è toccato vestirmi per bene, data l’occasione, ma è stata un’impresa: non trovavo proprio niente nell’armadio che mi andasse di indossare! Alla fine mi sono messa un paio di sandali, dei pantaloni rossi alla caviglia (di una minigonna neanche a parlarne, con queste gambe bianche) e un top nero. Però continuavo ad avere l’impressione che mancasse qualcosa che rendesse speciale il mio outfit. La nonna allora ha sfoderato il suo estro: ha tirato fuori dal suo cassettone un enorme foulard variopinto a tinte forti. Ci ha pensato un po’ su e poi ha iniziato ad annodarlo alla mia vita, ha fissato la parte posteriore e anteriore al collo realizzando un drappeggio e un fiocco a chiusura. Li per lì ero dubbiosa, ma quando mi sono vista allo specchio l’effetto era originalissimo. 
Vestita così sembro anche più grande: non conoscevo le doti da stilista della nonna! Da un foulard ha creato uno splendido top sblusato; deve essere merito della passata esperienza nel negozio di stoffe. “Ci sono un sacco di risorse dentro di noi”, mi ha borbottato mentre si dava da fare a sistemare il foulard “dobbiamo solo avere la buona volontà di far lavorare il cervello.”

La mamma invece indossa il suo mitico tubino nero senza maniche che le sta benissimo, il capo spalla per cui ha speso una fortuna quando ancora avevamo due stipendi che entravano in casa. Un paio di sandali con il tacco alto, chignon e collana di perle completano il look.

Dopo una vita che aspettiamo impalate al cancello con le torte in mano, finalmente qualcuno ci apre. Mi immagino già una cameriera con tanto di crestina sulla testa, e invece appare sulla porta una donna alta e magra con una tempesta di riccioli biondissimi. Abbronzatura da pubblicità. Vestito lungo blu cangiante. Una magnifica collana con un pendente tutto tempestato di strass. Nessun altro gioiello. Sto ancora decidendo se possa trattarsi di diamanti o semplici zirconi, quando la vedo scendere dai gradini in pietra indossando dei sandali dal tacco vertiginoso, con un’agilità da campionessa, quasi portasse delle scarpe da ginnastica. Viene personalmente ad aprirci il cancello, accogliendoci con un sorriso.

- Benvenute! Dovete scusarci, ma oggi si è guastato il cancello automatico! Che tempismo, eh? – così dicendo intanto ci fa entrare e saluta la mamma con un bacio, come fosse una vecchia amica.

- Tu devi essere Clizia! – dice, scandendo il mio nome come una poesia – Sei adorabile, piccola musa.

Solo in quel momento si rende conto delle torte e io vorrei averle divorate tutte mentre la mamma non vedeva. Ma che idea le è venuta di presentarsi da queste persone con due torte? Nemmeno fossimo amici intimi che si ritrovano ad una festicciola! Ho il vago sospetto che la mamma stia pensando le stesse cose e questo mi rende ancora più nervosa. Qualcuno ha una pala per sotterrarmi? Mi sa che anche la mamma pensava a una festa molto meno chic! La signora però ci leva dall’imbarazzo.

- Che profumo delizioso! – esclama, prendendo le torte - È un pensiero molto carino da parte vostra. Venite, accomodatevi.

Dentro ci sono già diverse persone che chiacchierano e bevono da bicchieri dai lunghi steli. Mi guardo in giro ansiosa e mi rilasso un po’, vedendo che i partecipanti sono tanti, delle età più disparate e soprattutto non sono tutti infiocchettati e tirati a lucido.

- Vorrei presentarti le mie figlie, Clizia, ma purtroppo sembrano disperse – così dicendo si guarda intorno e lancia lunghe occhiate alla sala. 
– Scusatemi un attimo, vado a cercarle.

Io intanto mi guardo intorno e mi sembra di essere piombata dritta dritta in un film: siamo nel bel mezzo di un immenso salone con un magnifico soffitto affrescato e le vetrate si aprono su un giardino curatissimo. C’è addirittura un pergolato su cui si arrampicano delle rose magnifiche, un piccolo tavolo tondo in pietra circondato da sedie dagli alti schienali, vialetti ghiaiosi e una statua di un piccolo angelo sullo sfondo. Guardo la mamma a bocca aperta.

- Finirai per slogarti la mascella, Clizia! Chiudi la bocca! - mi prende in giro lei, e sgrana gli occhi come a rispondere alla mia espressione meravigliata.

Esattamente al centro della sala, una scala a chiocciola porta al piano di sopra, dove penso ci siamo le camere, e sul lato opposto a dove siamo adesso s’intravedono delle scale che dovrebbero portare ad una taverna, o almeno così immagino. Proprio da quelle scalette vediamo ricomparire i riccioli ribelli della signora Patrizia. Punta decisa verso di noi e ci raggiunge, dopo essersi fermata a salutare qualche ospite che le rivolge la parola.

- Giorgia, Clizia …- ci chiama, tendendo le mani verso di noi con un sorriso - venite, vi prego, la mia famiglia è nel living. Mio marito sta preparando un cocktail e le mie figlie danno una mano con le tartine. Purtroppo la nostra cameriera, Conchita, è … in vacanza, diciamo … e dobbiamo cavarcela da soli”.

Pensando stia scherzando, scoppio in un’allegra risata, ma lo sguardo stupito della signora mi blocca. Non stava scherzando! Conchita esiste davvero! Non come la nostra cameriera immaginaria Marisa su cui fantastichiamo io e la mamma! 
Seguiamo Patrizia giù per le scale in pietra e … alla faccia della taverna che mi ero immaginata! C’è un vero e proprio salotto, con un lunghissimo tavolo in legno circondato da sedie dallo schienale imbottito, mega tappeti in terra di un blu da andare fuori di testa, mobili antichi accostati a poltrone in pelle moderne e poi un mobile al centro della stanza, anche quello moderno, che separa la sala da una cucina in muratura stile “sono straricco ma in cucina mi piace evocare la mia bisnonna che amava il rustico”. Dal soffitto, qua e là, in punti strategici e studiati, pendono delle luci che fanno pensare ad una cascata di stelle. Oh. Mio. Dio! Allora il salone di sopra per loro è un ingresso?! 
Una piccoletta bionda con i capelli a caschetto ed il visino paffuto sporco di cioccolata si gira verso di noi: sta mangiando un gelato da un’enorme tazza che tiene in bilico pericolosamente sulle ginocchia e in cui rimesta con un cucchiaione degno di un gigante. Ci rivolge un sorriso a duemila denti, anche quelli tutti marroni di gelato. Le altre figlie sono tutte impegnate a spalmare tartine e a preparare caraffe di centrifugati e succhi. Quello che deve essere il marito invece è intento a shakerare qualcosa in perfetto stile barman. Tutti interrompono le loro occupazioni e ci vengono incontro.

- Lei è Letizia, la più piccola – comincia le presentazioni la padrona di casa – e loro invece sono Allegra, Serena, Gaia, Gioia e mio marito Andy. Vi presento le nostre nuove vicine, Giorgia e Clizia.

Cinque mani si protendono a stringere le nostre, mentre cerco di abbinare i nomi alle persone che mi sono state presentate! Accidenti! Mi sono già dimenticata chi è chi. L’unico facilmente identificabile è il marito, ovviamente: la risposta italiana a Richard Gere, cavolo! Ci assomiglia da morire: magnifici capelli grigi-brizzolati, occhi intensi, camicia rosa pallido su cui spicca un’abbronzatura da manuale. Ci irradia con il suo sorriso smagliante.

- Complimenti. Avete una bellissima famiglia e una casa magnifica! – esclama la mamma, per rompere l’imbarazzo che si sta creando.

- Grazie. È stato il mio nonno a far costruire questa casa, noi l’abbiamo solo rimodernata un po’, non è così Andy?

- Mia moglie è troppo modesta. In realtà ha dato a questa villa un fascino particolare, mixando l’antico e il moderno e creando un connubio fantastico, a mio parere. A me piace il design, lei invece preferisce lo stile più vissuto, le tranquille atmosfere dello stile floreale inglese … ecco perché si è innamorata di me: un tipico ragazzo inglese di campagna! – conclude ridendo, mentre ci accomodiamo sulle poltroncine di pelle.

- Oh, adoro l’Inghilterra; ci sono stata da ragazza. Posso chiederle di quale zona è?

- Sono del Norfolk. Patrizia mi ha detto che anche suo marito non è italiano, non è così? Mi dispiace che non sia potuto venire.

- Mio marito in realtà è nato in Italia, ma sua madre era francese … è francese … e … beh, lui aveva un impegno di lavoro stasera.

- Oh, gli affari! Di cosa si occupa suo marito?

Vedo la mamma che si agita sulla poltrona.

- Beh, Pietro è un perito tessile … si occupa di processi produttivi, controllo qualità, tutte quelle cose lì ...

- Interessante – commenta Andy, porgendo alla mamma un calice di prosecco e a me un bicchiere di succo d’arancia.

- Beh, ma voi come avete fatto a conoscervi? – si affretta a chiedere la mamma, per sviare l’argomento lavoro.

- Ci siamo conosciuti in barca a vela. Patrizia era in vacanza e io ero lo skipper! Per me è stato amore a prima vista! Per lei ho lasciato il mare e ho ripreso una vecchia passione che avevo da ragazzo: i cavalli. Abbiamo un maneggio sopra Fiesole.

- Il babbo è matto come un cavallo per i cavalli! - fa la piccina mangiatrice di gelato.

- Letizia! – la riprende la sua mamma con espressione contrariata – non essere impertinente, ti prego!

- Ah, eccetto Gaia, le mie figlie non condividono la mia passione – risponde Andy, dando un’arruffata ai capelli della piccina. – Sono convinto che, se ci mettessero un po’ d’entusiasmo e di sana determinazione, anche in loro potrebbe nascere l’amore per i cavalli … ma loro non vogliono nemmeno provarci, purtroppo …

La più magra delle figlie, credo sia la maggiore, mi guarda facendo roteare gli occhi … oh oh … la mamma, senza saperlo, ha toccato il tasto dolente della famiglia Felicità. Decido di salvare la situazione.

- E lei signora Patrizia, che lavoro fa?

Lei sta per aprire bocca per rispondere, ma il marito la precede.

- Mia moglie fa il lavoro più importante: è un’eccellente madre. Ha il suo daffare a gestire una famiglia così numerosa, ma riesce a destreggiarsi! - conclude, avvicinandosi a lei e mettendole un braccio sulle spalle – Siamo una squadra, noi sette!

- Beh, certo, a tempo pieno faccio la mamma, ma Clizia forse voleva sapere qualcosa di me. Creo gioielli. Ho anche un mio laboratorio, proprio qui, dove …

- Dove non va mai, perché è sempre occupata con noi: la sua tribù – commenta la figlia secca, tenendo le braccia conserte e la testa alta, con lo sguardo rivolto alla madre. Il sorriso della signora Patrizia si spenge quasi al rallentatore.

- Oh, Gioia voleva dire che la mamma è capace di grandi sacrifici per noi! – commenta con leggerezza quella che credo sia Gaia, assestando una manata alla sorella – Perché non mostri alle nostre ospiti il tuo covo, mamma? Sono sicura che a Clizia piacerà un sacco. Anzi, veniamo anche io e Serena con voi – conclude con un sorrisone.

- Perché no? Lo farò volentieri - risponde lei, ma sembra quasi che l’entusiasmo di poco prima si sia affievolito.


Continua ...




"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

Foto di Keith Mapeki su Unsplash  

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lunedì 20 gennaio 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Quattordicesimo capitolo

 


UN INVITO IMPREVISTO


La piazza era inondata di sole e invasa dalla solita folla. Il babbo ci aspettava in un angolo, con le quattro frecce accese. Ci è venuto incontro sorridendo.

- Eccole qui le vacanziere! – ha detto in tono ciarliero, e a vederlo così allegro nel mio cuore si è accesa una speranza. Chissà se quel famoso colloquio era andato bene …

- Ti trovo bene, Pietro – ha detto la nonna, fermandosi a scrutarlo e prendendolo sottobraccio.

- Qualche novità, babbo? – ho chiesto io, trotterellandogli accanto.

- Novità? No, nessuna … ma vedrai che a breve qualcosa si muoverà, ne sono sicuro – si è affrettato ad aggiungere, notando la mia espressione delusa.

- E la mamma? Perché non è venuta?

- È rimasta a casa a preparare il suo tiramisù mondiale.

- Oh, che carina! Per festeggiare il nostro ritorno?

- Beh, non prendetevela, ma non lo sta facendo per voi! Vuole portarlo alla festa di stasera dalle sorelle Felicità! E tu, Clizia, sei stata invitata alla festa! Sorpresona, eh?

Sono rimasta a guardarlo corrugando la fronte.

- Io? Dalle sorelle felicità? No. È escluso, non ci vado. Non le conosco, quindi perché mi hanno invitato? E poi, da sola?

- La nonna ha incontrato la loro mamma, si sono messe a chiacchierare e così la signora Patrizia ha detto che stasera davano una piccola festa per festeggiare il ritorno dalle ferie e rivedere un po’ di amici. Così, sapendo che siamo andati ad abitare a Fiesole, ha pensato molto gentilmente di invitare anche noi.

- Quindi andiamo tutti?

- No, solo tu, la mamma e Therese.

- Oh mon Dieu, non so cosa darei per andarci, ma sono davvero stanca e ho bisogno di riposare un po’. Un’altra notte di bagordi è impossibile da reggere, alla mia età.

- Bagordi? Dove hai portato la mia piccola Clizia? – chiede il babbo, fingendo di essere preoccupato.

- Oh, ci siamo divertite mio caro, mica penserai che siamo andate a nanna con le galline?

- Ma tu, babbo, perché non vieni con noi? – chiedo, mettendo fine alla loro finta schermaglia.

- Stasera devo vedere un amico. Vuole presentarmi un tizio che ha una ditta a Empoli. Può essere che abbia bisogno di un perito tessile … beh, non è niente di sicuro, però non si sa mai.

Dallo specchietto retrovisore gli vedo negli occhi una scheggia di speranza che galleggia e fa capolino in un mare d’incertezza. Speriamo bene, penso fra me e me. Di queste false speranze al babbo ne sono capitate più di una volta e poi, per una ragione o per l’altra, è andato tutto a monte. La crisi ormai ha davvero investito tutti e quasi nessuno nuota nell’oro. Anche cercare un’alternativa è diventato un terno al lotto. Se prima il telegiornale faceva da sottofondo alle nostre chiacchiere e risate, da qualche mese a questa parte di solito vediamo tre telegiornali a pranzo ed altrettanti a cena. Antenne ritte a captare qualsiasi tipo di segnale. Perfino io adesso ascolto con interesse, anche se quando parlano di economia sembra che parlino un’altra lingua. Vorrei solo che tutto tornasse come prima. Vorrei essere ancora così piccola da non capire le notizie dei giornalisti, non saper leggere i titoli dei quotidiani, non origliare i discorsi dei miei genitori quando pensano che io non possa sentire … Erina mi ha detto che anche il babbo di Francesca, una nostra compagna di classe, ha perso il lavoro. Qualcuno dice che quello che stiamo vivendo oggi non è che la punta di un iceberg, e allora io per associazione penso al Titanic e mi sento un gran rimescolio dentro. Voglio solo avere tredici anni, e non pensieri più grandi di me che non so come gestire.

Quando finalmente entriamo in casa, che è inondata da un profumo delizioso, la nonna Annalena mi stritola in uno dei suoi abbracci da “è un po’ di giorni che non ti vedo”. Mi lascio strapazzare, godendomela un mondo. Mi piace essere coccolata!

- Cos’è quest’odorino? – chiedo, fiutando come un segugio e dirigendomi in cucina.

- Ta-daaa! – esclama la mamma, mentre mi sorride con un guantone da forno in mano - torta di mele! Sfornata ora ora dalla famosa pasticcera Giorgia. Vieni a farti dare un mega bacio pezzettina … che bel colore che hai preso al mare!

- Davvero mamma?! Veramente pensavo che …

- Hai preso una splendida tintarella lunare! – risponde, cominciando a ridere di gusto – “in bianca vesta con purpureo lembo, si gira Clizia pallidetta al sole” … Pietro, hai fatto presto a trovarle alla stazione dei pullman?

- Oh, le ho viste subito! Erano le più bianche di tutte! Quasi luminescenti! – rincara la dose il babbo, non soddisfatto nemmeno della citazione di Poliziano della mamma! Faccio finta di arrabbiarmi e cerco di avventarmi sulla torta, ma la mamma mi scaccia con un gesto della mano.

- Ferma là, Clizia! Non puoi mangiarla!

- Perché no?

- I dolci sono per stasera. Ti hanno già detto della festa dalle sorelle Felicità?

- Oh, quello …

- Oh, quello? Sì, proprio così, stasera andiamo da loro.

- Io veramente non ne ho voglia. Non le conosco e poi ci sarà un sacco di gente e mi sentirò in imbarazzo … e poi solo io e te …

- Magari viene anche Therese, no? – chiede la mamma.

- Oh no, cara, io mi arrendo alla mia età. Sono esausta!

- Capisco, non preoccuparti. - La mamma tira un gran sospirone, con la bocca a papera - Stasera. Io e te, Clizia. Ci divertiremo. Lo prometto. Ora riposati, disfai la valigia, doccia, e poi preparazione per essere la più deliziosa Clizia della storia. Che inizino le grandi manovre! La nonna Annalena ti aiuterà – conclude, senza ammettere altre repliche.

- Almeno ci fosse stato lo zio … o magari Cipolla …

- Cipolla è a un festival di giocoleria in Umbria e poi andrà in Germania a trovare la sua famiglia. Lo zio invece ha telefonato: ti saluta. È da qualche parte vicino a Innsbruck. Sembra si stiano divertendo, con quel camper scarcassato … che matti! A proposito, ti ho stampato una mail che ci ha scritto. È in camera tua.

- In camera nostra, vorrai dire – replico, accennando con la testa a nonna Annalena.

- Non fare la precisetta, Clizia! – risponde la mamma. 

Beh, almeno sembra su di morale. Sarà perché le è riuscita la torta di mele? La mamma di solito fa sempre e solo il tiramisù, perché ormai ha il pilota automatico, come dice lei, e può farlo anche ad occhi chiusi. Sfido io! È praticamente l’unico dolce che sa fare. In cucina la mamma ha imparato a fare le sue ricette di sussistenza e si giostra con quelle, compresi i sughi pronti in barattolo! L’anno scorso in verità d’estate aveva aggiunto una variante: il suo nuovo piatto era un ottimo prosciutto e melone! Beh, almeno da quando siamo dalla nonna mangiamo più vario!


Continua ...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

Foto di fountain Pen su Unsplash

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martedì 7 gennaio 2025

"Clizia T. - Lo spessore dei sogni" - Tredicesimo capitolo

 



TEMPO DI RIPARTIRE



Il giorno dopo ce la siamo presa comoda e siamo arrivate in spiaggia con calma. Strano, ma la litigata con Cinzia mi sembrava già lontanissima e, malgrado lei fosse come al solito nel gruppo, ci siamo limitate ad ignorarci per tutto il tempo. 

Erina ha raccontato agli altri della nostra gita, sperticandosi su quanto ci eravamo divertite e Walter ci ha fatto vedere sul cellulare le foto che avevano scattato in barca. Così finalmente ho visto questo Fabio e devo ammettere che è davvero carino! Come al solito, comunque, lui non era in spiaggia, dato che aveva fissato con i suoi amici per andare in bicicletta. Ha una vera fissazione! O Erina si appassiona alla bicicletta oppure mi sa che lo vede solo di lontano! 

Il resto del pomeriggio è passato fra le ultime nuotate e la novità di Danilo, che ha portato in spiaggia la chitarra. È stato un bel modo per concludere la mia breve vacanza. Ci siamo seduti tutti in cerchio sulla terrazza dello stabilimento e mentre lui suonava abbiamo cantato vari pezzi, sbirciando dal “Canzoniere” quando non sapevamo le parole. Mi sentivo un po’ come in quei film che danno in televisione sui ragazzi degli anni Sessanta: vento tra i capelli, sguardi furtivi fra ragazzi e ragazze, un po’ di malinconia per la partenza imminente. 

Alle sette ho visto dall’alto il cappellone di paglia della nonna. Aveva il volto rivolto alla terrazza e mi faceva cenno di andare. Ho abbracciato Erina e tutti gli altri e ci siamo scambiati le solite raccomandazioni di sentirci, messaggiarci e non far passare un altro anno senza farci vivi. Anche Loretta mi ha abbracciata, con un po’ di imbarazzo, mentre Cinzia se ne stava in disparte, in attesa andassi via. Davide mi ha scompigliato i capelli.

- Ciao Clizia T. – mi ha detto, mentre io annegavo nei suoi occhi. Erano, come al solito, sorridenti, sfrontati, ma anche distaccati e un po’ fraterni, mannaggia a lui. Ho sceso svelta le scale della terrazza, cercando di trattenere le lacrime e ho raggiunto la nonna a corsa, piazzandomi gli occhiali da sole sul naso.

- È ora di andare, praline.

- Già – ho risposto, cercando di dare al mio tono qualcosa di leggero e riordinando le mie cose nello zainetto.

- Pizza o pesce stasera?

- E se andassimo a un etnico? O qualcosa di veloce, stile fast food, schifezze che ammazzano il fegato?

- Decidi tu, chérie, quello che preferisci.

Poi mi ha preso sottobraccio, mentre ci avviavamo lungo la passerella.

– Dopo aver cenato potremmo fare un salto in quella bella libreria sul lungomare: mi piacerebbe regalarti un libro. Poi, mentre torniamo alla pensione, ci fermiamo a vedere i pittori che dipingono le marine, cosa ne dici? Ma poi filiamo subito a letto! Dobbiamo essere riposate per domani. Chissà, qualcosa di bello potrebbe capitarci e dobbiamo essere pronte a coglierlo! Ah. e quelle sorelle felicità? Saranno tornate dalle loro vacanze? È una bella avventura anche tornare a casa, quest’anno. Devi esplorare il posto in cui vivi, calarti in una nuova realtà, conoscere gente nuova … sapessi come ti invidio! – ha concluso la nonna, con gli occhi che le brillavano.

- Mi invidi? Sei la persona più girovaga che abbia mai conosciuto!

- Oh sì, ma ormai sono ferma da un po’ e comincio ad annoiarmi. Ho bisogno di respirare aria di novità, di tanto in tanto.

- E quel signore, cosa ne pensa?

- Uh, se non avessi conosciuto lui, avrei già avuto la valigia in mano! Ecco qual è il problema con i sentimenti: ti legano a persone, luoghi, abitudini. Bisogna esser pronti per farsi intrappolare, altro che! – conclude, arrotolando un fascio di erre irresistibili.

- Beh nonna, non è che tu sia proprio una bambina …

- Oh, io no di certo, ma tu sì, praline.


Il giorno dopo siamo risalite sul pullman e la nonna è risvenuta nel suo solito sonno da viaggio. Io mi sono immersa nel libro comprato il giorno prima con la nonna, facendo rapide interruzioni per leggere i messaggi di Erina e degli altri. Poi ho chiuso il libro e mi sono limitata a guardare fuori, cercando di vedere tutto come un film, senza pensare a niente. Eppure non ci riuscivo: le mie vacanze erano finite e dal momento in cui avessi rimesso piede a Fiesole sarebbe iniziata la vera vita, quella di tutti i giorni, dove sarei tornata a scuola, avrei di nuovo visto la mamma e il babbo arrabattarsi con i curriculum da inviare e i colloqui di lavoro, i preparativi per fare una buona impressione , la ruga pensierosa fra gli occhi della mamma, i sospiri dopo i silenzi, il punto interrogativo gigante che mi stava sempre accanto e che avrei voluto spazzare via con la scopa di saggina che la nonna Annalena usava per il giardino.

Continua ...


"Clizia T. - Lo spessore dei sogni", di Daniela Darone

"On the road", foto di Daniela Darone

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